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Patate e rosmarino

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Martina apre la casella della posta e tra pile di volantini e depliant di pizzerie d’asporto trova una lettera. È dell’agenzia immobiliare. Sapeva che l’avrebbe ricevuta. “Ce l’hanno fatta”, pensa entrando in casa.

Martina apre la casella della posta e tra pile di volantini e depliant di pizzerie d’asporto trova una lettera. È dell’agenzia immobiliare. Sapeva che l’avrebbe ricevuta. “Ce l’hanno fatta”, pensa entrando in casa.
Prende una busta da lettere, ci mette dentro le chiavi, copia l’intestatario con cura… Si blocca. Una strana eccitazione nervosa le prende lo stomaco. Un’ora dopo è già in macchina che va. Improvvisamente sente di non avere tempo, percorre quattro ore di strada in tre ore e mezza, un po’ compiaciuta.
Non si è portata nulla, una gonna leggera bianca, una maglietta di ricambio, le chiavi. Sono tenute insieme da un’etichetta, di quelle gialle in plastica. “Cucina” c’è scritto. Il tratto è incerto, di bambino.
A pochi chilometri dall’arrivo le sale la voglia di fare inversione e tornare in autostrada che, improvvisamente, le sembra il luogo più sicuro.
Ormai è arrivata. Inspira profondamente l’aria salmastra. Adesso guida lenta e gli ostacoli sono molti di più: persone cariche di ombrelloni e borse in paglia cercano il suo sguardo per capirne le intenzioni, carovane di biciclette in mezzo alla strada.
Parcheggia sullo sterrato, le ruote girano veloci sulla ghiaia, il motore stride.
L’agenzia si trova proprio accanto alla casa. Tiene lo sguardo basso ma non resiste più. La vede, è bellissima. È sempre lì, dove la ricordava. Le stesse ombre sulle persiane marroni scrostate, le stesse macchie di umido su un intonaco ormai stanco, la lunga rampa ocra sede di discese a perdifiato in bicicletta.
Chissà se… pensa. Rimane lì, indecisa su cosa fare. Spinge il cancello. La serratura, rotta da anni e mai aggiustata. Entra in giardino.
Sente un cigolio in lontananza, capisce subito da dove viene. Corre in direzione del grande albero dell’altalena ma non c’è niente che si culla. Solo corde a metà e montagne di aghi di pino.
La assale la sensazione di vuoto e di angoscia che temeva. Inizia a roteare gli occhi da un albero all’altro, si avvicina, li sfiora in una danza a singhiozzi con il giardino. Le viene da gridare, tira un calcio a un tronco ma hai i sandali e se ne pente subito.
“Cosa stai cercando?”.
Si volta di scatto, è la voce di una bambina. Piccola, minuta per la sua età. Non sa classificarla, sei anni? Forse otto? Ha in mano una scatola di latta dei biscotti. 
“Che bella – le dice – dove l’hai trovata?”.
“L’ho trovata qui. Sai di chi è?”.
Martina rimane a fissare le piccole mani che tengono saldamente la scatola rossa scolorita. Un pugno alla stomaco. Era sua.
“No, non lo so” mentì. “Cosa ci hai messo dentro?” chiede, cercando di rimanere tranquilla.
La bambina scuote la testa. “Niente. È gia piena di cose. Vuoi vedere?”
Martina sta per rispondere che no, non vuole vedere perché sa benissimo cosa c’è dentro ma la bambina ha già rovesciato la scatola a terra sparpagliando con cura il contenuto per vederlo meglio. Martina vorrebbe strapparle la scatola dalle mani. Il desiderio di farla piangere è fortissimo. Il desiderio di riavere la sua scatola anche. Le sembra che la bambina la stia sfidando.
“La vuoi vedere la mia camera? Ne ho scelta una bellissima”.
Non vuole vedere la sua camera, non vuole vedere quella bambina, la detesta e detesta quella casa e l’idea di esserci venuta.
“No, non mi importa. Devo andare via”, le dice rapidamente. Il pensiero ora è rivolto all’appuntamento in agenzia e al modo di prenderle la scatola senza farla urlare come una furia.
“Dai, la mia mamma è andata a controllare la cantina. Stai un po’ con me?”.
Un attimo prima di riuscire a rispondere, la bambina le ha già preso la mano e portata verso l’ingresso della cucina. Sulla porta la lascia andare.
Martina entra nella casa vuota, socchiude gli occhi e subito l’immagine di montagne di limoni ed albicocche si mescola all’odore di pomodoro passato sul pane senza sale e l’olio che si è rovesciato sul pavimento inebria l’aria di sale e ulivi secolari.
Sul fuoco tante pentole, dai coperchi esce il profumo di patate, rosmarino e coniglio. Le sale l’acquolina in bocca. Preme la lingua contro il palato e arriccia le labbra.
Chiude gli occhi e si lascia guidare dalle voci: più si avvicina, più le sente accompagnarsi a piatti che si sfiorano, bicchieri appoggiati a intervalli regolari, posate ammassate. Il lungo tavolo, a cui è stato aggiunto un altro tavolino, è colorato e vivace. La tovaglia a quadretti bianchi e verdi, il sale e il pepe ogni quattro persone.
Sente voci anziane e bambine fondersi in un canto di rimproveri, suppliche e risate.
La bambina corre da una stanza all’altra e le racconta tutto di quella nuova casa, ma lei non ascolta.
Con gli occhi semichiusi allunga una mano, sfiora la parete e la percorre. Avverte con i polpastrelli il passaggio al divano, quella stoffa così ruvida e umida, l’imbottitura ammuffita. Sfiora la poltrona del nonno su cui non si poteva sedere nessuno. La forma sul sedile sembra fresca.
La bocca le si riempie di saliva, non riesce a deglutire. Rimane lì, in una sorta di apnea.
Inspira lentamente passando in rassegna le camere da letto. Un odore di lenzuola pulite e tarme le entra nelle narici. In una delle stanze viene travolta da un’onda odorosa di carta ingiallita e morbida, di inchiostro secco. Apre un armadio cigolante ed ecco centinaia di “settimana enigmistica” completate. I visi sulle copertine appartengono a personaggi sconosciuti a lei o troppo anziani per apparire ancora. Le sue dita ripercorrono il solco delle lettere del cruciverba. Pensa ai pomeriggi con sua nonna a riempire caselle. Lei avrebbe voluto usare la matita ma la nonna no. Se sbagliava ci riscriveva sopra due, tre, quattro volte fino a creare nodi di lettere senza più senso. Gli occhi le si riempiono di lacrime che ricaccia dentro.
“Io e la mamma dobbiamo uscire, ora. Se torni oggi pomeriggio possiamo stare quanto vogliamo”.
Martina la guarda come se non l’avesse mai vista prima. Non le importa più niente. Vorrebbe solo stare lì ora, a sfogliare il suo ritrovato tesoro.
“Non potrò più tornare, dopo. Ora devo andare, devo fare una cosa”.
“Ciao signora” le dice la bambina. Finalmente posa la scatola sul tavolo. Martina la guarda intensamente. “Se ti piace la puoi prendere. A me piace così così”, si sente dire.
Martina cerca di sorriderle meglio che può, prende la scatola tra le mani, se la ricordava più pesante. Ma non ha più voglia di averla. È stanca. La riappoggia sul tavolo.
“No grazie. Hai proprio una bella casa,” riesce a dire “sei fortunata”.
Esce in giardino. Si accorge solo ora, a terra, di una confezione di una piccola altalena nuova. Inspira profondamente e cerca di non pensare a nulla per un po’. Si gode il profumo di pini. Mette la mano in tasca e si prende il tempo di accarezzare ogni scanalatura, ogni spigolo delle chiavi. Stacca il portachiavi con scritto “cucina” e lo butta in borsa.
Dall’altra parte della strada, l’agente immobiliare e una giovane coppia con una bambina la stanno già aspettando.

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