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Waco blues

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L’idea di andare all’Aqua Fan Resort di Waco mi frullava in testa da parecchio tempo. D’estate, il Texas è particolarmente riarso e un luogo dove ristorarsi tra piscine, scivoli e trampolini mi solleticava.

L’idea di andare all’Aqua Fan Resort di Waco mi frullava in testa da parecchio tempo. D’estate, il Texas è particolarmente riarso e un luogo dove ristorarsi tra piscine, scivoli e trampolini mi solleticava. Così un sabato ho preso la mia ragazza, che ho chiamato Grace come mia nonna, siamo saltati sul pick-up, poche miglia e Waco!
All’ingresso mi avevano fatto qualche storia per la mia ragazza, ma io ero riuscito a convincerli che era buona, del tutto addomesticata, e poi ero pronto a pagare per lei un biglietto doppio, argomento quest’ultimo che aveva subito convinto il cassiere dell’Aqua Fan Resort. Così una volta dentro, io e Grace eravamo passati da una piscina all’altra, facendo a gara su chi arrivava prima. “Guarda quel bambino com’è peloso!” gridava un piccolo indicando Grace. “Ma dai, è una scimmia non lo vedi?” – lo correggeva il fratello più grande. Eppure io le avevo messo un pagliaccetto a righe bianche e rosse, con pettorina blu piena di stelline tanto all American, convinto che dopo un po’ nessuno la vedesse più come diversa. Ma io e Grace ci amiamo e tutto il resto non conta.
Arrivammo in cima al trampolino più alto, lo scivolo Niagara Aqua Flash. Mi piazzai la mia ragazza tra le gambe tenendola ben stretta a me con le braccia. Vista da lassù la discesa faceva paura, ma Grace mi si rannicchiò addosso e ci lasciammo scivolare giù. Subito cominciammo a prendere una velocità fuori controllo e Grace si agitò, facendo dei suoni gutturali che non le avevo mai sentito fare. Si divincolò violentemente e nella foga mi dette un morso al braccio. La corsa aumentava in maniera esponenziale, eravamo ormai solo due corpi separati che sembrava dovessero sfondare il muro del suono. Arrivò l’impatto con l’acqua, Grace davanti e io appresso. Nel tornare a galla, mi guardai intorno in cerca di Grace, ma non la vidi. Pensai che fosse già scappata via, fuori da quella piscina e dallo spavento che si era presa, così uscii anch’io dall’acqua per cercarla in giro. Ma niente, non la trovavo. Dopo un po’, vidi un assembramento accanto alla piscina dell’Aqua Flash e qualcuno, uno dei bagnini addetti alla sicurezza, uscire dall’acqua con tra le braccia il corpo senza vita di una scimmia. La mia Grace.
Ho pianto così tanto nel viaggio di ritorno, col cadavere di Grace sul posto del passeggero, che sono quasi finito fuori strada tre volte.

Arrivati alla farm, l’ho sollevata delicatamente e sistemata nel patio, sulla sedia a dondolo di nonna Grace. Il pagliaccetto è ancora tutto bagnato e forse avrà freddo, meglio farla asciugare al sole.
Nel rivederla lì, ammucchiata come uno straccetto, mi torna in mente la prima volta che la vidi in quel negozio. Lei mi si aggrappò addosso come a dire “Portami via, portami via da qui” e io non seppi resisterle. Nonna Grace era morta da poco e mi sentivo molto solo. “È una scimpanzé femmina più chiara del normale, quasi albina – disse il commesso del negozio come a scusarsi – e… – aggiunse con un filo di voce – ha circa otto anni.” Nei tre anni passati da quel giorno, Grace si era rivelata il miglior acquisto della mia vita, una compagna ideale. Poche parole, qualche grugnito eppure ci capivamo al volo. Insieme guardavamo la TV per ore e ore, facevamo a gara a chi finiva prima i pop corn di cui anche lei era ghiottissima e riusciva pure ad aprire le bottiglie di birra con i denti. Mai una lite, mai un contrasto. Anche sui film da vedere eravamo sempre d’accordo. Magari Via col Vento, il film preferito da nonna Grace, l’annoiava e dopo poco si addormentava, ma durante King Kong e il Pianeta delle Scimmie manifestava il suo gradimento con squittii e gridolini. Quello che però la eccitava al massimo erano i film di Tarzan. All’apparizione di Cheetah cominciava a saltare sul divano e a battersi il petto, tanto che presi l’abitudine di farle bere una camomilla prima del film.

Dopo qualche mese però mi resi conto che forse quel giorno, in quel negozio, avrei dovuto investigare di più sull’età di Grace e sul suo passato. Di notte dormivamo abbracciati e la cosa mi sembrava normale, visto che anche di giorno mi stava addosso tutto il tempo. Era come avere un bambino che non ti molla mai, ma io ne ero felice. E poi il lettone di nonna Grace, da quando lei se n’era andata nell’aldilà, era diventato troppo grande. Passato un primo periodo di timidezza, la notte Grace aveva cominciato a fare delle strane manovre con me. Sembrava navigata e sapeva molto bene cosa fare. Io da parte mia ero del tutto innocente e non capivo dove andasse a parare. Però incuriosito la lasciavo fare. Quelle sue mani nodose avevano cominciato a frugarmi sotto il pigiama, ad accarezzarmi il busto e poi lungo tutto il corpo. Le reazioni che mi suscitavano erano contraddittorie. All’inizio provavo un certo fastidio nel sentire la sua mano, rasposa come una carta vetrata, toccarmi i capezzoli, lo stomaco, la pancia ma quando cominciò a scendere più giù il respiro mi si fermava in gola e il cervello di colpo si annebbiava. Usciva pure uno strano liquido vischioso dal mio pisello e ci misi un po’ a capire che tutto quello poteva essere un orgasmo. Ma che ne sapevo io? Non l’avevo mai provato. Fu lì che cominciai ad innamorarmi della mia Grace.

“Eccoti qua, mia adorata Grace, al centro come una regina”. Alla fine le ho tolto quel ridicolo pagliaccetto e le ho messo una camicia da notte bianca della nonna. Non avevo mai osato farlo prima, ma data la circostanza sono sicuro che nonna Grace non avrebbe da ridire. Le metto dei cuscini dietro alla schiena e ora la mia Grace troneggia in mezzo al letto, proprio come la nonna. Si è fatto buio. Scendo in cucina e torno su con delle candele che sistemo sul comò, sui comodini e anche per terra, in cerchio. Le accendo tutte, spengo le lampadine e all’improvviso l’atmosfera sembra acquistare la magia lontana delle notti africane.
Nella stanza rimbomba la cadenza ritmica dei tamburi, il battere dei piedi nudi sulla terra, il correre leggero delle gazzelle, il procedere cauto delle giraffe, il galoppo grafico delle zebre, l’incedere maestoso degli elefanti e in lontananza l’eco di un ruggito di leone, il tutto a comporre un canto sommesso per il rito funebre di una regina della savana.
Al centro, il fuoco va tenuto vivo per tenere lontane le iene.
Il silenzio della prateria texana viene squarciato dalle sirene dei pompieri di Waco che accorrono al capezzale di una fattoria morente.

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