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La macchina di mia madre

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Insegnavo in un paesino sulle montagne. Per un anno intero ogni mattina prendevo la macchina e andavo, sempre la stessa strada, le stesse curve gli stessi rettilinei nei punti che ormai conoscevo a memoria.

Insegnavo in un paesino sulle montagne. Per un anno intero ogni mattina prendevo la macchina e andavo, sempre la stessa strada, le stesse curve gli stessi rettilinei nei punti che ormai conoscevo a memoria. Come una filastrocca quella strada, più la ripeti più veloce diventi e la sai meglio, mesi e mesi così, col buono e il cattivo tempo. Mi capitava di spingere l’acceleratore sempre più spesso, ma in fondo guidavo bene. “Stai al volante come un uomo”, mi aveva detto un’amica, e forse si riferiva al fatto che mi aveva visto far manovra con una mano, l’altro braccio fuori dal finestrino, come un uomo, appunto.
Ormai mi sentivo sicura, conoscevo esattamente il momento in cui dovevo rallentare e aspettare passassero le vacche che era come mi attendessero sempre lì, con lo stesso pastore che teneva le braccia appese al bastone in bilico sulla schiena mentre mi accennava un sorriso sdentato. E automaticamente scalavo di marcia nella prima curva a gomito, quella più insidiosa, in salita. L’ultimo rettilineo poi, prima dell’ingresso al paese, era il più facile, il più largo, quello in cui sempre spiavo l’orologio sul cruscotto per calcolare l’orario: cinque minuti e sono a scuola.
Quella mattina andavo a lavorare più tardi, mi ero alzata con calma, guidavo con calma, stavo sul rettilineo in anticipo sull’orario, andavo piano e intanto intravedevo una macchina che sembrava ferma, a centro strada. Era una 127 malandata, tra graffi e usura rimaneva poco del colore azzurro che doveva avere all’inizio. Alla guida un tizio con la coppola, un vecchio. Immaginai venisse dalla campagna, il portabagagli pieno di olive o carico di mosto, era novembre, una bella giornata di novembre col sole che fa brillare le cose. Più mi avvicinavo più capivo la sua intenzione di girare a destra, solo dal movimento delle ruote però, perché la macchina rimaneva ferma. Si fa fatica con modelli del genere a girare lo sterzo, un vecchio poi!
I vecchi si ostinano a guidare. Eccolo sta ancora lì, si è allargato troppo a sinistra per svoltare a destra, faccio in tempo a passare, penso, ma proprio mentre spingo sull’acceleratore, anche lui pare finalmente decidersi; quando mi accorgo di una grossa giacca appesa sul davanti a ingombrargli la visuale è ormai troppo tardi, mi sembra di intravedere anche una donna, il tamponamento avviene.
Devo raccontarlo a mia madre, è la prima cosa che penso, ha fatto un sacco di storie quando non le hanno più dato la patente. Spericolata, graffi e specchietti divelti, e parcheggiava dove le pareva ostinandosi ad avere ragione quando trovava le multe. Alla fine un patto: né lei avrebbe guidato, né avremmo dato via la macchina, sarebbe rimasta in garage. Qualche mese fa però non avrei dovuto dirle, incrociando la sua 600 blu, che avevo finalmente venduto a un tizio di un paese vicino: “Guarda, la tua macchina!”. Lei ha sgranato gli occhi tutta contenta, li ha sgranati nel vuoto e ha sussurrato piano: “Gioia mia!”, come avessimo incontrato un’amica o un antico amore ma senza sforzarsi di vederla, ormai non potrebbe. Mi chiede dove siamo anche sotto casa e non le faccio più segno da lontano quando vengo a prenderla.
Prima che scendesse dalla macchina già sentivo la voce del vecchio: “Machini su, nenti ci fa!” Aveva una camicia logora e pulita, larghi pantaloni di fustagno stretti da una vecchia cintura di cuoio rafforzata con lo spago. Sorrideva. Meno male, mi rimaneva il dubbio che la colpa fosse mia. “Machini su, nenti ci fa, la mia è vecchia, taliassi ccà; la sua è nuova, lei si abbilia, ci mettiamo d’accordo un si preoccupassi.” Gli occhietti vispi lo facevano sembrare meno vecchio. Mi lasciò il numero di telefono raccomandandomi di non chiamarlo, mi avrebbe cercato lui, a scuola. Andai via ma nel pomeriggio riflettei che forse mi aveva dato un numero falso ed io non avevo guardato la targa né preso i dati, mi aveva promesso dei soldi per non pagare l’assicurazione. Decisi di chiamarlo. La moglie si mise a urlare a telefono quando le ricordai dell’incidente, volli rassicurarla, “Ma signora, non è successo niente di grave, lei era in macchina con lui si ricorda?” Ma lei si mise ad urlare più forte. Non era lei la donna su quella macchina.
Mia madre mi rinfacciava che il nostro vicino di casa a più di ottant’anni guidava la macchina; se ne andava tutto fischiettante alle sette del mattino con la sua utilitaria rossa a messa dalle clarisse.
Lei è già da tempo che non mi chiede più di guidare, mi rinfaccia solo che le abbiamo tolto la macchina, però si rilassa quando la porto in giro. Il giorno che, divorata dai sensi di colpa, sono andata a riprenderla dall’ospizio dove pensavo di lasciarla, in macchina se ne stava rilassata sul sedile a godersi il sole; là nello stanzone con quattro letti, dove l’avevano messa, non ci batteva. La trovai euforica a braccio di due infermieri. Mi riconobbe solo quando le presi una mano e le parlai da vicino. Mi dissero che aveva scavalcato le sbarre del letto di notte per andarsene in giro e l’avevano cambiata di stanza perché aveva cercato di prendere qualcosa a un’altra vecchietta che si era messa ad urlare pensando fosse una ladra.
“Che cercavi, mamma?”, le chiesi. “Le chiavi della macchina”, rispose lei, “Tutti hanno le chiavi della macchina nascoste nei cassetti”.
Mentre tornavamo a casa macinando chilometri tra i tornanti e le curve a gomito che danno sui campi brulli, restavamo in silenzio.
Fu lei a parlare per prima: “Accelera, va’, almeno questa macchina la puoi superare!”

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