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Il bambino e il cigno

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Erano giorni che giocavo lì, era un posto nuovo che avevo scoperto e non volevo portarci nessuno, perché ero geloso. Era solo mio. Era bellissimo e solitario. Un piccolo laghetto con delle papere che nuotavano lentamente e uno splendido cigno orgoglioso, lontano, intoccabile.

Erano giorni che giocavo lì, era un posto nuovo che avevo scoperto e non volevo portarci nessuno, perché ero geloso. Era solo mio. Era bellissimo e solitario. Un piccolo laghetto con delle papere che nuotavano lentamente e uno splendido cigno orgoglioso, lontano, intoccabile.
Non so che mi prese. Davvero non lo so. Faceva un gran caldo e mi spogliai. Volevo raggiungere a nuoto il cigno e toccarlo, sentire quant’erano morbide le sue piume.
E lo feci. Restai in mutande e mi tuffai e cominciai ad urlare felice.
Il laghetto era piccolo. Piccolo. Piccolo.
Ero solo un bambino.
Mentre nuotavo non pensavo a nulla, volevo vincere la mia gara. Toccare il cigno.
Ma quello si allontanava man mano che mi avvicinavo e dopo circa dieci minuti cominciai a sentirmi stanco.
“Maledetto cigno, bastardo” gli urlai.
“Prima o poi ti prendo e ti sbrano”.
Piangendo feci dietrofront e cominciai a tornare indietro.
Stanco, mi fermai a fare il morto a galla. Perché era così lontana la riva se il laghetto era così piccolo? Mi spaventai. Cominciai a nuotare a rana, impaurito, bevendo un po’. L’acqua era schifosa e andai giù, all’improvviso affogavo. Andavo giù e tornavo su.
Pensai alle parole di mio nonno: “Se hai paura, fermati e aspetta. Poi riparti”.
Feci il morto a galla per un’ora.
Quelle parole mi salvarono la vita.
Non so come, riuscii a raggiungere la riva, tremando dalla paura e piangendo. Mi rotolai sulla terra e all’improvviso ridevo. Ridevo. Ero vivo.
Avevo vinto io.
Guardai il cigno sprezzante.
Un urlo di odio in gola si trasformò in queste parole:
“Ti amo”.

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