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Il suono della terra

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Da due settimane a questa parte, appoggiata alla ringhiera del terrazzino accanto al mio, vedo una ragazza adagiare il viso sulle braccia e chiudere gli occhi. Vorrei parlarle, mi incuriosisce.

Da due settimane a questa parte, appoggiata alla ringhiera del terrazzino accanto al mio, vedo una ragazza adagiare il viso sulle braccia e chiudere gli occhi.
Vorrei parlarle, mi incuriosisce.
Questa mattina ho preso coraggio. Ho tolto le cuffie che indosso in casa per non sentire il caos che sale dalla strada e le ho gridato:
– Ciao eh! – Ma non ha risposto.
– Hey! Ciao, mi chiamo Andrea! – Ho insistito gridando più forte.
La ragazza alza gli occhi infastiditi forse dal mio gridare. Mi guarda e porta il dito alle labbra, mima di fare silenzio.
Ha un viso dai lineamenti delicati, i capelli lunghi e folti le cadono sulle guance.
– Volevo chied… – Lei preme il dito sulle labbra con più forza arricciando la fronte e mozzandomi in gola le parole.
Non mi perdo d’animo.
Scavalco il balcone che ci divide. Si ritrae un po’ spaventata mentre il vento le muove i capelli. Osservo le sue guance pallide, seguo le linee delicate del viso, il suo naso piccolino, la fronte fino alle orecchie. Quando lo sguardo finisce dove dovrebbero essere i lobi ho un sussulto. Non ha orecchie.
Ora sono io a ritrarmi. Lei mi sorride, mi prende la mano e con l’altra fa cenno di imitarla mentre adagia il viso sul bordo della ringhiera.
Non ho mai visto un volto senza orecchie, inoltre non ha segni di ustione o cicatrici. La pelle è cosi levigata da farmi pensare che non le abbia mai avute. Mi strizza la mano come se sentisse i miei pensieri. Subito dopo chiude gli occhi, lo faccio anche io.
Sento il grido di un gabbiano. Lei mi stringe nuovamente la mano, come se volesse ponessi maggiore attenzione. Segue qualche secondo di silenzio.
L’infrangersi di onde sugli scogli mi sorprende, segue lo schiocco di acqua pesante che si ritira dal bagnasciuga. Apro gli occhi un istante, com’è possibile? Lei mi osserva e ride. Scoppia un tuono nella mia testa seguito dallo scrosciare di pioggia, porto le mani alle tempie e il ticchettio duro di mille gocce sull’asfalto picchietta la mia nuca dall’interno. Alzo gli occhi, il cielo è azzurro.
Guardo di nuovo la ragazza che mi sprona con un gesto del viso a chiudere nuovamente gli occhi. Mi impressiona. Il crepitio di un fuoco nella parte destra del mio cervello asciuga il rumore della pioggia, sento il legno accartocciarsi stridendo e piccoli rametti scoppiettare. Chiudo gli occhi concentrato.
Sono rumori nitidi, sospesi nello spazio della mia mente. La presa della ragazza si allenta fino a lasciare il mio polso, un rullio di sottofondo si sostituisce agli altri rumori. È un rombo sempre più potente ma non mi spaventa, mi tranquillizza sincronizzando il battito del mio cuore al mio respiro. È un suono che non ho mai sentito prima d’ora ma sembra rilassarmi completamente. Ho la sensazione appartenga a me e al tutto che ho intorno. Immagino sia quello il rumore che la ragazza voleva arrivassi a sentire: il rumore profondo della terra.
Apro gli occhi, lei non c’è più.
Il silenzio muore di nuovo: clacson, motori roboanti, grida.

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