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Un uomo prudente

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Alle cinque del mattino suonano alla porta. Chiedo chi è anche se li vedo dallo spioncino. Sono tre di loro vestiti di nero, altri due sono rimasti giù nella strada con le macchine nere sopra il marciapiede.

Alle cinque del mattino suonano alla porta. Chiedo chi è anche se li vedo dallo spioncino. Sono tre di loro vestiti di nero, altri due sono rimasti giù nella strada con le macchine nere sopra il marciapiede. Apro perché vogliono Giorgio Bianchi, cioè me. Se qualcuno cerca di me mi viene sempre un dubbio, perché ho un sacco di omonimi ed è già capitato che mi hanno confuso con altri, ma non ho mai avuto grosse noie. Adesso, invece, sento l’acciaio freddo e duro delle manette stringermi i polsi e una mano pesante sulla schiena mi spinge in una direzione che da solo non potrei mai prendere. Ho l’abitudine, prima di uscire di casa, di andare a pisciare anche se non ho lo stimolo. Può succedere che vado in bagno anche due volte per essere sicuro di non trovarmi in mezzo al traffico con la vescica gonfia. Ma quando sento le parole “lei è in arresto” tutte le mie funzioni si bloccano, salvo ovviamente quelle che mi tengono in vita sul momento. Scendiamo in strada e la solita mano che non mi ha lasciato un attimo la schiena, ora si sposta sopra la spalla e mi spinge in macchina.
Neanche il suono della sirena mi scuote dal torpore in cui sono precipitato. Andiamo molto veloci. Non capisco l’importanza di arrivare dieci minuti prima in carcere, ma poi mi sorprendo a pensare che la cosa è a mio vantaggio, perché sarò di nuovo a casa dieci minuti prima, appena capiranno che c’è stato un errore di persona. È bello pensare di tornare a casa. Mi fa stare meglio. Il pensiero di casa mi restituisce intatta la mia identità, mi ricorda chi sono, qual è il mio lavoro e soprattutto che ho la coscienza a posto. Mi chiedo che cosa provino gli uomini che sono con me in macchina quando tornano a casa, chissà se loro hanno scelto di avere una moglie e dei figli da crescere. Quello seduto davanti che non guida, ogni volta che passiamo col rosso, dice un sacco di parolacce e si aggrappa forte alla maniglia in alto. Forse anche lui si sta chiedendo se valga la pena di correre per arrivare con qualche minuto d’anticipo. So che sono altre le domande importanti come per esempio perché mi hanno portato via alle 5 del mattino. Eppure non riesco a darmi pace al pensiero che due macchine e cinque uomini, che con me fanno sei, stanno correndo come pazzi verso la prigione. Fuori è buio e la strada è scivolosa perché ha smesso da qualche ora di piovere e tra poco riprenderà. È così da giorni per via di una perturbazione che sembra non andare più via, tanto che le hanno dato anche un nome: Mysteria. Passiamo davanti ad un pronto soccorso. Sulla facciata c’è una grande croce rossa illuminata che si riflette sull’asfalto davanti a noi. L’aria stessa è gravida di rosso come se fosse arrabbiata per quello che le succede intorno. Le persone all’entrata aspettano in piedi, alcune hanno in mano una sigaretta o un telefono. Conosco il loro stato d’animo, lo provai anch’io da bambino quando con i miei genitori fuori di testa portammo al pronto soccorso la mia sorellina gemella, che dormiva con la pancia piena di pasticche forse scambiate per caramelle di uguale colore. Non si è più risvegliata per raccontarci com’era andata. Per questo sono sicuro che tornerò a casa presto, perché io sono un uomo prudente che sa tenersi lontano dai pericoli. Anche in questo momento mi controllo per non irritare le persone con cui sono in macchina, anche se so che andiamo troppo veloci. È per me una semplice questione di convenienza.
Dalle frequenze radio arriva la notizia che a un posto di blocco, dopo un conflitto a fuoco, è stato arrestato un altro Giorgio Bianchi e ci sono stati anche dei feriti. Nessuno in macchina sembra farci caso, forse perché c’è l’ennesimo semaforo rosso da superare. Gli uomini seduti davanti guardano a destra l’incrocio con una grande strada, a sinistra c’è solo un marciapiede e a una rapida occhiata non si vedono persone che vogliono attraversare. E invece non è così. C’è una persona molto bassa perché è seduta su di una carrozzina ed è quasi coperta dalle auto in sosta, ha visto il verde per passare sulle strisce ma forse non può sentire i rumori e allora spinge le ruote con le braccia.  È possibile che anche lei abbia urgenza di arrivare da qualche parte, forse all’ospedale lì vicino. Nessuno la vede, io sì e so che l’impatto sarà inevitabile. Allora urlo forte “frena, cazzo!” Non ho urlato così forte da quando vidi la mia gemella con la schiuma bianca alla bocca. Ora, anche l’uomo alla guida si accorge della persona sulle strisce. Sterza di colpo, la nostra auto schiva la carrozzina ma va fuori controllo e prende in pieno il palo del semaforo rosso. Nessuno di noi ha la cintura di sicurezza, ma io ho anche le manette che mi ostacolano e non faccio in tempo ad aggrapparmi a niente. Vengo proiettato sul parabrezza, lo sfondo con la testa e sbatto sull’asfalto. Il colpo è durissimo, qualsiasi tipo d’aiuto non riuscirà a salvarmi. Me lo sentivo che non dovevo parlare con loro in macchina. È strano ma non sono preoccupato: non so se si può dire, ma la morte è sempre stata una di famiglia, una specie di sorella gemella. Prima di andare, però, mi cadono sul viso alcune gocce d’acqua. Lo sapevo che sarebbe piovuto. Ieri sera ho guardato le previsioni in TV della RAI, di Mediaset e Sky. E prima di andare a letto ho controllato anche su internet. Pioggia prima dell’alba, hanno detto tutte le previsioni. E così è stato. È anche vero che sono uscito senza ombrello, ma la cosa non ha più importanza.

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