Condividi su facebook
Condividi su twitter

Antologia delle poestie. Puntata 16: Eugenio Montone

di

Data

Anche Eugenio Montone, infine, afferma nella sua poetica l’impossibilità di dare una risposta all’esistenza. In una delle liriche introduttive della raccolta Ossi di Seppia, “Non chiederci di belare”,

Anche Eugenio Montone, infine, afferma nella sua poetica l’impossibilità di dare una risposta all’esistenza. In una delle liriche introduttive della raccolta Ossi di Seppia, “Non chiederci di belare”, egli sottolinea il senso negativo della vita perché l’esistenza animale è logorata dalla natura, sfruttata per essere ridotta ad un oggetto inanimato, come lo stesso titolo della raccolta lascia intendere.

Non chiederci di belare, derubando da ogni lato
il manto nostro informe, che scalda come un fuoco,
lo reclami ma riscalda sol per poco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
 Ah, il montone che va sicuro
tra gli altri e all’uomo suo nemico
e morte sua non cura su la graticola
ma ignaro bruca l’erba sotto un muro.
 Non domandarci la carne che poi possa nutrirti
perché la nostra coscia è secca come un ramo,
codesto solo oggi possiamo darti:
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

La poesia rivela che la vita altro non è che accontentarsi del filo d’erba quotidiano al solo scopo di appartenere ad un’ingiusta catena alimentare: essere nutrimento per altri esseri viventi. Ma Eugenio Montone si rende conto che la sua condizione è universale perché tutti gli animali sono come ossi di seppia, abbandonati, a causa del dolore, sulla terra come inutili esoscheletri rilasciati dalle onde del mare sulla spiaggia, presenze da sfruttare, inaridite e ridotte al minimo: un gomitolo di lana, o carne da macello.  Il poeta non può dare risposte o certezze: la felicità e la bellezza sono solo una malvagia illusione perché sul destino di ogni animale incombe la “Naturale Indifferenza”, come espresso nella lirica “Spesso il male di vivere ho incontrato”, dove racconta la triste fine che presto o tardi tocca a tutti gli  animali del pianeta, prendendo come esempio massimo della spietata crudeltà della natura la sorte del bruco, che attende fiducioso tutta la vita il momento in cui finalmente diventerà farfalla senza sapere che in realtà quello sarà per lui il momento della morte.

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era l’abbacchio sgozzato che gorgoglia,
era l’abbrustolirsi d’una quaglia
arsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, come quel grigio
bruco che schiude la Naturale Indifferenza:
perché muore farfalla nell’incoscienza
d’un pomeriggio e più non volerà nel cielo alto levato.

 

___
Leggi le puntate precedenti

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'