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Diario di guerra #5

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L’11 settembre vissuto da Mimosa Martini e raccontato giorno per giorno nella corrispondenza con una amica immaginaria.

Giovedì 27 settembre ore 9 a.m.

Buongiorno anche a te, amica mia. Mi rendo conto da quanto mi scrivi che il momento attuale, certamente drammatico, certamente carico di tensione, viene però vissuto in modo quasi più forte lontano da qui. Come ti ho detto New York, apparentemente, è tornata alla sua routine caotica, nevrotica, assordante. A proposito di assordante, non mi ero mai accorta quanto la città fosse rumorosa la notte. Le sirene di ambulanze e polizia squarciano il buio ma soprattutto il sonno e i camion della nettezza urbana si fanno sentire perfino al ventesimo piano dove ho la stanza nel nuovo albergo. Non te ne ho parlato ancora: è una specie di loculo, anzi assomiglia più alla cabina di una barca, tutta in legno scuro con le tende di velo bianco. Ma è l’albergo che è sorprendente, ti aspetti che spunti fuori da un momento all’altro Tom Cruise con un gruppo di vampiri in mezzo alle piantane fatte con le corna di animali, il buio da antro misterioso nel quale è immersa la reception con i concièrge efebici e esangui, rigorosamente vestiti solo di nero. Il risultato è come sempre che sono perennemente a corto di sonno!
La vita, ti dicevo, scorre normale, se non fosse per quel buco gigantesco, quella voragine anche mentale che riempie gli occhi e la memoria, laggiù in fondo, nella punta meridionale dell’isola. Da dove il fumo ancora esce imperterrito, tossico e puzzolente. La gente per la strada continua a puntare il naso in quella direzione, distrattamente, in uno di quei gesti dettati dall’inconscio di cui ti rendi conto solo quando all’improvviso avverti la mancanza di qualcosa, di quel qualcosa che era punto di riferimento istintivo per il cervello e che ora non c’è più. Un oggetto, una luce, un colore, una casa. O due torri gigantesche che avevano conquistato e mantenuto fino a pochi anni fa il primato mondiale di altezza. Lungo la Highway West, sui marciapiedi larghi che costeggiano l’Hudson, sono tornati a fare jogging o a correre in bicicletta. La domenica è pieno. Solo le transenne che circondano il Pier 94 costringono gli sportivi del week-end a fare un giro più lungo per riprendere il tracciato qualche centinaio di metri oltre. E vedi questi salutisti di città passare grondanti di sudore, con la fascia colorata sulla fronte, i muscoli delle cosce ben tesi e abbronzati attorno a quello che considerano solo un ostacolo ma che è il Muro del pianto d’America. Una casa dell’orrore, la casa del dolore questo molo 94. E’ qui Fatima, che adesso i parenti delle vittime sono invitati a portare qualcosa che consenta di identificare i morti, i pezzi di carne umana, i brandelli di DNA. Hanno chiesto a genitori, figli, fidanzate, amici di portare indumenti, spazzolini da denti, peli e capelli raccolti tra le lenzuola o sul cuscino. E qui davanti, tenuto a leggera distanza, vedi arrivare volti devastati dal dolore, ma ancor più dall’incertezza di questo stesso dolore, con l’ultimo asciugamano usato per togliere in fretta l’acqua dal viso prima di scappare in ufficio, al World Trade Center.
Oltre il limite delle transenne ci sono gli avvocati, quelli delle organizzazioni legate al governo e gli avvoltoi a caccia di clienti. Sognano di diventare l’Uomo della pioggia, come l’avvocaticchio di Grisham. Tengono mucchi di biglietti da visita in mano e li allungano a chiunque passi loro vicino. La patria per eccellenza degli avvocati, ce n’è una densità in questo paese che basterebbero al mondo intero…

ore 9 p.m., local time

Ultimo racconto prima di dormire, ma è una cosa che mi sta un po’ tormentando e te la scarico addosso così forse mi addormento meglio.
A proposito di avvoltoi Fatima, ti avevo lasciato con gli avvocati che assediano i parenti delle vittime. Oggi pomeriggio ne ho incontrato uno bello grosso, non di avvocato ma di avvoltoio. Cercava di vendere delle immagini esclusive di Ground Zero, immagini “rubate”. Le aveva girate lui con una telecamerina digitale. Si era iscritto tra i volontari per l’inferno ma invece di lavorare come tutti, di nascosto riprendeva gli altri mentre ficcavano le mani tra macerie arroventate e pezzi di cadaveri. Ti sarai accorta che non è uscito nulla da Ground Zero, nulla di particolarmente macabro: le tv americane hanno fatto un accordo di cartello e non trasmettono niente che possa impressionare. Magari tireranno fuori questo materiale tra un anno o più, come le foto della principessa Diana in agonia. Queste immagini comunque non avevano nulla di interessante e le sue pretese economiche erano ridicolmente esose. Ma a convincermi definitivamente che dovevo mandarlo al diavolo è stata una sequenza, pochi secondi appena ma convincenti:
Ground Zero, notte. La telecamerina inquadra malamente e sfocato un gruppo di lavoratori in mezzo alla fine del mondo. Sono molto vicini, ne senti le voci attraverso il fracasso generale, ne avverti il sudore e quasi l’odore. Si piegano, si alzano, intravedi i secchi bianchi, i guanti che ricoprono le mani. La telecamera balla mostruosamente perché lo sciacallo la tiene nascosta in un marsupio. Poi si sente uno dei soccorritori, fuoricampo, dire: “Hay, guy, che succede…non ti senti bene? Perché ti sei fermato? Is everything okay?” . E lui, figlio di puttana: “Sì, sì, okay. Pero’ hai ragione, non sto bene, forse è meglio che mi fermi”. E ricaccia al buio la telecamera.

Tre minuti di quella roba l’ha comprata La 7, per mille dollari.

Buonanotte Fatima.

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