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Diario di guerra #3

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L’11 settembre vissuto da Mimosa Martini e raccontato giorno per giorno nella corrispondenza con una amica immaginaria.

Venerdì 21 settembre

Cara Fatima, sto come una bestia feroce. Non incazzata, molto di più. Mi hanno chiuso la camera d’albergo a chiave con tutte le mie cose dentro e mi impediscono di entrare. E sai perché? Perché nonostante le assicurazioni, quest’estate mi hanno ulteriormente abbassato il tetto della carta di credito aziendale, che quindi è vuota, che quindi non è più valida per il pagamento dell’albergo. E io sono qui nella hall, bagnata come un pulcino perché la pioggia mi ha sorpresa fuori per strada. Ero tornata qui di corsa proprio per cambiarmi e riscaldarmi ché New York, lo sai, è maledetta: la mattina è estate, il pomeriggio inverno e la sera diventa autunno, così, a casaccio. E invece mi devo prendere un accidente oltre a un’incazzatura galattica perché con il fuso orario gli uffici addetti in Italia sono ancora chiusi, nessuno può farci niente. Ti lascio, che qui c’è uno spiffero maledetto e finisce che mi ammalo davvero. Ti faccio sapere al più presto.

PS: Arrota i coltelli da cucina che quando torno facciamo una strage!!!

Sabato 22 settembre

Buongiorno Fatima, da te è giorno da me è pomeriggio. Il malanno me lo sono preso, inevitabilmente. Ho il raffreddore e un po’ di febbre ma sto nel paese delle Mille e Una Medicina. Basta andare in un supermercato e rilassarsi davanti agli stand dei medicinali. Ce ne sono tanti, ma tanti e ce n’è per tutte le fisime possibili e immaginabili: raffreddori di tutte le intensità con febbre o senza, con tosse o accompagnati da mal di gola. Ogni accidente è preso in considerazione con tutte le sue variabili e sfumature. Il problema si presenta quando hai finalmente individuato tutti i tuoi sintomi. Questa è la patria della concorrenza perfetta, anche se esiste solo nella teoria ( Economia Politica I, un fondamentale, uno dei primi esami che ho dato all’università), quindi ci sono molte medicine, di marche e colore e fattezze e confezioni diversi, per lo stesso identico acciacco. Advil, Tylenol, Coughy-Coughy, Nosniff… comunque si chiamino hanno delle confezioni molto attraenti. Anche le pillole sono attraenti, soprattutto quelle in gel che non distruggono le pareti dello stomaco (così dicono) e ricordano quelle palline colorate piene di bagnoschiuma che getti nella vasca e si sciolgono da sole. In alternativa, sempre validissima, rimane la regina di tutte le medicine, che dico: l’imperatrice, l’Aspirina. Qua te la vendono anche a bidoni, non scherzo, secchielli interi ricolmi di pasticchine bianche. Un bel risparmio se pensi che ti durano tutta una vita.

Fine del catalogo merceologico della farmacia americana.

Oggi mi ha chiamata il direttore: “Ho intenzione di farti rimanere lì molto a lungo”, dice, “voglio dire molte settimane, anzi almeno due mesi”, aggiunge. “ Va bene”, rispondo. ”Allora sistemati per lavorare al meglio” e chiude.

E che vorrà dire? Io al massimo posso cambiare albergo, anzi devo cambiare albergo perché qui non ho i canali satellitari e in televisione vedo solo quelli locali senza news ma in compenso con talk show deliranti tra madri e figli ispanici che si picchiano e si riprendono, fratelli che stuprano sorelle e abbandonano la famiglia dopo aver rubato tutti i risparmi della madre, che va in trasmissione piangendo e chiedendo la mediazione della conduttrice per far tornare il suo cucciolo a casa: è perdonato da tutti purché torni ché le femmine di famiglia necessitano di un maschio…..

Gli alberghi a New York fanno tutti più o meno schifo e costano una fortuna. Poi non ho tempo di mettermi a cercare ed è meglio se rimango in zona perché il montaggio e l’invio satellite ce li ho sulla 57esima. Ce n’è uno oltre l’incrocio della nona che voglio andare a vedere. Appena ho finito l’edizione ci faccio un salto. Adesso ti saluto, poi ti farò sapere. Ciao, ciao.

Domenica 23 settembre

Eccomi qua Fatima, adesso posso dedicarti (e dedicarmi) qualche minuto. Mi sono appena preparata una di quelle medicine da sciogliere nell’acqua che sono una specie di bomba atomica contro le infiammazioni. Perché la febbre sale e il montatore, americano, mi ha consigliato di fare così: ingurgitare ‘sta cosa e ficcarmi sotto le coperte con almeno due litri di acqua. Bere, bere, bere. Queste le istruzioni. Se non peggioro, miglioro.

Sì, la mascherina la metto sempre quando vado verso Ground Zero, anche perché sul serio è irrespirabile. La pelle del viso è sempre piena di scorie minuscole nere appiccicate e mi devo lavare i capelli ogni giorno. Ti ricordi quando usava bruciare le doppie punte dei capelli con una candela? Bè, è un po’ lo stesso risultato. Però la mascherina, quella di tessuto, è inutile, ci vuole quella grossa di gomma con i due filtri sostituibili. Io non ce l’ho e adesso la grande caccia a New York è alle maschere antigas. Nei negozi dello Stato c’è il tutto esaurito e un mio amico che ha qui una società con una decina di dipendenti, le ha ordinate per tutti in Ohio e dice che erano le ultime. Qua si stanno attrezzando per la guerra chimica e batteriologica, sul serio. Ma non è vero che la gente non esce più, che sta rintanata in casa. Chi usciva prima continua a farlo. Basta fare un giro per le strade trendy. Un ristoratore italiano che ha un locale molto alla moda in questo periodo a Manhattan, mi ha detto che è sempre pieno. Quella che è diminuita è la richiesta di cibo, in forte aumento quella di alcol. Prima dell’attacco, mi ha raccontato, ogni mercoledì organizzava una festa danzante sui tavoli alla fine della cena (e che ti devo dire: si divertono così). Adesso ha interrotto perché a lui, da vero italiano gli pare brutto, “con tutta ‘sta tragedia, con tutti ‘sti morti”. Eppure i suoi clienti la pretendono la festa, loro se ne fottono da buoni Wasp. Ai funerali si festeggia, e quando l’anima fa male, la si affoga dannatamente nell’alcol. Quindi mi ha invitata a partecipare alla prossima danza sui tavoli di mercoledì!!!

Sai qual è adesso la cosa più forte, passato lo tsunami di dolore, con la marea sempre alta ma assestata?  E’ proprio questo ritorno alla normalità. “Business as usual”.

I primi giorni ho trovato una città sotto choc, nel panico totale. Nessuno riusciva più a fare nulla, neppure le cose più banali. Erano tutti come scoordinati. E non parlavano d’altro, giustamente. Adesso invece, hanno ripreso a camminare veloci come frecce per le strade, affollate come prima, con le vetrine piene, i saldi, le novità di stagione e tutto il corollario. I locali la sera sono pieni, anche la grande birreria di Union Square, a pochi metri da un vero e proprio santuario allestito nel parco della piazza in memoria dei caduti, che ti guardano ancora e sempre appesi con i loro sorrisi di carta, le misure, i numeri di telefono, le e-mail. Centinaia di persone vegliano 24 ore su 24. Ci sono tutti: dagli Hare Krishna ai buddisti, gli yoghi e i predicatori, hippies e yuppies, canti, cori, candele, ricordi. Parenti e amici hanno posato qui il guanto da baseball di Mark, la sciarpa preferita di Susan, il pupazzo di peluche di Jo. E le foto dei cani e dei gatti, di cui non si hanno più notizie. Molti sono morti di fame dentro gli appartamenti abbandonati attorno alla zona disastrata. Ai padroni è stato vietato tornare a casa, troppo pericoloso. E adesso ci sono anche loro tra le anime in pena che aleggiano su New York. Su questa piazza, sotto il monumento sul quale è stata issata una bandiera bianca con il simbolo della pace, si presidiano le anime dei caduti. A pochi passi ci si va a rifare una vita con la birra e le partite di football in tv.

“Business as usual”. I più veloci sono stati i cinesi, anche perché si sono trovati in prima linea sul fronte di guerra. Canal Street con tutti quei negozietti di robaccia da due lire è la frontiera tra la guerra e la vita civile. Da un lato della strada te ne vai a casa, dall’altro la polizia e l’esercito dietro alle transenne ti rispediscono indietro. E alle loro spalle, il vuoto. È in quei negozietti che ho visto fin dal primo giorno del mio arrivo le magliette con le due Torri stampate sullo sfondo della bandiera a stelle e strisce e la scritta “America sotto attacco” e sotto: ”Sono sopravvissuto all’attacco”. Sì, è vero, ne ho comprata una anch’io.

Se proprio la vuoi te la regalo, oppure ne compro una anche per te. Ciao Fatima, adesso dormo.

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