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Rodrigo Plá

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Davanti al cinema un giovane uomo, il viso incorniciato dai basettoni chiari, emana cordialità e allegria. Si chiama Rodrigo Plá ed è il regista del Mostro dalle mille teste

È una bella mattina di fine ottobre, e il cielo è azzurro terso. Altrove, in Italia, la terra trema: abbatte, con le case, anche il cuore degli uomini, ma qui, a Roma, di quel tremore arriva solo un’eco lontana e il mercato di Piazza Farnese, sotto il sole d’autunno, risplende di grida e colori.
Davanti al cinema un giovane uomo, il viso incorniciato dai basettoni chiari, emana cordialità e allegria. Si chiama Rodrigo Plá ed è il regista del Mostro dalle mille teste che, tra poco, verrà proiettato per l’anteprima stampa. La sua stretta di mano è calda e potente. Arriva da Città del Messico e, ancora stordito dal jet lag, saluta tutti come se il mercato e la piazza fossero una gran festa che Paolo Minuto il distributore e Mimmo Morabito dell’Ufficio stampa hanno organizzato per lui.
Conosce la storia della statua di Giordano Bruno, certo, è già venuto in Italia Rodrigo Plá, è stato a Roma anche da bambino e, con questo film, l’anno scorso era a Venezia insieme a sua moglie Laura Santullo.
Quel viaggio insieme è stato, però, un’eccezione. Laura non lo accompagnerà adesso nel lungo giro in Italia. Hanno due bambini, spiega, e a volte viaggia lei, a volte viaggia lui.
“Laura è la sceneggiatrice di tutti i miei film, in realtà lei è scrittrice ed è molto più contenta quando può starsene in pace a scrivere le sue storie.” Ride Rodrigo e fuma, e siccome non ha l’accendino, se ne va in giro a chiedere “Mi fa accendere?” lo chiede in italiano, con il suo accento ispanico, è una frase che gli hanno appena insegnato e lui gongola stupito quando, alla sua richiesta, l’altro tira fuori l’accendino.
Quel gesto di far accendere la sigaretta è un’occasione per parlare, per conoscersi. Ora tutti fumano meno. Molti non fumano più. Ma la sigaretta e l’accendino erano un bel modo di socializzare. Rodrigo porta ricordi lontani. Succede spesso con i latinoamericani di rivederci come eravamo, prima che diventassimo tutti corretti e alienati. Con i polmoni puliti e la faccia schiacciata sui cellulari.
Rodrigo il cellulare non ce l’ha. Almeno non qui.
Accende, aspira la prima boccata e racconta di sé.
“Sono un ibrido, figlio di anarchici” Anche quella parola “anarchico” suona come un ricordo lontano.
“Sono nato in Uruguay ma a nove anni, a causa della dittatura, la mia famiglia si è rifugiata in Messico. Vivo in Messico da 39 anni”
Anche Laura Santullo viene dall’Uruguay e anche la sua è una famiglia di esiliati politici. Da figli di anarchici, il tema della giustizia se lo portano dentro. Una giustizia che ha sempre contorni sfumati come nel loro primo film La zona con cui erano già venuti in Italia.
Adesso in Uruguay non ci sono molti fondi per chi vuole fare cinema. Invece in Messico lo stato è generoso. Spiega Rodrigo e i suoi occhi brillano dietro gli occhiali “Gli Stati Uniti inondano il mercato, ma in Messico, per il cinema, ci sono soldi e c’è libertà. I produttori non sono tiranni, sono collaboratori, gente che ama il cinema e con cui è facile lavorare. (E a noi sembra di risentire le parole di Agustín Almodóvar il produttore dei film di Pedro. Quando El Deseo ha iniziato c’era una bella legge in Spagna che permetteva libertà di produzione. È quella la chiave: la libertà del produttore).
La proiezione stampa è iniziata e ora sono previste le interviste con le televisioni. I giornalisti delle tv però non sono venuti. Sono impegnati in quell’altrove dove la terra trema, ma hanno mandato le domande scritte che qualcuno si occuperà di leggere.
Rodrigo è solo sul set allestito nell’atrio del cinema tra poster e macchina da presa. Le interviste sono tante, ma le domande sono sempre le stesse. E qualcosa non va. il sorriso di Rodrigo scompare. Non riesce a concentrarsi così.
Fermi tutti, si esce a fumare.
Il mostro dalle mille teste è un film di 75 minuti e racconta la storia di una donna il cui marito, ammalato di tumore, ha bisogno di un trattamento che la compagnia assicuratrice gli rifiuta. La donna, di fronte al rifiuto, decide di farsi giustizia da sola.
La storia è narrata dalla voce dei vari protagonisti che rendono la loro testimonianza davanti al giudice. E racchiude elementi del thriller: c’è una pistola, una truffa, un inseguimento.
Ma le televisioni hanno fretta, non hanno tempo per questioni di forma o di stile.
Le televisioni vogliono sapere cosa ne pensa lui della sanità in mano ai privati. Un fenomeno ormai consolidato negli Stati Uniti e diffuso anche in Messico. “Quali sono i rischi? Lei pensa che potrebbe prender piede anche in Italia?” gli chiedono.
Rodrigo Plá raccoglie i pensieri, fuma e rientra nell’atrio, ci chiede di avvicinarci tutti: intervistatore, interprete, macchina da presa, poster e cartelloni. Non ce la fa a star lì tutto solo. È abituato al lavoro di squadra e questa distanza siderale gli impedisce di pensare. E ora che siamo tutti vicini, stretti attorno a lui, ecco che le idee tornano anche se non avrebbe voglia lui di parlare di assicurazioni. Un film è ciò che sei, è quello che hai vissuto, sono le cose su cui ti interroghi, ogni film contiene, magari inconscia, un’ideologia, ma un film non fa propaganda, un film racconta l’intimità degli uomini e delle donne. È così, almeno, che a lui e a sua moglie piace raccontare: partendo dall’umanità dei personaggi e ancora meglio se sono personaggi che sbagliano, che, messi alle strette, agiscono contro i loro valori, fanno cose che non avrebbero mai pensato di poter fare come succede a Sonia la protagonista del film.
Di questo avrebbe voglia di parlare Rodrigo Plá. Ma gli chiedono altro e allora lui dice che la privatizzazione dei servizi sanitari parla di uno Stato che ha fallito nella sua missione, uno Stato dove i cittadini sono abbandonati a se stessi. Sospira e ride con la sua risata roca, contagiosa e anarchica. “Qui in Italia parlate sempre di politica” Non è soddisfatto delle sue risposte, colpa del jet lag che gli impedisce di mettere a fuoco le cose. “Ho bisogno di scaldarmi” ripete. Queste interviste fredde, impersonali lo hanno spiazzato, ma non importa. “Vediamo” dice “vediamo ora cosa succede.”
Ora che la proiezione è finita ed inizia la conferenza stampa: siamo seduti in sala davanti al pubblico (non sono in tanti, ma tutti sorridono) e alle domande ideologiche si potrà rispondere divagando e imboccando altre strade.
“È una storia vera?” Gli chiedono. E indubbiamente ha tutta l’aria di esserlo.
No la storia non è vera, è nata dall’immaginazione di Laura, ma ovviamente potrebbero esserci mille storie simili nella realtà.
Laura legge sempre i commenti dei lettori in fondo alle notizie. E da lì nascono storie.
Il primo detonatore è stato un documentario canadese The Corporation che Rodrigo e sua moglie hanno visto anni fa. Il film analizza nel dettaglio il funzionamento delle grandi multinazionali. Società super frammentate dove ogni frammento decide senza interrogarsi sulle conseguenze della decisione presa, Sono loro i mostri dalle mille teste e nessun cervello. La frammentazione permette di sentirsi esenti da responsabilità etiche e morali.
The Corporation è sedimentato nella testa di Laura Santullo (cittadina di uno stato dove il sistema sanitario pubblico offre poche garanzie) ed è diventato un romanzo. “E dal romanzo è nato il film. Avevamo anche una sceneggiatura ma a noi, nelle prove con gli attori, piace lavorare partendo dal romanzo. La prosa dà più libertà, permette di capire, di andare a fondo nelle motivazioni”
“Perché una storia raccontata da più punti di vista?”
“Per creare equilibrio. Se lo spettatore seguisse unicamente la versione della protagonista empatizzerebbe solo con lei. Ma le vittime della furia di Sonia ci offrono un’altra versione: la protagonista è una donna impazzita, accecata dalla furia” Spiega e poi, come tra sé, aggiunge “Forse avremmo dovuto spingere di più perché il pubblico, nonostante tutto, solidarizza sempre con lei. Tutti, come lei, vorrebbero tirar fuori una pistola.”
Lo dice serio, assorto, quasi che il pubblico, con la sua reazione, potesse ancora cambiare la storia. E d’altronde lo ha appena detto: per loro la sceneggiatura è sempre un corpo vivo, capace di assorbire i cambiamenti in corso d’opera. “Io partecipo un poco alla fase di scrittura e Laura partecipa alle improvvisazioni con gli attori. Il film nasce da me, da Laura e da tutti i collaboratori.”
Nel film i testimoni raccontano davanti al giudice, sentiamo le loro voci e vediamo eventi sullo schermo che a volte contraddicono quelle voci. Perché il ricordo è fallace.
La soggettività è, nel film, elemento centrale. La famiglia e l’intimità delle reazioni individuali: il modo migliore forse per opporsi alla spersonalizzazione delle grandi multinazionali e alla burocrazia statale dove le persone diventano numeri. Di fronte a tanta mancanza di umanità il cinema offre l’arma del riscatto contro cui le multinazionali non hanno potere. L’arma delle emozioni individuali: motore che alimenta le storie e manda avanti il mondo.
“Sonia, la protagonista, è semplicemente incapace di affrontare il suo lutto” Riprende Rodrigo “ E allora si lancia in una battaglia contro i mulini a vento. Ed è il figlio a riportarla alla realtà. Quando la donna si accorge che il figlio adolescente ha fatto sua la violenza della madre si ferma, si blocca. Il figlio è un personaggio importante. L’adolescenza è l’età in cui si forma il nostro carattere, si prendono le prime decisioni. “
Rodrigo Plá si infervora, si è liberato del fardello del jet lag e da lui emana una sorta di felicità.
“Avevo bisogno di scaldarmi” dice rassicurato. È felice che il suo film piaccia, felice all’idea di presentarlo in tante città d’Italia e felice dei progetti che l’aspettano al ritorno insieme a Laura che è rimasta con i figli ed intanto scrive le sue storie. Hanno due progetti in cantiere Guarda y Custodia e Il piccolo Tom.
“Il piccolo Tom è la storia di una giovane madre e del suo rapporto con un figlio piccolo problematico. Gireremo nel sud degli Stati Uniti, ma se tutto va bene” precisa con orgoglio “e lo sapremo presto, gireremo solo con fondi messicani. Se il Mostro parla dell’assenza dello Stato, in questo nuovo film l’ ingerenza dello Stato sarà fin troppo pressante. Vedremo…”
È così che conclude spesso i suoi interventi. Un “vedremo” pieno di energia, di entusiasmo, di desiderio di iniziare.
Ma si parlava del Mostro dalle mille teste.
Le domande virano dai contenuti allo stile: le immagini sfocate, riflesse negli specchi. I fuori quadro. Come nel caso del marito che, nelle prime scene, appare ai bordi dell’immagine, a malapena si vede: per la storia è già morto. Ed è la morte che la moglie non accetta a determinare il suo crollo emotivo e le tante azioni che verranno raccontate, in versioni diverse, davanti a un giudice invisibile che è lo spettatore stesso messo di fronte allo spettacolo di un’umanità perduta: medici senza anima, dirigenti ignari e pavidi che, anche nudi e in fuga, non riescono a suscitare pietà. La protagonista è troppo intensa, il suo dolore troppo nostro.
“Jana Raluy è un’attrice molto famosa in Messico?”
“Non molto. Questo è stato il suo esordio al cinema. È un’attrice di teatro straordinaria, io e Laura l’abbiamo vista in uno spettacolo una decina di anni fa e non siamo riusciti a levarcela dalla testa.
Sul set si dimentica di tutto. Riesce ad estraniarsi completamente dal mondo che ha attorno.”
“Ho notato che nel suo film le scale hanno un ruolo molto importante” dice qualcuno.
“Non me ne ero accorto “ si sorprende Rodrigo Plá.
“Sì. Ogni volta che vediamo un personaggio scendere le scale sappiamo che sta per succedere qualcosa, Ogni scalino è un passo nella discesa agli inferi”
“Chissà” Dice Rodrigo “forse ogni scalino è un nuovo frammento, una nuova testa del Mostro” E poi ride. “Siamo in Italia e la voce di Dante si fa sentire. L’inferno è sempre presente, come la politica”
Ci osserva a noi italiani Rodrigo, ci mette davanti ad uno specchio. Non gli piace dell’Italia la mania del doppiaggio. L’ultima volta, alla radio in cuffia, aveva sentito uno spezzone doppiato de La zona e non riusciva a capacitarsi. Sembrava un altro film.
Ma oggi alla radio, per l’ultima intervista, non dovrà sentire nessuna versione doppiata. Il suo distributore è attento alla questione della lingua originale “Perché non è solo la voce che se ne va, si perde molto, molto altro.”
È un punto d’onore che i film di Cineclub Internazionale vengano distribuiti in versione originale. Una piccola nicchia di film d’autore, protetta dall’assalto del cinema americano,
Dalle cui sirene per il momento anche Rodrigo Plá si tiene lontano. Non è disposto a perdere la preziosa libertà messicana in nome dei mezzi offerti dagli Studios americani.
“Siamo contenti così. Per il momento almeno” si tutela.
È contento adesso alla radio: gli piacciono le clip in lingua originale e l’allegria dello studio dove Steve della Casa si è fatto mettere un bello schermo e vuole seguire a tutti i costi la partita. E gli altri lo prendono in giro: ma come si fa a condurre una trasmissione così, con un occhio alla partita? Steve è risoluto, che lo lascino in pace anzi che la smettano di disturbare e Rodrigo è contento. Non poteva chiedere di meglio. Si sta tutti stretti e tutti vicini, con l’allegria della partita e del primo gol messo a segno durante l’intervista. È la leggerezza di cui ha bisogno. In cui si trova a casa. Dramma sociale e umorismo come nel suo film.
“Sì, c’è humour nel film. In dosi delicate. Perché nella vita anche nei momenti peggiori si ride. Anche davanti alla morte.”
Un ascoltatore vuole sapere per quale squadra tifa. Lui cita una piccola squadra dell’Uruguay e racconta.
“In Uruguay siamo tornati per cinque anni a girare La Demora . Quegli anni ci sono serviti per guardarci attorno. In Uruguay si fanno bei film, si scrivono bei libri ma non ci sono soldi e ora con la svalutazione ce ne sono ancora meno e così siamo tornati in Messico”
“Lo sa chi è stato l’unico qui che, come lei, ha usato sempre il noi?”
Gli chiedono alla fine.
“Ken Loach”
Anche alla radio lo hanno notato: quel noi che non è solo un pronome ma è un modo di stare al mondo. Di vedere la vita. Di opporsi all’alienazione delle multinazionali.
“Il plurale non toglie nulla al valore di un regista, non so perché se ne ha tanta paura” dice Rodrigo Plá ora che è tutto finito e può battersi la mano sullo stomaco con gli occhi scintillanti per la cena che lo aspetta.
E così se ne va questo figlio di anarchici a continuare il suo giro per l’Italia, e a noi già sembra di vederlo chinarsi verso un nuovo accendino, verso il racconto di un’altra vita. Di una nuova storia.

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