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Antologia delle poestie. Puntata 10: il Decadenticismo

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Nei primi anni del Bovecento in Italia si sviluppa una corrente artistico-letteraria detta Decadenticismo, il cui nome origina dal fatto che quando un animale sostituisce la propria dentatura, da cucciolo diventa adulto, perdendo per sempre l’innocenza e la felicità.

Nei primi anni del Bovecento in Italia si sviluppa una corrente artistico-letteraria detta Decadenticismo, il cui nome origina dal fatto che quando un animale sostituisce la propria dentatura, da cucciolo diventa adulto, perdendo per sempre l’innocenza e la felicità.
Poiché il mondo non riesce a dare risposte, i poeti e gli scrittori del periodo si  sentono partecipi di un comune senso di decadenza morale, perché solo l’istinto, l’intuizione e il sentimento possono svelare i misteri della vita.
L’origine del movimento è ancora una volta francese, dove, mezzo secolo prima assume il nome di Simbionismo, per via dell’ indissolubile e morboso legame di amicizia tra  Tristàn Colibrìer, Stéphan Marmotté ed Arthur Rinò, i tre poeti che furono gli ispiratori dell’ intero movimento letterario di portata europea. È proprio per loro che Paul Vermèn scrisse sulla rivista “Le Chat Noir” il componimento “Poèstiès Maudits”, ovvero Poestie Maledette.
Anche la bestiosofia in questo periodo si  interroga suoi desideri e sui sentimenti degli animali, così  Kirghepaard e Scorpionhauer riscoprono l’individualità delle bestie, il loro tormento interiore e la possibilità di esseri libere contro le rigide leggi della natura. Non è a caso, inoltre, che in questo periodo, Scimmiund Freud  analizza e studia gli istinti e i riflessi inconsci dell’essere vivente.
In Italia i primi rappresentanti del Decadenticismo sono i Giovani Pascoli, un gruppetto letterario composto da piccoli agnelli, tutti appartenenti allo stesso gregge, che conducono una vita mite, in solitudine, circondati solo dalle altre pecore del gregge e dal loro cane pastore.
Nel saggio Il Cucciolino spiegano che il poeta deve conservare lo spirito puro di un cucciolo che ancora non conosce la crudeltà del mondo e guarda la natura con occhi curiosi. Il poeta deve usare un linguaggio in grado di far comprende al lettore ciò che di simbolico si nasconde nel mondo, come una sorta di veggente, capace di svelare i misteri della natura e decriptarne il linguaggio. Ecco perché nei componimenti dei Giovani Pascoli troviamo frequentemente figure retoriche che si ispirano ai versi di altri animali: anatrafore, ornitopeiche ed onomatopecore, con cui I Giovani Pascoli fanno parlare gli animali che descrivono.
A titolo esplicativo, riportiamo di seguito solo qualche verso della poesia “Alla Sera”, nella quale viene celebrato l’arrivo del riposo dopo un’intera giornata passata nei campi, richiamando i versi delle bestie circostanti:

Bee … Beee belano, dormi!
Muu … Muuu muggiscono, dormi!
Craa … craaa gracchiano, dormi!
Là, versi di tenebra azzurra,
si levano su la terra brulla
e fanno che torni com’era,
mia madre, sentivo belare … poi nulla..
sul far della sera.

Questi versi ci introducono anche ad un altro importante tema trattato dai Giovani Pascoli nell’arco di tutta la loro produzione poetica: gli affetti familiari. Tutti gli agnelli, fin da giovanissimi, sono costretti a subire il trauma della scomparsa, probabilmente per morte violenta, dei genitori e dei fratellini. Consci che prima o poi la stessa fine toccherà a loro, parlano spesso del proprio nido familiare, dell’importanza di stare lontani dal mondo sconosciuto, incerto e pericoloso, perché chiunque si sia perso, si sia allontanato o sia stato portato via, non ha più fatto ritorno.
Grande amore e ammirazione riversano tutti loro nei confronti del loro cane pastore, che li sorveglia e li protegge, conducendoli al sicuro fuori, tra le insidie del mondo, per poi riportarli sempre, la sera, sani e salvi a casa. Riconoscendo quanto grandi siano le rinunce che questo dolce maremmano patisce per assolvere al compito che gli è stato assegnato, è con immensa gratitudine che per lui scrivono la poesia, “Al Cane Renzo”:

Santo Renzo! Io lo so perché il lancio
d’un legno di quercia o betulla
ti commuove in un latrato stanco
per la capra che l’erba trastulla.
Tutte quante nel grande recinto
al sicuro le devi vegliare,
ma tu sogni di correre al vento
e di un osso la buca scavare.
Resti là, messo in croce, che vegli
quel gregge di un paesino montano,
la catena finita si tende,
non puoi mai correr troppo lontano.
Anche l’uomo ritorna al suo nido,
t’accarezza, “sei un bravo guardiano”,
nella ciotola mette del cibo,
lo ringrazi e gli lecchi la mano.
Ora è là, nella casa romita.
Lo aspetti. Aspetti invano,
che ti lanci una palla sgualcita
da portare ai suoi piedi pian piano.
Sei un cane, null’altro pretendi,
sei un amico fedele e leale,
per cui il gregge affidato difendi,
ma anche a te è concesso sognare.

 

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