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La curva

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Carlo era morto come avrebbe desiderato. In silenzio, nel sonno. Quando ho allungato il braccio per accarezzarlo, come facevo ogni mattina al risveglio, la pelle era ancora calda, ma non aveva reagito. “Carlo?”

Carlo era morto come avrebbe desiderato. In silenzio, nel sonno. Quando ho allungato il braccio per accarezzarlo, come facevo ogni mattina al risveglio, la pelle era ancora calda, ma non aveva reagito.
“Carlo?”
L’ho scosso dapprima con dolcezza, poi con vigore, ma era come spostare un sacco inerte.
“Carlo?” ho sussurrato temendo che non avrebbe risposto.
Gli ho allora preso il capo tra le mani, passando le mie dita a pettine tra i suoi riccioli brizzolati mentre gli giravo il volto. I suoi occhi neri, spenti, fissavano il soffitto. La bocca, di cui conoscevo il sapore, era piegata in una smorfia che cedeva alla gravità. La ruga vicino alla narice sembrava più profonda e aveva l’aspetto di una curva senza uscita.
“Carlo…” ho supplicato angosciata, mentre lo giravo supino.
Gli ho tastato il polso, appoggiato l’orecchio sul cuore, ho preso lo specchio sopra la cassettiera e l’ho avvicinato alle sue labbra, come avevo visto fare in televisione.
Ma non è uscito alcun alito. Dov’erano finiti i 21 grammi, il peso dell’anima? Noi ci eravamo conosciuti con quel film.
Ho chiamato mia sorella e poi il medico, acconsentendo all’autopsia. Volevo capire anch’io cosa me lo aveva sottratto. In attesa che venissero a prenderlo, sono tornata in camera da letto.
Guardavo incredula il suo corpo di cinquantenne che non pensava di morire. I muscoli, ancora tonici, presto avrebbero cambiato consistenza e colore. Mi disturbava il silenzio. Ma ancora di più mi turbava l’assenza del suo sguardo, ora ridotto a due pupille vitree e immobili. Mi sono avvicinata, l’ho baciato sulla fronte e poi delicatamente ho chiuso le palpebre. Era più bello, ora, sembrava dormire.
Poi ho fatto scendere il mio dito lungo il suo braccio fino alla mano che, però, non mi stringeva più. E poi dal torace giù sull’addome, quindi sopra i boxer blu che portava come unico pezzo del pigiama. E mentre continuavo a sfiorarlo in un inutile moto perpetuo, sentivo il calore a poco a poco uscire dalla sua pelle come la piastra del forno quando si spegne. Lui, che amava cucinare…
Il necroforo suonò con insistenza più volte, mi sono scusata, non avevo sentito. Era sbrigativo e freddo, come un addetto al ritiro della raccolta differenziata. Settore umido organico non riciclabile. Non riciclabile, certo.
“Poi lo lasciamo in obitorio” ha aggiunto. “Se lei ha scelto la pompa funebre…”
La pompa funebre, già. Quella che volete, basta che abbia una bara di legno chiaro e tutti i fiori rossi, non mi interessa che tipo, vanno bene le rose, certo, manico lungo, quelle che preferite, e le ghirlande, no, meglio i mazzi, tutti rossi sì, amaranto o rosso porpora, tutte la gradazioni non ho preferenze, a lui piacevano i colori, allora anche altri colori oltre al rosso? no, va bene il rosso, solo il rosso, purché siano belli, lui era un uomo bello che amava l’arte, allora vuole la cassa in stile, abbiamo roccocò e barocco e neoclassico, no va bene la bara di legno semplice, come sarebbe piaciuta a lui, ora la prego mi lasci…
“E il vestito, signora? Occorre un abito da mettergli.”
“Vorrei vestirlo io.”
“Lo farà in obitorio, io intanto faccio salire il mio collega per il trasporto.”
Ho fatto attendere in ingresso gli addetti mortuari, non sapevo come chiamarli altrimenti. Volevo farlo da sola. Ho scelto il vestito di lana secca blu, una camicia celeste scuro e la mia cravatta preferita. Poi mi sono avvicinata a Carlo e ho tagliato un ricciolo dei suoi capelli – quanto mi piacevano i suoi capelli! – che ho messo nel cassetto del mio comodino. Poi l’ho pettinato, prima di fare entrare i necrofori. Li ho osservati mentre sollevavano il coperchio del parallelepipedo di latta dove l’avrebbero messo per il trasporto. Con apprensione seguivo i gesti consumati di chi, si capiva, è abituato a spostare cadaveri. Avevo paura gli facessero male.
L’hanno appoggiato su un telo bianco che hanno poi sollevato per spostarlo, non facendo quindi leva sulle sue membra, che comunque non avrebbero opposto resistenza. Sembrava la scena domestica della deposizione, senza sangue né spine, ma lo stesso dolore.
Ho guardato il volto di Carlo fino all’ultimo, quando l’ombra del coperchio, chiudendosi, sembrava un sipario che scendeva. Ma era solo un’ombra, noi ci saremmo rivisti in obitorio.
Ho congedato i necrofori con una lauta mancia, poi ho chiuso la porta e guardato dalla finestra il furgone partire. E solo quando l’ho visto sparire dietro la curva della strada, per la prima volta ho sentito di essere sola. Non riuscivo a pensare e nemmeno a piangere. Vivevo una sospensione innaturale del tempo. Perché il tempo si era fermato.
Sono tornata in camera, coricandomi sul lato destro del letto dove era rimasto l’incavo, ora freddo, del suo corpo, una curva convessa nella quale mi sono accoccolata. Ho chiuso gli occhi e pensato alla buona notte della sera prima, a quel bacio sul collo che sembrava un sigillo prima di spegnere la luce che non si sarebbe più riaccesa. Perché era buio. Erano le 11 di mattina, ma era buio. Forse le nuvole, un temporale in arrivo, non so.
Ho tirato su le tende e acceso tutte la luci di casa, anche le abatjour, ma restava scuro. E fuori non c’erano nuvole. Nell’alzare la tapparella del bagno, ho rovesciato il dopobarba di Carlo, la bottiglietta si è frantumata in mille pezzi e gli schizzi hanno bagnato le pareti. Ma non sentivo alcun odore. Forse era un prodotto scaduto, chissà. Poi ho cambiato le lenzuola, mettendo quelle di lino che gli piacevano perché si stropicciano subito. Ho tolto il tappeto a bordo letto, che riteneva inutile. E la cassettiera di nonna Fernanda che, diceva ridendo, assomigliava a un sarcofago.
Mi muovevo come un automa in quegli ambienti a me familiari diventati ora monocromi. Anche la caraffa bianca in cucina proiettava un’ombra obliqua sulla raccolta di spezie, facendone una natura morta senza colori.
Mi sono spostata in libreria. Pensavo di prendere un libro da mettere nella bara, magari uno dei romanzi che avremmo voluto leggere nelle vacanze estive. Cercavo di concentrarmi, io che ho sempre azzeccato i gusti di Carlo, ma ero distratta. Come un disco difettoso che torna alla strofa iniziale, mi tornava davanti agli occhi l’immagine del furgone che spariva dietro la curva, dietro la curva, dietro la curva.
Con la scaletta sono salita allo scaffale più alto, dove c’erano i grandi classici e le biografie. Magari preferirebbe un giallo o un fumetto, chissà. Per la prima volta non sapevo scegliere per lui.Allungando il braccio ho inavvertitamente spostato una fila di libri della sezione poesia. Un volume è scivolato a terra e, cadendo, si è aperto a metà. L’ho raccolto e letto la pagina sgualcita dall’urto. Era Fernando Pessoa:

La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha (…)

Sono scoppiata in lacrime prima di finire la strofa e ho pianto ininterrottamente per due ore. Quando sono andata in bagno a sciacquarmi la faccia, l’odore del dopobarba era diventato irrespirabile.
Ho lavato le piastrelle e aperto tutte le finestre perché si asciugasse in fretta il pavimento. Il sole entrava in una diagonale perfetta. Dalla curva della strada.

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