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Effetti indesiderati

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Sbadigliò fragorosamente, le braccia tese dietro le orecchie e le gambe a stiracchiarsi con teatralità. Sfilò il cellulare dalla tasca alzando leggermente il bacino, facendo perno sui braccioli della poltrona per riemergere dalla conca che si era creato tra i cuscini.

Sbadigliò fragorosamente, le braccia tese dietro le orecchie e le gambe a stiracchiarsi con teatralità. Sfilò il cellulare dalla tasca alzando leggermente il bacino, facendo perno sui braccioli della poltrona per riemergere dalla conca che si era creato tra i cuscini. Le 15 e 30. Il ritmo dei suoi battiti ebbe un’accelerazione repentina. Sollevandosi con uno slancio un poco esagerato per un uomo della sua età e del suo contegno fece per uscire dalla stanza.
– “Vai pian’a mammà, che ti fai venire un altro infarto così…e lo fai venire pur’a me!”
Sebastiano, ancora mezzo curvo per lo slancio, si arrestò sulla soglia del tinello di casa sua, quella bella casa in via dell’Orso che aveva comprato con Matilde, sua moglie, trent’anni prima. Per un attimo pensò proprio a lei, forse era Matilde che gli parlava. Doveva smetterla con quell’abitudine della pennichella, e anche con quella della sambuca nel caffè del dopo pranzo: dovevano causargli, in sinergia coi suoi 65 anni, qualche momentaneo scompiglio neurologico. Si raddrizzò sulla schiena, inspirò l’aria a gonfiare le spalle e si auscultò il polso. Il Norvasc l’aveva già preso, forse 5 gocce di Xanax, giusto come placebo, sarebbero state utili. In cucina, prese un bicchiere dallo scolapiatti e aprì il rubinetto dell’acqua fredda. Nel lavello c’erano un piatto fondo macchiato di rosso, una forchetta, un piattino da frutta e un coltello con la lama dentellata. Anche quel giorno, il pollo alla cacciatora che Rosa gli aveva lasciato nella pentola sul fornello era rimasto lì: aveva preferito cucinarsi da sé uno spaghetto al pomodoro, l’unica cosa che sapeva fare e l’unica che pareva piacergli da quando Matilde non c’era più. Aprì l’anta dell’armadietto dei medicinali, accanto alla dispensa dei biscotti.
-“E non t’abbuffà di quelle porcherie! Lo sai che ti guastano solo lo stomaco, come te lo devo dire?”
La pressione di Sebastiano ebbe un’altra impennata. – “Mm…Mamma?”
– “Eh gioia, sto qua, non mi fare urlare dall’altra stanza”. La mano di Sebastiano si aggrappò allo stipite della porta. Le allucinazioni uditive erano tra i primi sintomi della sindrome senile. Ma così, da un giorno all’altro…Forse aveva avuto un ictus silente durante la notte. In quel caso, però, le sinapsi sarebbero risultate alterate e invece gli pareva di essere stato cosciente per tutto il tempo. Doveva chiamare Lombardi prima che iniziasse le visite del pomeriggio. E le sue, le sue visite! Erano le 15 e 45 ormai, Lorenza non lo aveva ancora cercato, ma era solo questione di minuti. S’incamminò verso il bagno con l’obiettivo di sciacquarsi la faccia e riprendersi in tempo per andare allo studio. Passò in camera da letto, infilò le scarpe e le allacciò. Nell’ingresso, le chiavi della macchina, il giaccone sull’attaccapanni. Chiuse la borsa professionale e fece per afferrare la maniglia.
– “Che fai, manco mi saluti? Vai piano! E chiama quando arrivi!” Sebastiano mollò di scatto la borsa a terra. Doveva chiarire questa storia per lavorare tranquillo. Riprese il corridoio, sbirciò in cucina, si affacciò in tinello: – “Fai cose buone, a mammà, io t’aspetto stasera. E copriti che oggi si gela…qua a Milano ci manca il sole!”. Non credeva alle sue orecchie. Veniva da quella stanza. Si accostò con cautela al tavolo antico, lucido e scuro, coi pedi appena sul tappeto. Non c’era nessuno. Il balcone era chiuso e le tende erano tirate: non veniva da fuori, quella voce. -“Che è, stai preoccupato? Dill’a mamma tua, che è che ti fa stare in pensiero? Tieni ‘na faccia!” A sinistra, qualcosa gli parlava dalla sua sinistra. Guardò l’abat-jour, i quotidiani impilati e le riviste col telecomando in cima, la poltrona, i cuscini arruffati. La poltrona.
L’ascensore s’era fermato al terzo piano con un singhiozzo. Sebastiano inspirò.
Dopo l’ultima visita al suo studio aveva congedato Lorenza con un cenno del capo e un mezzo sorriso, come ogni mercoledì e venerdì alle 20 e 30, puntuale. Ma poi, sull’uscio, gli era venuto in mente di chiederle di spostare l’appuntamento di giovedì con l’informatore farmaceutico e che sì, era meglio rivedere gli orari di visita per la settimana seguente e “Lorenza, si ricordi quella fattura” e ancora, “ha sentito che vergogna quella storia delle tangenti del presidente della regione? E gli appalti! Eh sì, fanno bene poi col voto di protesta…Ma certo, la starà aspettando per cena, capisco. Certo, certo, con la metro ci impiega anche più di mezz’ora…allora non la trattengo oltre. Ah! Un’ultima cosa, a proposito del suo contratto…” Dalla riforma del lavoro alle olimpiadi invernali le aveva provate tutte: temporeggiava il più possibile lui; la povera Lorenza col cappotto sulle spalle e il cellulare in una mano.
Passate ampiamente le nove, rimasto solo in mezzo alle lastre di addomi e crani e bacini fratturati, iniziava a rassegnarsi all’idea di dover tornare a casa, quando un borbottio dello stomaco gli venne in soccorso suggerendogli il pretesto che stava cercando: sì, avrebbe cenato fuori. Con meno di dieci minuti di camminata sarebbe arrivato da Beppe, “il re della cotoletta”, e in quindici si sarebbe ritrovato davanti alle patate al forno che ordinava là da vent’anni. Ci portava spesso Matilde: lei passava a prenderlo verso le otto, quando lui si affrettava a sbrigare la visita con l’ultimo paziente della giornata; bevevano barolo e commentavano quanto bene si sentisse in fondo al palato il rosmarino dell’arrosto dopo un sorso di quel vino. Ora non c’andava più, tranne in casi che, come quella sera, non esitava a definire disperati. Un’ora più tardi il piatto delle patate, vuoto, era stato portato via e il calice di rosso della casa, che barolo di certo non era, ricordava il contenuto che aveva ospitato con un fondo scuro e un alone violaceo sul vetro. Sebastiano pagò il conto, lasciando la mancia sul tavolo e una pacca amichevole sulla spalla di Beppe. Per il tempo della cena non aveva pensato ad altro che a Matilde, alle serate in silenzio sul divano che condividevano fino a pochi mesi prima e di cui solo ora riconosceva il piacere.
Camminava lungo viale Magenta, in mezzo ai platani già tutti nudi per il vento e il freddo e la tristezza. Camminava, e a mano a mano che si avvicinava al suo studio, dove l’auto era parcheggiata, il senso di pesantezza che lo aveva oppresso nel pomeriggio e che il vino era riuscito a sopire, riprendeva e anzi aumentava a ogni passo. Arrivato alla macchina le mani gli parevano fremere e sudare e si ripromise di dare una controllatina alla pressione prima di mettersi a letto e di prendere pure una pasticca di Lortaan, che con l’ipertensione non si sa mai. Aprì lo sportello, ma non si sedette nè mise in moto. Piuttosto, si premurò di controllare tutte e quattro le ruote con un calcetto, scostò le foglie secche dal parabrezza una ad una e si mise a sbattere per bene i tappetini, lamentandosi del fango secco che si attacca alle suole dopo la pioggia.
Lungo il tragitto le pulsazioni del suo cuore erano tanto più rapide della velocità a cui viaggiava che più di un’automobilista, superandolo, gli aveva urlato cose fortunatamente censurate dai clacson. Al verde del semaforo aveva rallentato ancora aspettando scattasse l’arancione, per poi sospirare facendo segno al malcapitato dietro di lui che era inutile, non era colpa sua, è la legge. Per tutto il tempo era riuscito a controllare ogni singolo movimento del suo corpo come al rallentatore, mentre tra le costole l’ansia faceva galoppare il respiro. Ma alla fine l’ascensore aveva singhiozzato. E di scuse a quel punto, coi piedi sul tappetino davanti alla porta blindata del suo appartamento, non ne aveva più.
Al quarto giro di chiave nella serratura il suo cuore accelerò ancora: “Se non è l’Alzheimer, sarà un altro infarto”. Senza schiacciare l’interruttore della luce s’avviò per il corridoio come un ladro, lasciandosi dietro i cigolii sinistri del parquet. Approdò al suo letto, si appoggiò in pizzo al materasso e slacciò le scarpe. Era ridicolo, tutto, ancor peggio questa cautela…In uno scatto d’orgoglio accese la luce, in calzettoni arrivò nel tinello, afferrò il telecomando e planò sui cuscini scomposti della poltrona. “Uè qua stai? M’ero appisolata, non arrivavi più. M’hai fatto stare in pensiero…e si so’ pure raffreddati i friarielli mò”. Come si fosse seduto su un cactus, Sebastiano scattò sull’attenti. “Ma si può sapere che succede? Adesso basta, basta!” -“Ma che dici, a mammà? Calmati! Dev’esse stata ‘na brutta giornata, eh? Chi t’ha fatt’arrabbiare? Dimmèll…” La mano di Sebastiano passò dietro le lenti a stropicciare gli occhi stanchi e poi sulla fronte a scostare dal sudore i pochi capelli che aveva. “Che tieni, si può sapè? Io me ne so’ accorta, lo sai? Tu non stai bene, fidati di mamma tua!” Ancora tremante, il povero Sebastiano afferrò una sedia antica come il tavolo lucido e scuro e ci si sedette, i gomiti sulle cosce e il viso tra le mani, giusto di fronte alla poltrona. L’aveva comprata da un rigattiere di Castellammare sua moglie Matilde. Aveva gusto lei, l’aveva convinto che con una stoffa nuova e un paio di cuscini rotondi, sarebbe stata perfetta nel loro salotto. Adesso la fodera dei braccioli era diventata lucida per l’usura, allo schienale era saltato un bottone del capitonnè e i cuscini avevano una forma pressoché indefinibile. Era azzurra, quasi grigia, anche se lui chiedeva sempre a Rosa di rinfrescarla col detergente per tessuti, come faceva Matilde. Ma Rosa si preoccupava solo del pollo da lasciargli per pranzo. Alzando gli occhi, Sebastiano si accorse che nello schienale c’era impressa la sua sagoma come in uno stampo, che dove poggiava sempre il collo il tessuto era più scuro, che i bordi laterali della seduta imbottita si rialzavano leggermente agli angoli come una bocca in un sorriso.
Alla fine si arrese: -“Dici che si vede tanto? Ho già chiamato Lombardi comunque, sabato passo in ambulatorio da lui per il check-up…indagini di routine ovviamente, ma è sempre meglio stare sicuri, no? Tu…tu dici che si vede tanto?”
-“Ej’ voglia! Sentimi, gioia di mamma: se continui così finisce che t’ammazz’e fatica! Tieni pure na certa età mò…E po’ stai semp sùl! Ma, dic’ij, ma si po’ campà accussì? Finché c’era tua moglie, pace all’anima sua, stavi bene, stavi cuntent…è ver’a mammà? Tu stavi contento e io stavo zitta, pecchè quand ‘na mamma vede ch’u figlio sta bene, sta bene pur’ essa. Ma mò, dimmi la verità, che ti manca di più: Napoli, tua moglie o io proprio?” Il battito si arrestò per un momento nel petto di Sebastiano, senza dargli manco il tempo di un’autodiagnosi. Non era un’extrasistole, ma faceva male uguale. Senza muovere minimamente le gambe si sporse in avanti dalla sedia, precipitando di faccia tra i cuscini della vecchia poltrona azzurrognola.
Se qualcuno, per un assurdo caso, fosse entrato in quel preciso momento di quella sera invernale nel tinello dell’elegante trilocale al terzo piano del numero 14 in via dell’Orso a Milano, avrebbe trovato un robusto uomo di mezza età in calzettoni bianchi piegato a novanta sulle ginocchia, con la faccia schiacciata nella gommapiuma di una poltrona scolorita e gli occhiali da lettura nella mano destra. Ma non ci fu nessun assurdo caso. Sebastiano rimase così per un tempo incalcolabile, poi si tirò su prima con la schiena, le gambe, ultime le vertebre cervicali, e mollemente si girò sul fianco destro adagiandosi tra i braccioli della sua cara poltrona sistemando il bacino fra i cuscini come un uovo in un nido. Dimenticò le compresse di Norvasc e le gocce di Xanax, non prese la Cardioaspirina né il Lortaan all’orario prescritto e per una notte non si preoccupò nemmeno della sua ipertrofia prostatica.
Al mattino seguente la luce limpida e violenta di gennaio gli fece riprendere coscienza ben presto. Con la bocca impastata e le spalle indolenzite si diresse in bagno, dove riempì la vasca d’acqua calda e si tolse i vestiti del giorno prima tutti sgualciti e appiccicosi. Mentre il rumore dell’acqua scrosciante si allontanava, Sebastiano raggiungeva la cucina, ancora in calzettoni. L’abitudine muoveva la sua mano sinistra a tentoni sullo scolapiatti, poco più in alto della sua testa, in cerca della tazzina di porcellana per il primo caffè della giornata, ma senza esito, il che lo costrinse a spalancare gli occhi ancora secchi e inforcare le lenti. Sul tavolino coperto dall’incerata c’era una tovaglietta all’americana al centro della quale fumava trionfante la sua tazzina. Al lato, la moka era ancora calda e la confezione dei biscotti non attendeva che una mano che ci si inabissasse. Sebastiano arretrò, alitò sulle lenti e le strofinò con il canovaccio, prese un bel respiro, strinse gli occhi e riprovò: tutto era ancora lì. Si sentì avvampare. Cominciò a rovistare con foga tra le scatole di medicinali nell’armadietto, facendo piovere sul piano di marmo sottostante foglietti illustrativi, campioni monodose, pillole sfuse, boccette di vetro marrone col tappo contagocce.
– “Ma che è sto casino a prima mattina?”
– “Mi…mi hai fatto…mi hai fatto tu il caffè??”
– “Eh…perché, non è venuto buono? O preferivi il latte scaldato forse?”
– “Mi…mi…mi verrà un colpo! Questa…questa è la volta buona che ci rimango!”
– “Eh non esagerare però, gioia mia! Effettivamente stai un poco stressato, non te lo bere a mammà che quello è eccitante…sul chell c’ manca”.
Le ginocchia di Sebastiano tentennavano, sembravano non avere più intenzione di sorreggerlo. Dovette sedersi, provò a inspirare ed espirare col diaframma, inspirare, espirare, ma non bastava. Tra le scatole sul ripiano cercò l’inalatore di Ventolin, ma era scaduto, il che aggravò la sua ansia. Corse all’ingresso, prese il cellulare dalla tasca del giaccone e cercò in rubrica Lombardi: -“Attilio…Attilio sono io, devi aiutarmi, sono a casa…Attilio…Pronto?” La voce meccanica della signorina era passata all’inglese, “…is not avaible at the moment…” Il petto di Sebastiano sobbalzava ad ogni secondo senza dargli tregua.
-“Che è mò, non ti senti bene? E siediti che ti faccio un poco di acqua e zucchero. Però ti devi acquietare che mi fai venire una cosa pure a me!”
Senza pensare di essere ancora in mutante e calzettoni soltanto, Sebastiano spalancò la porta di casa e uscì. Si attaccò al campanello della signora Ravani, dell’interno 6, ma a quell’ora la signora accompagnava i figli a scuola. Le sue mani sudate battevano sulla porta blindata, gemella di quella del suo appartamento, e dal fondo della gola una vocina stridula che non gli apparteneva si sforzava di chiedere aiuto. In quel momento, e senza che lui potesse sentirlo, l’ascensore alle sue spalle si fermò con l’abituale singhiozzo e dalle porte automatiche fece comparire una signora bassa, rotonda, strizzata in un cappotto nero spelacchiato.
–“Oddio, dottore!” La schiena di Sebastiano si drizzò con un brivido.
–“Rosa, Rosa! Mi aiuti! Chiami il 118, chiami chi le pare…chi cazzo le pare, ma la prego mi aiuti!” Fece giusto in tempo a finire la frase prima di schiantarsi sul pavimento come un ramo colpito da un fulmine.
Quando riaprì gli occhi, Sebastiano riconobbe le mani di Rosa contorte dalla preoccupazione e dall’artrite reumatoide. Al secondo battere di palpebre, capì che poco lontano c’erano degli uomini con delle giacche gialle lucenti. Al terzo sguardo, ancora offuscato, si rese conto di essere nel salotto di casa sua davanti al balcone aperto con le tende svolazzanti. Sentiva prurito alle braccia e voci distanti. Muovendo una mano riconobbe la lana ispida delle coperte del pronto soccorso, quelle che lo avevano impressionato al tempo del suo tirocinio in ospedale. Qualcuno gli aveva infilato un tubicino nella vena dell’incavo del gomito destro. Aveva richiuso gli occhi Sebastiano e pensava che gli aghi sono proprio una cosa brutta ma necessaria.
Ora era comparsa anche Lorenza ad occupare il suo campo visivo. Muoveva le labbra ma non si capiva bene che cosa diceva, come parlasse dentro un bicchiere di vetro di quelli col fondo spesso. Lorenza muoveva le labbra e gli sfiorava la fronte. Era bella Lorenza tutta truccata, con le tende che svolazzavano dietro. E gli rimboccava pure la coperta ispida, Lorenza, piano piano. Si muovevano tutti piano: lei, Rosa e gli uomini gialli intorno a lui. Sebastiano fece finalmente un respiro profondo, come un bambino che sta per dormire, adesso che aveva tutti intorno lì e il tubicino nel braccio. Che gli aghi sono brutti ma necessari.
Dovevano essere passate alcune ore quando sentì la necessità di muovere la schiena e le gambe, le mani gli si erano addormentate e formicolavano. Di colpo si ricordò del tubicino e della lana marrone che sapeva di naftalina e si accorse di essere sudato e che il balcone davanti a lui era stato chiuso. Ormai s’era fatto buio nella stanza e non si sentivano rumori nelle vicinanze. Gli prese il panico, quella viscida, gelida, sensazione di essere rimasto solo. Cercò di tirarsi su, ma la flebo non era ancora finita, così si limitò a muovere il bacino per raddrizzarsi.
–“Statti calmo a mamma, mò chiamiamo la signorina che ti viene a aiutare”. Le braccia sui braccioli lisci, la schiena nello schienale ad incastro perfetto, la testa pendente a sinistra nella piccola conca. Si sentì in trappola, sconfitto. In un solo attimo ripiombò nello sconforto della follia che lo stava inghiottendo.
–“Non è possibile! Ti…ti prego…lasciami in pace, lasciami stare, non ce la faccio più! Non è già abbastanza?” Frignava e si lagnava come un bambino. La poltrona sotto il suo sedere iniziò a oscillare dolcemente e gli pareva di sentire un motivetto infantile sussurrato. Sebastiano non tratteneva più la disperazione e iniziò a singhiozzare convulsamente, balbettando qualche “lasciami stare” soffocato dal pianto.
–“Dottore, dottore, si calmi…cosa le prende? Le porto un po’ d’acqua”. Lorenza era rimasta lì in attesa che si svegliasse, del resto qualcuno doveva pur occuparsene. Non che fosse compito suo, non che facesse parte del suo lavoro, certo, non era nemmeno mercoledì o venerdì, ma qualcuno doveva pur occuparsene.
–“Dottore non si preoccupi, non è stato nulla, solo un mancamento. La signora Rosa è stata prudente, ha chiamato subito l’ambulanza, l’hanno visitata…è tutto a posto. Ecco, vede? È scritto anche sul referto del pronto intervento: era solo uno sbalzo di pressione. La signora Rosa ha sistemato tutto…il bagno era quasi allagato, sa? Per via della vasca…Oh ma ora non se ne preoccupi, è tutto sistemato. Ah, le ha preparato anche il brodo di pollo, la signora Rosa…che faccio, glielo porto?”
–“Ancora cu sto pollo? Ma tiene proprio na fissazione chesta!”
Sebastiano sbarrò gli occhi e si rivolse a Lorenza : –“Forse…forse devo riposare ancora un po’… Senta, chiami Lombardi, lo chiami subito, lui sicuramente può prescrivere del Cipralex o del Trasmetil…fa lo stesso, anzi tutti e due che è meglio.”
–“Sì, d’accordo, io chiamo il dottor Lombardi, però lei si rilassi, è ancora sotto shock per via del malore…io ho spostato anche le visite di domani, così potrà prendersi un giorno per starsene a casa a riposo e se ha bisogno di qualcosa io sono qui, o mi può chiamare, ecco.”
–“A casa?! No, per carità…intanto mi aiuti ad alzarmi, mi accompagni di là, devo stendermi sul letto o a terra o nella vasca, qualsiasi cosa ma non qui…non su questa poltrona”. Lorenza diede un paio di colpi al tubicino della flebo e con delicatezza sfilò l’ago dalla vena di Sebastiano. Lo aiutò a tirarsi su e reggendolo per un braccio lo accompagnò verso la camera da letto. Stendendosi sul piumone pesante, quello con la fantasia di peonie che piaceva tanto a Matilde, Sebastiano fu colto da un vero lampo di genio. Perché mai doveva essere lui a lasciare la sua casa?
-“Lorenza, mi ascolti…sto per chiederle una cortesia enorme, di cui ovviamente la ricompenserò con un’accortezza nella prossima busta paga, anzi no, guardi, mi chieda pure ciò che preferisce, qualsiasi cosa, purché adesso mi ascolti senza fiatare e senza cercare ragioni. È una questione di fiducia, della massima delicatezza…Lei ha un appartamento spazioso? Voglio dire, avrebbe spazio a sufficienza per una poltrona in più nel suo appartamento?”
Lorenza era una donna paziente di trentaquattro anni. Viveva in un bilocale a via Cernaia da poco ristrutturato, con un terrazzino pieno di gerani. Aveva un bambino di tre anni ma nessun compagno e, accettando di spostare il box dei giocattoli accanto al divano Ikea da tre posti, sì, aveva anche abbastanza spazio. Sebastiano aveva insistito perché provasse a caricare sulla sua Panda quella poltrona azzurrognola tutta consunta quella sera stessa. Lei c’aveva provato a spiegargli che era impossibile, non entrava dal bagagliaio e che no, sul portapacchi è illegale, dottore. E che era stanca e non era così forte da sollevarla da sola e no, assolutamente, lui non era nelle condizioni di poterla aiutare. Ma non c’era stato verso di farlo ragionare. Così, aveva trascinato la poltrona fin dentro all’ascensore e aveva salutato Sebastiano con un cenno gentile. Arrivata giù, aveva superato con non poca fatica i tre gradini d’ingresso del palazzo elegante di via dell’Orso e aveva aperto il portone, bloccandolo per trascinare ancora la poltrona fino al marciapiede. Sebastiano era affacciato alla finestra della sua camera da letto al terzo piano. Si sentiva leggero, liberato, salvo. Per la prima volta negli ultimi giorni, si auscultò il polso e il battito gli parve regolare. Sorridendo pensò che anzi ora il rischio era di diventare brachicardico. Per la prima volta negli ultimi mesi, gli venne da ridere, inspirò l’aria umida della sera lombarda e ritrovò l’odore della felicità. Si strinse la giacca del pigiama sul petto e pensò che forse sarebbe stato il caso, il giorno seguente, di cambiare anche il piumone, sostituirlo con uno nuovo, più leggero, più moderno, che poi a lui le peonie non erano mai piaciute. Era stata tanto cara Lorenza, brava ragazza, di grande disponibilità. Magari faceva in tempo a chiederle se le occorreva anche un piumone matrimoniale in più. Si sporse dal davanzale per vedere se Lorenza fosse già ripartita con la sua poltrona, ma non la vide e pensò che era meglio rientrare, caso mai gli si infiammassero i bronchi, che per chi soffre d’asma come lui è meglio non esporsi a lungo al vento.
Lorenza intanto aveva richiuso il portone e, nonostante l’aria gelida della sera, aveva sfilato la giacca. Lo sforzo la stava riducendo una zuppa di sudore. Respirava a pieni polmoni e se ne stava ferma in piedi davanti al portone con le braccia sui fianchi, fissando la sua auto dall’altro lato della strada, nel tentativo di capire come avrebbe potuto far entrare quell’ingombrante carico di legno e stoffa e gommapiuma tra i sedili. Sbuffando, le venne da sbadigliare e quasi involontariamente si abbandonò di peso sulla seduta di quella vecchia poltrona, planando con un sospiro. Non aveva fatto domande a Sebastiano, come le aveva chiesto lui. Era effettivamente ridotta male, quella poltrona, ma sembrava comoda. Fece per alzarsi e riprendere la sua faticaccia, quando una sentì una voce alle sue spalle: -“Signorì, scusate, non mi voglio impicciare delle cose vostre co’ mio figlio, ma tengo una domanda importante…ma voi lo sapete fare il ragù?”.

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