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L’isola che non c’era

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Settembre è un mese strano. Ti ricorda che tutto ricomincia. Anche quello che è stato, anche quello che non è più, ricomincia. Di quello che non ricomincia, resta il ricordo.

Settembre è un mese strano. Ti ricorda che tutto ricomincia.
Anche quello che è stato, anche quello che non è più, ricomincia.
Di quello che non ricomincia, resta il ricordo.

23 settembre 1980.
Il tumore che ha in corpo ha raggiunto il cervello, gli ha detto il medico.
Non c’è più niente da fare. Non c’è più niente da fare, Bob, gli ha detto.
Dovrebbe annullarlo, quel concerto. Non dovrebbe nemmeno avere la forza di farlo.
Grazie a tutti, io ho finito, dovrebbe dire. Invece ricomincia, almeno per quella sera.
Perché settembre è un mese strano.
Il giamaicano che sale sul palco del Stanley Theater di Pittsburgh, in Pennsylvania, è agile, ossuto, pieno di rasta. La sua musica parla di schiavi e di redenzione. Soprattutto, di redenzione.
Fa grandi canzoni. Che scatenano grandi cose.

Lui – Robert Nesta, per gli amici Bob – nel sangue ha la lotta per la libertà.
Forse perché quello che gli scorre nelle vene per parte materna appartiene agli schiavi africani portati in Giamaica dagli inglesi.
Un giorno, giocando a pallone – scalzo, perché è così che lui ha scelto di rispettare la terra sotto i piedi – si ferisce l’alluce. Poca roba, ma quella ferita si gonfia, si infetta, annerisce e diventa un melanoma. Proprio sulla punta dell’alluce.
La cura è semplice: va amputato. Lui rifiuta perché la sua religione, il Rastafarianesimo, dice che il corpo deve rimanere integro. A qualsiasi costo.
Sei schiavo di una religione, gli dicono.
Sono libero di esserlo, risponde.
Ma così morirai.
E tu no?
E così da quell’estremità tumefatta ma perfettamente attaccata al corpo, quel bastardo di melanoma arriva ai polmoni, al fegato, allo stomaco. Al cervello.
L’11 maggio 1981, se lo porta via.
“Money can’t buy life” – i soldi non possono comprare la vita – dice a suo figlio Ziggy.
E se ne va.

Ora è su un’isola di cui pochi conoscono l’esistenza. Gira sempre con un nero dalla pelle bianca che fugge il sole e ha il vizio di camminare all’indietro.
Michael, smettila con questi urletti, gli dice Bob.
Poi vanno a mare e si divertono a sfottere Elvis perché, cazzo, avrà anche delle gran basette, ma in costume è davvero inguardabile.
Fanno i tuffi. Di quelli belli, da bambino, a bomba, che fai un sacco di schizzi e riemergi tutto compiaciuto, sperando ti abbia visto più gente possibile. Quelli che quando smetti di farli perdi un pezzettino di felicità senza nemmeno accorgertene.
Capita che ogni tanto accendono un falò, e allora Jimi spolvera la vecchia Fender che si è fatto arrivare chissà come. Mentre i rametti scricchiolano nel fuoco, cantano.
“Won’t you help to sing these songs of freedom?”

Poi fa notte, l’aria rinfresca, le voci si abbassano. Arriva il rumore della risacca, quella lenta, che ti fa fare e chiedere cose che altrimenti non avresti fatto e chiesto.
E tu come sei arrivato qui, Bob?
Lui allunga la gamba, alza il pantalone e glielo mostra.
Per un graffietto sull’alluce.
Da non crederci.

Lui è Bob Marley, appena otto mesi prima di morire.
Si vede che è malato, ma si vede anche quella libertà.

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