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Il corale centoventisei

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Come sempre, il corale iniziava con un accordo luminoso di fa diesis maggiore, affidato alle voci femminili. Le voci si distribuivano poi su un do diesis carico di tensione. Quante volte l’avevo diretto?

Come sempre, il corale iniziava con un accordo luminoso di fa diesis maggiore, affidato alle voci femminili. Le voci si distribuivano poi su un do diesis carico di tensione.
Quante volte l’avevo diretto?
Era lì che iniziavo ad attendere Aprem. Solo la sua voce avrebbe potuto sostenere saldamente il coro quando la melodia del canto fosse tornata sull’accordo iniziale, stavolta arricchito delle voci maschili. Aprem aveva un fa diesis grave sicuro e tondo, che sapeva essere forte e mai sguaiato, una nota ridondante di armonici che faceva risuonare le altre voci più ricche e complete. Chi l’avrebbe detto che un suono così avrebbe potuto farmi innamorare?
Finita la messa, appena prima che l’ultimo accordo del canto svanisse completamente, sentii che la mano di padre Ilyas si posava sulla mia spalla. Mi alzai dal banco e mi voltai. Mi feci guidare attraverso la navata.
“Ora sieda pure, Umm Selim, qui c’è la sua branda”, poi aggiunse “ha sentito l’esplosione, ieri?”
Annuii.
“Per fortuna la nostra chiesa è al sicuro”, continuò.
Io non avevo voglia di parlare delle bombe, perché mi ricordavano gli anni quando ancora vedevo e quello che vedevo purtroppo non era bello. Avrei preferito perderla prima, la vista.
“Devo parlare col maestro, padre.”
“Meglio di no oggi.”
“Il coro così non va, senza Aprem”.
Mi incamminai verso l’altare, seguendo il colonnato.
“Umm Selim, per favore.”
Padre Ilyas mi afferrò il braccio ma si lasciò trascinare fin sotto, nella cripta.
La puzza fredda di muffa, mista all’odore di garze e sangue raggrumato era molto più intensa di come la ricordavo. I lamenti, quei lamenti, discontinui e monotoni. Come quando avevo stretto Aprem tra le braccia, tanti anni prima.
Sentii il profumo del maestro Ayoub. Una cortina di sudore vecchia di giorni.
“Umm Selim, sono felice di vederla sana e salva”. Mi prese la mano tra le sue. “Non è un buon giorno, oggi”.
Lo afferrai per un braccio prima che potesse allontanarsi.
“Dov’è Aprem?”
“Non credo che verrà.”
“Oggi non c’era un solo basso che sostituisse degnamente la voce di Aprem. Non si può fare con il corale centoventisei”.
“Ce la mettiamo tutta, mi dispiace.”
“Umm Selim” intervenne padre Ilyas “lasci che la riaccompagni di sopra”.
“Vado da sola!”, urlai. Udii i passi di padre Ilyas seguirmi su per gli scalini, oltre l’altare, attraverso la navata. Sulla porta, mi afferrò per un braccio.
“Umm Selim! Non apra la porta, è pericoloso!”
In quel momento, un boato fece tremare le vetrate della chiesa. Padre Ilyas allentò la presa, spinsi la porta e fui all’esterno. Le urla di padre Ilyas rimasero sulla soglia, mentre io attraversavo il piazzale assolato più veloce che potevo.
Un odore intenso e acre di pneumatici bruciati mi assalì. C’era il sibilo di un aereo che poi sfumò in un boato. Raggiunsi un muro, vi appoggiai la spalla sinistra e camminai sfiorando la parete. Avevo paura, ma la casa di Aprem non era lontana, bastava uscire dal piazzale.
Per superare un cumulo di macerie fui costretta a procedere carponi. Inciampai, caddi su un fianco e rovinai per qualche metro verso il basso. Toccai sotto il ginocchio e i polpastrelli si impregnarono di sangue. Mi tirai in piedi. Qualcuno sparava non molto lontano. Provai a spostarmi sulla destra e le mie dita incontrarono un intreccio di materiale ruvido e freddo. Era l’inferriata della finestra di Aprem, me la ricordavo benissimo. Accarezzai il muro a destra e intuii lo stipite della porta. La porta era aperta.
In corridoio toccai la parete destra. Per primo riconobbi il quadro che conteneva la nostra foto, quella in cui io dirigevo, e Aprem era in prima fila. Ancora a destra, il comodino basso dove Aprem buttava le chiavi.
“Aprem!” chiamai. “Aprem!”.
Ci fu un esplosione, rischiai di cadere.
Mi spinsi in avanti e trovai la poltrona del salotto. Mi sedetti. Allungai le mani alla mia destra, dove c’era la teca di plastica del piccolo giradischi. La sollevai. Le mie dita indovinarono i caratteri in rilievo sul disco, quello con l’unica incisione del nostro coro. Era il centoventisei, diretto da me. La testina produsse un rumore secco, la voce di Aprem era lì dentro, ma quando schiacciai il tasto di accensione non successe nulla.
“Umm Selim!”
Mi sentii afferrare bruscamente per il braccio e tirare in piedi.
“Devo riportarla in chiesa, immediatamente. Qui è pericoloso.”
“Prenda il giradischi!”
Padre Ilyas mi scostò e sentii le sue mani frugare freneticamente dietro il mobiletto.
“Me lo dia!” dissi, allungando le mani.
Ora padre Ilyas stringeva il mio braccio e io con l’altro stringevo a me il giradischi. In pochi istanti fummo fuori dalla casa, oltre il cumulo di macerie, nel piazzale e infine in chiesa. Il portone sbatté fragorosamente dietro di noi.
“Abbiamo già spostato le brande nella cripta, ora dobbiamo scendere prima che finisca la benzina del generatore e faccia buio.”
“La strada la so”, dissi, “mi lasci qui per qualche minuto”.
I passi di padre Ilyas si allontanarono.
Percorsi tutta la navata, poi girai a destra e mi diressi nella zona del coro. Trovai subito la presa che per tanti anni aveva alimentato la lampadina del mio leggio. Ci infilai la spina del giradischi. Lo posai a terra, sollevai la teca e spinsi la testina verso l’esterno. Ci fu un fruscio e udii distintamente la mia voce scandire: uno, due, tre…
Alzai le mani, poi le abbassai delicatamente. Avrei voluto saltare le prime due battute, direttamente all’entrata delle voci maschili. Diressi l’accordo di do diesis esigendo dalle coriste una tensione tale che mi salirono le lacrime agli occhi, quegli stessi occhi che non avevano più pianto, da quella notte lontana, nella cripta, la notte in cui Aprem se n’era andato per sempre.
Aprii la mano destra e feci un cenno ai bassi, invitando Aprem a porgerci la sua voce. E la sua voce, maestosa, dolce, decisa, gentile, triste, innamorata, si lasciò guidare ciecamente dai miei gesti come aveva fatto tante volte, in quello stesso luogo, elevandosi sopra i bombardamenti nel piazzale e i lamenti nella cripta.

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