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Il Leopardi

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La più grande Poestia del Ruminanticismo è Giagobbo Leopardi (Leopardus Infelicis), un leopardo deforme, affetto, fin da quand’era ancora un cucciolo, da una brutta scoliosi, degenerata poi negli anni, per l’eccessivo studio “da gatto disperatissimo”,

La più grande Poestia del Ruminanticismo è Giagobbo Leopardi (Leopardus Infelicis), un leopardo deforme, affetto, fin da quand’era ancora un cucciolo, da una brutta scoliosi, degenerata poi negli anni, per l’eccessivo studio “da gatto disperatissimo”, in una grave deviazione della spina dorsale. Il Felino di Recanati fu per questo da tutti rifiutato e deriso, senza mai conoscere l’amore e provando una costante e profonda sofferenza che lo portò a detestare la Natura Matrigna che lo aveva deformato in un leopardo gobbo, lento e privo del consueto e naturale fascino degli altri esemplari della sua razza.
La sua intera produzione letteraria fu pertanto dedicata al tentativo di dimostrare al mondo che nessun essere vivente può venire etichettato, per sempre e definitivamente, con un giudizio limitato alla specie cui appartiene. Ne è un esempio la sua opera in prosa di maggiore rilevanza: le “Ochette Morali”, in cui ha invano tentato di salvare le povere pennute dal comune pregiudizio a loro riservato.
È tuttavia nella poesia che il Leopardi ha espresso pienamente tutto il suo dolore per l’infelicità e la vanità della sua esistenza. Ne è un esempio il canto con il quale il Leopardi ci racconta la sua storia d’amore con la Silviena Ridens (Iena Felix), avendo inizialmente confuso il pelo maculato di lei con quello di una leopardina, anch’essa un po’ bruttina. Gli opposti si attraggono, si sa! Pertanto il Leopardi rimase affascinato dalla di lei capacità di ridere di una tale disgrazia. Certo, forse non era un esempio di intelligenza, il suo sguardo spesso vuoto la tradiva, ma doveva essere davvero una tipina divertente quella strana leoparda, pensava innamorato il felino marchigiano alzando ed abbassando la gobba in profondi sospiri appassionati, perché la risata della Silviena era davvero trascinante, visto che, non appena lei faceva brillar nell’aria il suo verso, anche gli altri del branco non potevano trattenersi dall’esultar nei campi nello stesso modo. Quando trovò il coraggio di confessarle il suo amore, la Siviena rivelò l’equivoco di non essere una leoparda. Ridendo glielo disse e anzi, ne rise così tanto da morire soffocata. È così che il Leopardi vide sfumare la sua unica possibilità nella vita di amare ed essere riamato, ma proprio per questo non l’ha mai dimenticata, come emblematicamente rivelano i versi del canto a lei dedicato:

Silviena! Rimembro ancor
quel verso di felicità inusuale
per cui beltà splendea
negli occhi tuoi seppur d’ingegno privi,
e tu, lieta e gioiosa,
di carcasse e carogne ti nutrivi.
Ridevan le iene
in stanze e per le vie d’intorno
al tuo perpetuo canto;
seppur di forme femminili spenta,
vivevi assi contenta.

Infine, riportiamo di seguito gli endecasillabi sciolti del Canto “L’Ingobbito”, di incomparabile bellezza ed emblematici per l’espressione dei temi principali di tutta la produzione letteraria del Leopardus Infelicis:

Sempre amaro mi fu quest’ermo colle,
de la mia schiena, che per buona parte,
del corpo di un leopardo il bello esclude.
Di me ridendo e burlando, interminati
insulti provai per quella, vegani
pasti, giammai leoparde ma virginali seghe.
Io predator mi fingo, ma pure un porco
il core mi spaura. E pure il manto
vedo spelar, senza le macchie e il verso
vero d’un ruggito alla mia voce
vo comparando! E mi sovvien l’eterno,
che la gobba stagioni, sempre evidente
e viva è solo lei. Così per queste
infermità deforma il corpo mio
e il mio ruggire è quasi più ruttare.

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