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Di colpo una storia risuonò

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Se gli editori vogliono vivere del loro lavoro sono costretti a pubblicare romanzi oltre che sperimentalismi solipsistici, giochi letterari virtuosistici, addolorati carmi interiori, oscure profezie o filosofie non sempre illuminanti.

Talvolta mi viene il dubbio, assistendo a discussioni culturali e a scambi di opinioni tra critici e autori, che l’ideale di alcuni di loro sia quello di trasformare la letteratura in un universo chiuso accessibile solo a coloro che appartengano a una minoranza capace di apprezzare i testi più difficili (difficilissimi, dicono alcuni con compiacimento) e belli (anzi, bellissimi, aggiungono). Talvolta la reazione del lettore comune, una volta messe le mani su questi capolavori, è simile a quella di chi, entrando in una galleria d’arte contemporanea, si guardi intorno senza capire molto e senza provare emozioni.

La tentazione è antica, la discussione anche, ma è improbabile che l’editoria finisca così. Per alcune ragioni che ora cercherò di illustrare così come appaiono a me

L’essere in sé della letteratura è la comunicazione attraverso la sua riproducibilità tecnica, questo impedisce che accada alla narrativa ciò che è successo all’arte figurativa, diventare un microcosmo condiviso tra mercanti, critici e artisti, con eccezione del pubblico. L’unica via che resta a quei critici letterari che aspirano al potere, oppure a vivere in una platonica accademia di dotti, è promuovere scritture contorte, complesse, inavvicinabili, allo scopo di ridurre il pubblico a una consorteria di pochi dotti. Il modo migliore per ottenere questo risultato è disprezzare le storie e promuovere una sorta di oscuro lirismo.

Il potere dei critici, infatti, non è propriamente di tipo politico. Sarebbe banale. Trattandosi di parole, ha a che fare con la potenza sacra del linguaggio, quindi si nutre di mistero e magia. Il Sommo Recensore, come una sorta di Sommo Sacerdote, interpreta e codifica il canone al quale gli adepti si ispirano. Questo soddisfa il desiderio spirituale di alcuni lettori e alcuni scrittori dall’animo religioso orfico di condividere in pochi un segreto profondo e inaccessibile. Però i mercanti non possono partecipare a questa operazione perché non c’è il pezzo unico da rendere inestimabile, perciò tutto resta minimo se non minimale. Gli editori non sono dei veri mercanti e spesso aspirano non tanto al successo economico quanto a ricevere importanza dal consenso della società letteraria che talvolta li spolpa fino al fallimento. In ogni caso se vogliono guadagnare dal loro lavoro, sono costretti a mettere in circolazione testi più leggibili e gradevoli per il pubblico, che definiscono con qualche disprezzo commerciali. Sono obbligati con un po’ d’imbarazzo a pubblicare storie oltre che sperimentalismi solipsistici, giochi letterari virtuosistici, addolorati carmi interiori, oscure profezie o filosofie non sempre illuminanti. Quindi le storie continuano a vivere, non solo, si riproducono e raggiungono sempre il loro pubblico. È tutto ciò è buono e giusto perché l’uomo raccontando vive e vivendo narra, ogni narrazione è un’antropologia e ogni cosmogonia è una narrazione.

Insomma, ancora e sempre, come direbbe il buon vecchio Snoopy seduto alla sua macchina da scrivere: – Era una notte buia e tempestosa, di colpo una storia risuonò!

Naturalmente, però, le storie bisogna saperle raccontare, devono risuonare a lungo e non spegnersi dopo poche righe. Molti autori si preoccupano di sapere se le vicende di cui parlano siano o meno interessanti. E forse non considerano che l’interesse, per chi le segue, non nasce dalla quantità di situazioni bizzarre che vengono narrate, ma semplicemente dal modo in cui vengono raccontati anche momenti quotidiani, semplici e profondi. In questo caso tutto sta nel come lo fai. Ma quando risuona una storia narrata bene, intorno a un fuoco in campagna o tra le pagine di un libro, c’è sempre qualcuno che si ferma ad ascoltare.

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