Lei è lì

di

Data

Pubblichiamo con gran piacere la prefazione che il nostro direttore Enrico Valenzi ha scritto per il romanzo “Lei è lì” di Manuela D’Aguanno

Pubblichiamo con gran piacere la prefazione che il nostro direttore Enrico Valenzi ha scritto per il romanzo di Manuela D’Aguanno Lei è lì (Alter Ego), un’occasione felicemente apotropaica.

Lei è lì” di Manuela D’Aguanno è un’opera che tratta a fondo, con coraggio d’autrice e con un grande bagaglio retorico fatto di tante variazioni sul tema, un argomento classico ereditato da diversi precedenti illustri della storia della letteratura, e non solo. Grandi autori hanno “edificato” il loro “corpo” narrativo con questo soggetto, per molti così poco edificante: la merda. E il corpo narrativo, strano a dirsi, di questo argomento spesso se ne giova, migliora perfino la propria consistenza artistica e il suo aspetto. Insomma la merda, se ben trattata, ha reso buoni servizi narrativi a diversi autori. Il sommo poeta, Dante Alighieri, nella “Divina Commedia”, citata con sapienza in epigrafe dalla stessa autrice Manuela D’Aguanno, porta nell’”Inferno”, nella bolgia degli adulatori e dei lusingatori, un bel po’ di quell’ingrediente. Anzi ce n’è così tanta di quella roba che i leccaculo infernali ne sono coperti e per questo non si riesce a vedere se si tratti di leccaculo laici o di leccaculo di chiesa. Aristofane, Plauto, Rabelais, Swift e Sterne con la merda ne hanno fatto dei pezzi di bravura. In teatro Ruzante e Marco Paolini ne hanno usata anche loro. Nella locandina della prima di “Ubu Re” di Alfred Jarry, Ubu ha in mano il bastone da Merdre. Daniele Luttazzi nella trasmissione televisiva “Satyricon” ne mangiava un po’ da un elegante vassoio d’argento. Nel film “Amici miei” di Mario Monicelli viene cantata goliardicamente la canzone parodistica “cacatella longa longa… filulella squacquarella”. E poi c’è il celebre “Inno del corpo sciolto” di Roberto Benigni. Tanti autori di testi e musica ci hanno giocato, come Mozart “Forse è la merda che vuole uscire? Che suono lungo e triste!”. E Fabrizio De André “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Di tutte queste citazioni più o meno dotte su composizioni artistiche legate alla merda (compresa la famosa “Merda d’artista” sigillata da Piero Manzoni in barattoli per la carne in scatola e citata giustamente dal protagonista dell’opera “Lei è lì”) ne manca una che ho lasciato per ultima di proposito perché è quella che mi sembra più legata al lavoro di Manuela D’Aguanno. Ed è la canzone “L’odore” di Giorgio Gaber che nei versi finali si conclude così:

“Io che avevo tanti amici, sono uno che lavora, mi son fatto una carriera. Non è giusto che la perda, mi sono fatto tutto da me. Mi son fatto tutto da me!

Io che conosco tanta gente, son venuto su dal niente, c’ho una bella posizione, non è giusto che la perda. Mi son fatto tutto da me, mi son fatto tutto da me. Mi son fatto tutto da me… Mi son fatto tutto di merda!”

Anche Guido, il protagonista del monologo narrativo di Manuela D’aguanno, che è un giovane direttore di un’importante casa d’aste italiana può dire “mi son fatto tutto da me!” come nella canzone di Gaber. L’essersi fatti un po’ tutti di merda di questi tempi è un soggetto fortissimo per un’opera letteraria e oggi sottovalutato per buonismo ideologico e per corrispondenti buone maniere letterarie. Questo assolo potente di Manuela D’Aguanno attacca invece tutti i luoghi comuni del vivere borghese. E il disturbo psicosomatico della cacarella diventa uno strumento espressivo per colpire un sistema di vita e una larga fetta d’umanità che pensa di non dover pagare un prezzo alla rinuncia della propria ricerca della felicità.

Nel lavoro di Manuela D’Aguanno la cacca fa ridere specie nella continua impellenza bestiale (che somiglia ai tormentoni più atavici dei personaggi popolari, come la fame per Arlecchino) e la cacca fa piangere per il rapporto nostalgico col tempo in cui il proprio corpo seguiva ancora i sentimenti e non le convenienze. L’opera di Manuela D’Aguanno è un assolo virtuosistico con un grandissimo livello di difficoltà tecnica. È molto difficile infatti concedere decine di pagine a un’unica voce narrante che sbraita e combatte contro la sua crisi umana e defecatoria. E la volgarità che sarebbe il rischio immanente di “Lei è lì” viene bandita dalla pagina grazie alla voce di un protagonista che alla fine sentiamo come stia cercando di recuperare la sua parte più vera, più naturale, quasi annegata nel liquame della sua falsità borghese.

Per chiudere, per questo libro e per questa autrice di valore, viene a proposito il classico augurio che la gente di teatro grida prima di ogni nuovo spettacolo: “Merda! Merda! Merda!”.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'