Condividi su facebook
Condividi su twitter

Senza spazio

di

Data

Sono stato disperatamente innamorato di una ragazza insulsa. Non aveva mai detto o fatto niente di interessante. Passo ancora le ore a tentare di capire perché le ero legato così profondamente. Non so darmi una risposta.

Sono stato disperatamente innamorato di una ragazza insulsa. Non aveva mai detto o fatto niente di interessante. Passo ancora le ore a tentare di capire perché le ero legato così profondamente. Non so darmi una risposta.
Quando si muoveva non incideva lo spazio. Ad esempio spostando una sedia o impilando i piatti in cucina, non si faceva sentire, sembrava non esserci.
Nei primi mesi della nostra convivenza, a volte mi sorprendevo di trovarla in camera a riordinare, perché non l’avevo sentita, come se non ci fosse. Attraversava le stanze insensibilmente, come se appena entrata fosse già altrove e io non ricordo di avere mai visto nei suoi occhi l’appartenenza a quei nostri luoghi. Le sue mani prendevano, appoggiavano, riponevano le cose senza passione, senza mostrare l’impulso di un’intenzione. Mi guardava con quel sorriso, un po’ ironico, che le inarcava appena la bocca ma non abbastanza da modificarne l’espressione.
“Che facciamo stasera? Cinema? Pizza?”
“Non so, per me è uguale.”
“Come può essere uguale un posto in cui si mangia con un cinema?”
“E’ che mi piacciono tutti e due.”
E poi faceva quel sorriso.
Era sempre così, non c’era situazione in cui lasciasse vedere l’impronta di un desiderio suo, diverso dai miei, che spostasse la prospettiva altrove. Anche ora, cercando di capire, torno a quando l’avevo incontrata.
“Ti piacerà”, aveva ammiccato Giorgio, “mi sembra che potreste intendervi… E poi ha un bellissimo sorriso, e non lo dico solo io!”
Li avevo raggiunti alla birreria nel parco, quel pomeriggio; c’era molta gente seduta e, oltre il brusio e le risate, si sentivano le grida di bambini che giocavano. Nella luce radente del settembre caldo, la vedevo parlare e sorridere, spingendo la testa indietro, quel gesto che da subito mi aveva attratto, mentre teneva le mani strette intorno al boccale gelato.
Mi era piaciuta subito, ma era stata soprattutto l’assenza di aggressività della sua persona a colpirmi. Sembrava che intorno a lei ci fosse spazio da occupare, comunque lei si sarebbe spostata un po’, quel tanto necessario all’altro. Era la facilità con la quale prendevo possesso di questo territorio nelle prime settimane che mi stordiva di piacere e di grandezza.
Poi, nel tempo, è subentrata la noia; quella facilità rassicurante è stata a poco a poco  superata da un sentimento di inerzia fastidiosa, dalla quale mi lasciavo trascinare.
Spesso dicevo a me stesso che no, non avrei anche stasera consumato le ore davanti alla tv, guardando un film qualunque, aspettando il momento della stanchezza. Sarei uscito.
Telefonavo a Giorgio dall’ufficio “Una birra più tardi?”
“Al solito posto?”
“Al solito, va bene.”
Poi tornavo a casa dal lavoro, ritrovavo il suo sorriso, la quiete dei suoi gesti e il regolare susseguirsi dei momenti prima e dopo la cena; mi avrebbe fatto indugiare anche l’attesa dell’amore più tardi, quando le intenzioni delle mie mani si sarebbero fatte spazio senza fatica nei movimenti del suo corpo, sempre docile e grato ai percorsi dei miei desideri.
Così decidevo che non sarei uscito e telefonavo a Giorgio trovando una scusa.
Sempre più spesso una rabbia profonda scuoteva questa mia inerzia: ce l’avevo con lei, era stata lei a farmi cambiare… ma soprattutto con me stesso: non mi riconoscevo più.
Una sera come molte altre, eravamo seduti sul divano, la luce abbassata; già vestita da notte, lei sorridendo ha allungato il braccio per circondarmi le spalle e io l’ho stretta forte, tirandola a me, fino a sentire che schiacciavo il suo seno contro le mie costole, impedendole il respiro. Ha cercato di divincolarsi, con un grido di dolore, ma io ho tenuto ancora. Quando ho allentato la stretta, si è allontanata: vedevo nei suoi occhi, lucidi di lacrime, la domanda seguire l’incredulità, ma abbassando lo sguardo ho ritrovato il suo sorriso, inalterato. Non le ho detto niente, le ho sorriso a mia volta e non c’è stato bisogno di altro.
Qualche sera più tardi, era in cucina, in piedi davanti al lavandino: aveva appena chiuso il rubinetto e sistemava i piatti sciacquati con gesti precisi e leggeri. Mi sono avvicinato a lei e di nuovo ho avuto voglia di farle male: era per quel sorriso eterno, per quell’invito a occupare ancora più spazio, che percepivo quasi come una sfida a provare fino a dove mi avrebbe lasciato arrivare. Vedevo la sua nuca, la crocchia dei suoi capelli lucidi tenuti dal fermaglio rosso, l’incavo delle sue spalle attraverso la trama della maglietta; le ho messo le mani intorno al collo sottile e ho cominciato a stringere.
Appena le mie dita sono affondate, si è irrigidita e il suo movimento si è interrotto, lasciando sfuggire il piatto che teneva in mano. Ho stretto ancora, il suo respiro cominciava a sporcarsi di un sibilo faticoso, che si mescolava al mio respiro accelerato. Aspettavo che le sue mani si aggrappassero alle mie, che cercassero di forzare la presa: avrei trovato il limite, il punto di rottura e sentivo confusamente che avrei avuto voglia di andare oltre quel confine, che non mi sarei più fermato. Ma lei non cercava di liberarsi, allungava le braccia indietro e cercava di circondare i miei fianchi; spostava l’equilibrio del suo corpo verso di me, appoggiandosi di più: era un gesto urgente, d’abbraccio, come a dirmi che sì, accettava anche quello.
Non ci sarebbe stato limite, lei si sarebbe consegnata a me senza misure. Cominciavo anche a sentire che senza di lei, senza questo spazio che mi lasciava e di cui avevo bisogno, sarei stato vuoto.
Ho allentato la presa, lei si è voltata, le macchie rosse sul suo viso hanno cominciato a schiarirsi; ha piegato le ginocchia, l’ho abbracciata e sollevata verso di me.
Lei ha spinto indietro la testa, in quel gesto così familiare. Vedevo bene i segni sul collo, ma la sua bocca aveva di nuovo quel sorriso. In un lampo di lucidità sono stato assalito da un misto di vergogna e imbarazzo, non riuscivo a guardarla negli occhi, ho farfugliato qualcosa e l’ho abbracciata.
Quante volte si era ripetuto il copione prima di quel giorno? Non so dirlo, quel tempo è distante. Una domenica lei riordinava come al solito e io stavo sul divano al giornale; come al solito la casa era silenziosa, di quel silenzio sospeso che entrambi conoscevamo bene. Un attimo prima era entrata nel salotto, ma io non l’avevo sentita; l’aveva già attraversato quando l’ho vista, con la coda dell’occhio, vicino alla tavola, che prendeva la grande fruttiera di ceramica gialla; niente, avevo ripreso la lettura. Un rumore di cocci mi ha fatto alzare improvvisamente, dalla soglia della cucina ho visto i frammenti gialli sul pavimento, una mela stava ancora rotolando verso l’angolo; ho alzato gli occhi, ho fatto un passo per entrare, ma lei ha lasciato cadere una pila di piatti che teneva in mano. Il frastuono, come un’onda d’urto, mi ha costretto a indietreggiare. Mi guardava fissa e sorrideva.
“Ma che cazzo!” avevo fatto un passo dentro la stanza e lei, senza muovere lo sguardo dal mio, con un gesto rapido, si è allungata sul tavolo, ha circondato col braccio un mucchio di posate e le ha buttate per terra. Il suono metallico è rimasto a lungo nell’aria, lei ha continuato a sorridere ancora, muovendo la testa all’indietro e guardandomi; non ho oltrepassato la soglia della stanza, sono indietreggiato, confuso.
Più tardi l’avevo raggiunta a letto, dove sempre i nostri territori si erano intrecciati trovando un accordo; stava leggendo, la testa appoggiata a un cuscino più alto; non ha alzato lo sguardo, sembrava che anche io fossi altrove; le ho appoggiato come al solito la mano sul fianco, tirandola un po’ verso di me, lei si è voltata e mi ha guardato: ho visto quei gesti, ho sentito quei rumori, diversi e assordanti, ho capito che non c’era più spazio. Lei mi stava ancora sorridendo e con quel sorriso si è girata e ha spento.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'