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Appunti portoghesi

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Lisbona è una città che stimola l’immaginazione del viaggiatore, figuriamoci se a visitarla, mano nella mano, sono una fotografa e uno scrittore, Mario Abbati.
© Laura Sabatino

Testi di Mario Abbati

Viaggiare è importante non perché ci mette in contatto con culture e popolazioni a noi ignote, con piatti gastronomici mai assaggiati, con lingue che ci troviamo ad ascoltare per la prima volta. Quello è il lato superficiale del viaggiare. Il motivo prioritario che dovrebbe spingerci a montare su un treno o su un aereo per varcare la frontiera è l’esigenza di trovare i nostri luoghi autentici, posti che fino al giorno prima significavano soltanto un nome e che, all’improvviso, non appena ci mettiamo piede, scopriamo fatti su misura per noi, come se una parte delle nostre radici fosse sepolta là sotto.

Questa è la mia città.

Lisbona è sicuramente un luogo autentico, l’ho visitata a inizio estate insieme a Laura e l’impressione è stata forte, epidermica.

Io potrei vivere in questa città.

© Laura Sabatino

Non riesco a sopprimere il pensiero – ma forse è un’illusione – che mettendo a fattor comune le caratteristiche peculiari dei luoghi autentici emerga qualche lato oscuro del nostro carattere, come se fosse lecito stabilire un parallelismo tra urbanistica e psicologia, tra mappe stradali e mappe mentali.

Lisbona è una città dove ordine e disordine coesistono sempre in parti uguali, dove nel giro di pochi metri a piedi si può passare dal labirinto di vicoli scoscesi del Bairro Alto – la Città Alta – o dell’Alfama, la collina sormontata dal Castelo de São Jorge, alla simmetria rassicurante della Baixa, un’elegante scacchiera di viali rettilinei che collega la maestosa Praça do Comércio alla più colorata Praça do Rossio, centro nevralgico della vita lisbonese.

Una città che concede il doppio punto di vista – dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto – è generosa sia per gli occhi che per l’anima: grazie al continuo interscambio di prospettiva, con le concavità che mutano in convessità e viceversa come in una stampa di Escher, il viaggiatore, senza rendersene conto, subisce un parallelo processo di sdoppiamento: chi sono io, l’immagine che dall’interno proietto verso fuori o quella che mi sono costruito assemblando le idee degli altri?

Una città, per entrare nella rosa dei luoghi autentici, deve essere percorribile a piedi, in modo che venga assimilata con lentezza, in sintonia col tempo interiore di chi viaggia. Clima favorevole, quindi, né troppo freddo da congelare le giunture, né troppo caldo da trasformarci in fontane ambulanti; dove sia possibile ricomporre le riserve di zuccheri attingendo a una gamma piacevole e variegata di soluzioni, senza costringere lo stomaco a compromessi nauseanti.

Lisbona è tutto questo: se uno si stanca di arrampicarsi per le sue stradine tortuose o di massacrarsi i polpacci nella discesa a valle, basta beccare la fermata a giusta e montare su uno dei numerosi tram centenari che solcano le vie del centro. Il 28 soprattutto, vera e propria leggenda urbana, dove in cambio di pochi spiccioli, tra lo sferragliare degli ingranaggi e le voci multietniche dei passeggeri, magari seduti su una panca di legno, si osserva scorrere la città ad andatura blanda, traballante, la stessa di cent’anni fa.

Nota a parte merita la scelta gastronomica. Pesce, soprattutto, com’è lecito aspettarsi da una città di mare, anzi di fiume tendente al mare. E, primo fra i prodotti del mondo sommerso, il baccalà. O bacalhau. Il baccalà che si mangia a Roma mi ha sempre evocato immagini da refettorio di convento, un piatto umile, popolare, un pesce duro e stoppaccioso che si mangia per penitenza o, quasi se ne volesse ammorbidire il sapore, si edulcora nella versione fritta e pastellata dei filetti. A Lisbona no, O bacalhau è un piatto regale, lo si mangia in tutte le forme e salse possibili, dalle crocchette alle soluzioni agrodolci. Così come le sardine – as sardinhas – che si vendono nei ristoranti ma anche nei negozi di souvenir e nelle tipiche Conserveiras, inscatolate dentro pacchetti variopinti e dalle illustrazioni in stile vintage che se non contenessero resti umani sott’olio verrebbe la voglia di collezionare.

Chi oltre al pesce ama anche il dessert non può rinunciare ai dolcetti tipici di Lisbona, os Pasteis de Belém, tortine di pasta sfoglia e crema caramellata con spruzzo di cannella, disponibili sui banconi di qualsiasi pasticceria o caffè – tra i quali si consiglia vivamente di visitare il Café a Brasileira, all’inizio dell’aristocratica Rua Garrett, dove Pessoa, icona letteraria della città, trascorreva le sue giornate e continua a trascorrerle, in versione bronzea, seduto su una panchina – ma che vale la pena andarsi a gustare nelle sale vagamente neoclassiche dell’Antiga Confeitaria de Belém, la pasticceria dove hanno inventato la ricetta: basta prendere uno dei tram che costeggiano la sponda del Tago in direzione oceano, quindici minuti di viaggio dissestato che aiutano ad evacuare lo stomaco dalle scorie dei pasti precedenti e i giochi sono fatti.

Lisbona è anche musica. Il fado, soprattutto, genere musicale che sta a Lisbona come il tango sta a Buenos Aires e che si può ascoltare dal vivo in una delle infinite trattorie che si affacciano sui vicoletti dell’Alfama, oppure nei locali specializzati dove si esibiscono vere e proprie star di settore. Come il tango, anche il fado è intimamente legato al tessuto vitale della città, i testi richiamano continuamente Lisbona, le sue viuzze nostalgiche e i quartieri più o meno malfamati, posti che affondano le radici nel passato ma che allo stesso tempo rappresentano una sfida al futuro.

Non solo fado, però. Basta svoltare un angolo, affacciarsi in un cortile, visitare uno dei monumenti tipici della città, per imbattersi in musicisti ambulanti che suonano di tutto, dalle chitarrine spagnoleggianti allo Hang, strumento a percussione di origine svizzera.

Ma l’autentico luogo autentico, mi si perdoni il gioco di parole, se ha la pretesa di stimolare l’inconscio del viaggiatore, quella parte di noi stessi dove passato, presente e futuro si mescolano  in un magma caldo e colloso, deve squagliare il tempo lineare degli orologi come capita nei quadri di Dalí. Lisbona in questo si dimostra più che all’altezza: è sufficiente sostare ai piedi del monumento alle Scoperte – in portoghese, Padrão dos Descobrimentos – guardare dove guardano i personaggi eroici accalcati lungo le due rampe laterali che convergono sulla figura di Enrico il Navigatore con la caravella in mano, per capire che passato e futuro non sono momenti separati ma fanno sempre parte dello stesso pacchetto, che una volta lanciato un sogno verso il Nuovo Mondo, quello Vecchio non può che cambiare di conseguenza.

Risalendo il Tago di qualche chilometro fino al Parque das Nações, l’area avveniristica che nel 1998 ha fatto da cornice all’Esposizione Universale, si prova una sensazione simile: i 17,2 chilometri del Ponte Vasco da Gama – il più lungo d’Europa, in grado di coprire cinque volte lo Stretto di Messina – che partono là accanto, se sul piano geografico rappresentano il collegamento perfetto tra nord e sud, su quello ideale mettono in corto circuito passato e futuro evitando le distinzioni contorte che ci vengono imposte dalla cultura.

Una postilla doverosa la dedico ai dintorni di Lisbona, due luoghi, soprattutto, che meritano una visita prima di rifare le valigie. Il primo è Sintra, antica residenza estiva dei monarchi portoghesi, un borgo così perfetto che sembra finto; che chi, come me, ha superato quota cinquanta e già da ragazzino era affamato di mondi paralleli, non può non associare al Villaggio della serie cult di fine anni ’60, il Prigioniero, da cui il protagonista, il Numero 6, cercava inutilmente di fuggire. Ecco, in un posto come Sintra io pagherei per farmi imprigionare, nel giro di sei mesi scriverei il romanzo della mia vita.

Il secondo, proseguendo da Sintra verso la costa atlantica, è Cabo da Roca, la sporgenza di roccia più a occidente d’Europa, ancora più a sinistra di Cabo Finisterre, più a nord, che gli spagnoli, non senza presunzione, consideravano la fine del mondo. È qui che, in bilico sul precipizio, col naso e le punte dei piedi affondati nel nulla, guardando cielo e mare che convergono sulla linea dell’orizzonte, il venticello fatato di Lisbona torna a solleticarci l’inconscio, facendo sì che passato, presente e futuro, diventino le tre dimensioni di uno stesso panorama.

Ora è pomeriggio e sono in spiaggia, sul litorale pontino, affondato in una sdraio col mare davanti e un libro aperto fra le mani, un romanzo ambientato a Lisbona che mio fratello mi ha prestato per riannodare il filo ideale che mi lega al Portogallo, senza sospettare che il protagonista è vittima della stessa magia che mi ha colpito durante il viaggio: un professore di latino e greco che vive a Berna e conduce la vita più ripetitiva che si possa immaginare e che un giorno, per colpa di un libro scritto in portoghese, molla tutto, prende il primo treno per Lisbona e là scopre di aver trovato il suo luogo autentico. Certi libri sono vivi, uno dimostra loro dei sentimenti e loro in qualche modo li ricambiano. Questo che sto leggendo, sulla foto di copertina, mostra un uomo che contempla un panorama invisibile, affacciato alla ringhiera di un’ampia terrazza coi gomiti poggiati su un corrimano in ferro battuto; alle spalle dell’uomo, l’ultimo piano di un antico palazzo lisbonese scandito da cinque finestre buie con decorazioni in stile moresco. Mentre leggo, il sole cala fino a tramontare, la luce si abbassa a tal punto che non riesco più ad andare avanti. Così chiudo il libro. Ma quando mi fisso sulla foto di copertina rimango di pietra. Le finestre, quelle dell’ultimo piano del palazzo antico, dietro l’uomo affacciato alla terrazza. Sono illuminate, tutte e cinque.

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