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Pinguini

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Ogni volta che la riaccompagnavo non la lasciavo mai sotto casa. Era una condizione che le imposi fin dall’inizio della nostra storia: ognuno avrebbe saputo dell’altro il meno possibile, e ciò includeva ovviamente, tra le altre cose, anche l’indirizzo di casa.

Ogni volta che la riaccompagnavo non la lasciavo mai sotto casa. Era una condizione che le imposi fin dall’inizio della nostra storia: ognuno avrebbe saputo dell’altro il meno possibile, e ciò includeva ovviamente, tra le altre cose, anche l’indirizzo di casa. Era una precauzione necessaria. Il rischio era alto per entrambi le dicevo, ma in realtà quello che ci avrebbe rimesso di più se si fosse venuto a sapere sarei stato io. Così ogni volta che la riaccompagnavo parcheggiavo lungo la strada, al riparo tra i cassonetti della spazzatura, a trecento metri dall’incrocio dove avrebbe svoltato a destra. Ogni volta scendeva dalla macchina, percorreva velocemente quei metri e spariva in qualche portone da qualche parte a destra di quell’incrocio. Quella era l’unica cosa che dovevo sapere.
Quella sera facemmo tardi. Il posto tra l’umido e il vetro era occupato da uno scooter e fui costretto a parcheggiare più avanti. La strada a quell’ora era deserta.
Speriamo non si incazzi! Disse mentre infilava velocemente il giacchetto di jeans senza maniche.
E’ colpa mia, dissi, Dovevamo andarcene prima.
No che non è colpa tua, certe cose non le prevedi, e gli incidenti stradali sono una di quelle.
Restò a fissarmi per un attimo con quei suoi occhi neri, poi si avvicinò al mio orecchio.
Sono stata brava stasera? Ti è piaciuto? Appoggiò la mano sulla patta dei miei pantaloni e prese a fare delicatamente su e giù con la mano. Sentii il cazzo venirmi duro e premere con forza contro la zip dei pantaloni.
Qualcosa qui mi dice che sono stata brava… disse sorridendo. Senti… ormai abbiamo fatto tardi… chi se ne frega se s’incazza… posso fare quello che voglio io. Abbassò la zip e infilò la mano nelle mutande. Il fiato mi si fece pesante. Tutto quello che voglio.
Meglio di no, dissi ritraendomi di scatto, Che se poi decide di chiuderti in casa non potremo più vederci.
Non hai idea di quanto mi sta sul cazzo quella! Che ti sta sul cazzo o meno le cose stanno cosi, c’è poco da lamentarsi. Tirò fuori dalla borsa uno specchietto e si sistemò i capelli.
Diedi un’occhiata alla strada. Un tizio che portava a spasso il cane si fermò a una decina di metri dalla macchina. L’animale alzò la zampa e pisciò sui raggi di una bicicletta legata al palo della luce. Aspettai che andasse via.
Adesso devi andare, dissi guardando a destra e a sinistra.
Buona notte, fece lei aprendo la portiera.
C’è una cosa, Neanche questa era prevista. Si fermò un attimo prima scendere e strinse la mano intorno al ciondolo che aveva al collo. Credo di essermi innamorata di te. Poi andò via in fretta senza aspettare una mia reazione.
Restai a guardare quel culo che si allontanava avvolto in pantaloncini troppo corti per una ragazzina di quindici anni e pensai a sua madre che la vedeva uscire di casa ogni giorno vestita così, anche se in realtà non erano affari che dovevano interessarmi. Lo scooter che era fermo ai cassonetti mi passò accanto sfrecciando, il tizio a bordo diede un paio di colpi di clacson quando passò accanto a quei pantaloncini. Pensai che se magari avessi parcheggiato, come tutte le volte che la riaccompagnavo, tra l’umido e il vetro forse non mi avrebbe mai detto quello che mi aveva detto. Le condizioni tra noi erano chiare e quella frase era qualcosa che davvero non era prevista. Le rimasi con gli occhi addosso fino a che arrivò all’incrocio, poi svoltò a destra e sparì da qualche parte in qualche portone di una casa qualsiasi. Fino a poco fa quella era l’unica cosa che avrei voluto sapere.
La conobbi perché una mattina di cinque mesi prima mi si piazzò accanto per leggere l’avviso che stavo attaccando al muro della scuola: Laureato in matematica e fisica impartisce lezioni private su tutti gli argomenti. Dieci euro l’ora. Massima serietà. Il “massima serietà” era sottolineato e scritto in grassetto. Staccò il numero di telefono, mi squadrò un paio di volte e mi disse che mi avrebbe chiamato. Due giorni dopo si fece viva. Ci mettemmo d’accordo per due ore tre volte la settimana. Poi, prima che riattaccasse pensai di chiederglielo. Ci pensavo da quando l’avevo vista. Male che vada perdi sessanta euro la settimana, pensai. Le dissi se le andava di vederci, così da parlare un po’, per cercare di capire in quali argomenti avesse delle lacune. Va bene, disse senza nemmeno pensarci troppo, Chiamami domani verso le tre, quando esco da scuola, e riattaccò. Due sere dopo eravamo seduti su una panchina della villa comunale a parlare di analisi e disequazioni. Poi il discorso scivolò, senza che ce ne rendessimo conto, sul sesso. Mi disse, come lo si dice alla propria migliore amica, che due mesi prima era stata per la prima volta con un ragazzo ma che non le era piaciuto neanche un po’. La cosa strana però era che da quel momento non faceva altro che pensare a quello. E’ l’età dissi, Alla tua età gli ormoni sono in piena attività. Quella fu l’unica banalità che uscì dalla mia bocca quella sera. Le chiesi se bevesse e se le andava una birra. Va bene, fece squadrandomi un paio di volte, Non qui però, andiamo da un’altra parte. Girammo in macchina per dieci minuti cercando un posto tranquillo, poi mi infilai in un parcheggio sotterraneo a pagamento. Dopo che ebbe finito la birra disse: E’ vera la storia degli ormoni? Che impazziscono e tutto il resto? Certo che è vera, è una cosa biologica, dissi. Quindi se ti dicessi che ho voglia di farti un pompino diresti che è una cosa normale? Non dissi nulla, le misi una mano sulla nuca e spinsi in giù la testa. Quando finì la riaccompagnai. Durante il tragitto mi accarezzò tutto il tempo il lobo dell’orecchio destro. Quel gesto mi sembrò così fuori luogo in quel momento che provai un senso di disagio. Casa mia è li giù a destra, dopo l’incrocio, fece dopo un po’, Lasciami pure qui che ho voglia di camminare. Accostai in un vialetto e scese. Dopo aver fatto manovra la guardai dallo specchietto retrovisore arrivare fino al semaforo. Quando l’omino diventò verde attraversò e girò a destra.
Dopo il parcheggio a pagamento decidemmo di vederci come avevamo stabilito la prima volta al telefono: due ore al giorno, tre volte la settimana. Fu allora che decisi le regole: niente informazioni personali o domande specifiche sulla nostra vita. All’inizio non la prese bene, ogni volta provava chiedere di cose che si trovavano al di fuori dei confini dei nostri corpi in quelle due ore a disposizione. Era una precauzione necessaria le ripetevo sempre. Dopo una settimana si rassegnò alle mie risposte vaghe e smise di fare domande. Per scopare usavamo la casa della nonna di un mio amico, dall’altra parte della città, abbastanza lontana per entrambi. La vecchia era morta due mesi prima, la casa era deserta e oltre al mio amico non c’erano altre persone ad avere le chiavi. Fu in una di quelle occasioni che notai per la prima volta il ciondolo a forma di pinguino che portava al collo. Quella volta fu colpa mia, fui io a chiedere. Sono animali fantastici, fece lei passando l’indice sul piccolo becco metallico del pennuto. In amore soprattutto, rimangono fedeli allo stesso compagno tutta la vita, non lo trovi meraviglioso? Non sarebbe bello essere due pinguini? Non dissi nulla, la puzza di chiuso e di vecchio mi fecero girare la testa e una sensazione strana mi si formò nello stomaco. Tu ci credi nell’amore? Quello vero intendo, quello che dura tutta una vita. Ci pensai un po’ poi dissi che l’amore non lo sa nessuno come è fatto in realtà e che quindi ognuno può pensarlo come gli pare. Non mi parve tanto soddisfatta della risposta. Fa nulla, disse, ci penseremo più avanti. Si mise a cavalcioni sopra di me, passò le sue mani sottili sopra la mia faccia e mi baciò come non aveva mai fatto, poi afferrò il cazzo e se lo infilò lentamente dentro. Strinsi con forza il suo culo e cominciai a spingere. Andammo avanti così tutte le volte, un paio d’ore al giorno, tre giorni la settimana per cinque mesi.
Tornando a casa pensai improvvisamente alla prima volta che mi innamorai a quindici anni. Mi sforzai di ricordare il nome di quella ragazza che era in classe con me ma non ci riuscii. Aveva i capelli ricci, forse gli occhi erano azzurri. Dove lo facemmo la prima volta? Non riuscii a ricordare nemmeno come mi sono sentito quando mi ha lasciato. Ricordai benissimo invece il sapore del metallo del suo apparecchio quando la baciavo. Mi venne da sorridere al pensiero di com’è strano che dopo tanto tempo, l’unica cosa che ti rimanga di una persona che pensavi importante sia l’immagine del suo apparecchio per i denti. Il suono del messaggio fece sparire il sapore metallico dalla mia bocca. Sei la prima persona a cui l’ho mai detto, non mi sono mai sentita così in tutta la mia vita, e tu? Cancellai il messaggio e lanciai il telefono sul sedile. Tutta la mia vita, dissi, Che ne puoi sapere a quell’età della vita. Pensai che se fossi sparito tra un paio di mesi nemmeno si sarebbe ricordata di me. Ne ero sicuro, è così per tutti. Avrebbe conosciuto un altro e gli avrebbe detto che quella era la prima volta che amava qualcuno, che non si era mai sentita così in tutta la sua vita.
Quando entrai in galleria un furgone che trasportava surgelati mi sorpassò e mi si piazzò davanti. Sulla fiancata c’erano disegnati due grossi pinguini sorridenti intenti ad afferrare un pesce che saltava fuori da un buco scavato nel ghiaccio. Una volta da qualche parte lessi che a differenza di come vengono pensati, i pinguini sono tra gli animali più spietati al mondo. L’articolo, con dovizia di particolari, li descriveva come animali crudeli, egoisti e estremamente violenti, pronti ad ammazzare anche la propria compagna per un po’ di cibo. Altro che animaletti sorridenti! All’uscita dal tunnel il furgone accese la freccia e prese la rampa per la sopraelevata. Seguii i due pinguini andare via fino a che non li persi di vista. Sentii di nuovo in bocca il gusto di metallo. Chissà cosa ricorderà di me quando mi avrà dimenticato.

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