Condividi su facebook
Condividi su twitter

La scopa

di

Data

Accovacciata sopra al telo. Le braccia che stringono le ginocchia. Ci sono diverse persone sulla spiaggia. Non dove sono io. Sono distante dal mare. Vedo qualche ombrellone, una famigliola che gioca a bocce sulla sabbia, in lontananza dei ragazzini con la palla.

Accovacciata sopra al telo. Le braccia che stringono le ginocchia. Ci sono diverse persone sulla spiaggia. Non dove sono io. Sono distante dal mare. Vedo qualche ombrellone, una famigliola che gioca a bocce sulla sabbia, in lontananza dei ragazzini con la palla.
Tutti in costume direi. Io ancora no. Un passo per volta. Allento la presa alle ginocchia, e subito il gesto istintivo che mi accompagna oramai da quasi un mese. La mano sinistra che sfiora l’ascella destra e da lì passa sul seno. Su quello che ne resta. Sento con le dita il cotone della camicetta, avverto il tessuto del costume e sotto, la gommapiuma che riempie la coppa.
A casa ho passato quasi un’ora davanti allo specchio a osservarmi con indosso il bikini. No, non ho visto nessuna cicatrice. Il costume scelto con cura. Anche la parrucca faceva il suo effetto. Un bel caschetto. Biondo.
Ero sempre piaciuta. Avevo fatto l’abitudine ad avere sempre addosso gli occhi di qualche uomo che mi squadrava, analizzava. Il mio ex marito conteneva bene la sua gelosia. A volte sembrava quasi compiaciuto quando coglieva qualcuno che mi gettava l’occhio nella scollatura.
Quando questa mattina mi ha chiamato per fissare l’appuntamento per martedì, mi sono sentita spiazzata. “Tra due giorni?” ho farfugliato. “È un problema?” mi ha chiesto pacatamente.
Ci eravamo lasciati da sei mesi, poco prima ch’io sapessi della malattia. A lui non l’ho mai accennato. Vive distante e ci siamo sentiti il minimo indispensabile. Da quando se n’è andato non ci siamo più visti. Almeno fino a ora. Appuntamento per martedì mattina alle dieci.
Mi decido, tolgo gli abiti e resto in costume. Mi incammino verso il mare. La sabbia a quest’ora non scotta più. Sul bagnasciuga cammino lentamente, ondeggio un poco. Tengo lo sguardo fisso avanti a me. Vedo alla mia destra un omino sulla sua sdraio. Gli passo davanti. Cerco di capire se mi segue con lo sguardo. Non lo vedo, ma direi di sì. Li sento i suoi occhi che mi seguono. Ondeggio un po’ di più.
Incrocio una coppia, un po’ più giovani di me. Parlano tra di loro, sono già a pochi centimetri da me e in contemporanea entrambi mi gettano uno sguardo furtivo. Lui sul seno, lei alla parrucca. Non sembravano sguardi diversi da quelli che ero abituata a ricevere.
Ho sempre trovato gratificante che le persone si girassero al mio passaggio. Mio marito non perdeva mai l’occasione di farmelo notare. Già, mio marito. Una contrazione allo stomaco e la mano sinistra che da sola sfiora il costume. La controllo. Già, martedì mattina. Niente di romantico.
“Servono delle firme per la banca” mi ha detto al telefono.
“Va bene”, ho risposto io. “Territorio neutro, però”. Ci siamo dati appuntamento ai tavolini della pasticceria in centro.
L’ansia mi era venuta subito dopo la telefonata. In questi mesi avevo centellinato le mie uscite. Giusto per le visite e le chemio. Quando ha chiamato, non avrei proprio voluto vederlo. Anzi, quello che non avrei mai voluto, era farmi vedere.
Non gli avrei raccontato quello che stavo passando. Forse avrei dovuto, ma ho deciso così. Sei anni di vita assieme, e almeno all’inizio, un grande amore. Però non voglio. Non sono mai riuscita a mostrare agli altri le mie fragilità.
L’acqua del mare è calma e i colori cominciano a cambiare. Il sole è già una bella palla rossa. Intravedo la mia immagine sull’acqua. Diversa da quella di stamattina a casa.
Già, questa mattina, giusto dopo la sua telefonata. La rivivo come fosse ora: Lo specchio della camera impietoso. Io che mi passo una mano tra i capelli. Un’intera ciocca che si stacca. Mi resta impigliata tra le dita. Mi guardo riflessa. Stacco lo sguardo dallo specchio.
Chiamo Emma, mia sorella. “Ho bisogno di te” le dico. Le racconto quello che provo.
“Tranquilla. Dammi un’oretta”. La sua voce è serena.
Quando suona alla porta ho ancora gli occhi gonfi. Non parla. Sorride, mi abbraccia. Restiamo un po’ ferme strette una all’altra.
“Tieni, l’ho chiesta in prestito a quella signora che abita sotto di me”
Estrae la parrucca. Biondo scuro. La guardo. Non la tocco.
“Al limite domattina potremmo andare assieme a sceglierne una.”
L’appoggia sul divano. Apre di nuovo la borsa. Tra indice e pollice stringe una forbicina. Muove la mano dolcemente come un direttore d’orchestra che tiene la sua bacchetta. Un sorriso. “Ti va?”
Annuisco. Mi alzo, vado in camera a prendere un telo. Sistemo una sedia in mezzo alla sala. Mi siedo e chiudo gli occhi.
Sento Emma dietro di me che mi accarezza le spalle. Mi dà un bacio sulla testa. “Vado”, mi dice.
Le sue mani mi sfiorano i capelli. Sento tirare la ciocca che sta tagliando, il rumore delle forbicine che si aprono e chiudono. Procede lentamente. Il freddo delle piccole lame vicino alle tempie.
Non apro gli occhi. Ascolto le sensazioni che provo sentendo le sue mani che mi toccano il capo. Ho la pelle d’oca. Poi un altro bacio sulla nuca. Questa volta non è più sui capelli. Sento la sua voce: “direi che abbiamo fatto”.
Restiamo entrambe in silenzio. Mi decido ad aprire gli occhi.
Tolgo la mano dal seno, dove era rimasta per tutto il tempo e la passo sulla testa. Sento dei piccoli ciuffetti. Ispidi. Muovo la mia testa a sinistra, a destra. Mi alzo e guardo la massa di capelli per terra.
Belli, proprio belli.
Resto immobile ad osservarli. Emma piega il capo e mi guarda.
Il suo sorriso è contagioso.
Raccolgo una ciocca e la fermo sotto al naso con le dita. Imito la voce di mio marito: “Sei solo riccioli e distintivo”. Era la sua frase. Me la ripeteva in continuazione. Quando ci eravamo conosciuti l’accento era posto a sottolineare la bellezza dei miei capelli. Ultimamente invece, il significato che coglievo, era che sotto la chioma non c’era poi molto.
Getto la ciocca per terra, assieme alle altre. Vado verso il divano e prendo la parrucca. Provo a indossarla ancora prima di avvicinarmi allo specchio. Mi guardo. L’aggiusto un po’. Però. Non è neanche così male. Torno in sala con la scopa in mano. Mi avvicino alla massa di capelli sul pavimento.
“Sai Emma? È da tanto che non vado al mare”.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'