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Clementino

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Le pareti tinteggiate di verde pistacchio e le grandi porte finestre che affacciavano su sterminati ettari di campagna brulla, rendevano la clinica “Sorrisi sul mare” una rilassante desolazione.

Le pareti tinteggiate di verde pistacchio e le grandi porte finestre che affacciavano su sterminati ettari di campagna brulla, rendevano la clinica “Sorrisi sul mare” una rilassante desolazione. Non era chiaro cosa c’entrasse il mare, visto che la costruzione sorgeva nella periferia di Roma Est, ben distante dalle coste del litorale romano. Comunque, a parte questi insignificanti particolari geografici, la clinica era considerata all’avanguardia per le tecniche di intrattenimento dei pazienti a lunga degenza; c’era la palestra, il bar, la cappella, una sala cinema e numerosi altri spazi per le attività riabilitative; ma tutto ruotava attorno alla lana, la cui lavorazione era considerata un toccasana per le avizzite menti degli attempati ospiti della struttura.
Clementino Bonavita trascorreva le giornate tra quelle verdi pareti, sentendosi per lo più un estraneo; si domandava cosa ci facesse lui, nel pieno possesso delle proprie facoltà fisiche e mentali, in quel posto pieno di mummie impagliate. Lo sconforto gli stringeva la gola quando ripensava alla sua bella casa, in mano a quella figlia sciagurata, dedita solo a perseguire i propri piaceri quotidiani.
Certo lui non era stato, come si suol dire, “un padre e un marito presente” nella vita famigliare. Diciamo pure che se ne fregava dell’educazione della figlia, e delegava alla moglie sia la gestione della casa sia quella del patrimonio monetario. Tutto sommato non era un uomo cattivo, ma preferiva farsi i cazzi suoi.
Questo non autorizzava sua figlia a rinchiuderlo in un manicomio a realizzare centrini all’uncinetto: in fin dei conti non le aveva fatto mancare mai nulla, semplicemente si annoiava a fare il padre.
Dopo la morte della moglie, cadde in un profondo stato depressivo; si sentiva impaurito, stordito dalle responsabilità ricadute sulle proprie spalle. Passava intere giornate stravaccato nella sua poltrona preferita davanti al televisore, addormentandosi di continuo.
Il rapporto con la figlia subì un ulteriore scossone quando questa decise di affiancargli una badante: una sellerona tedesca che non lo mollava un istante.
La tipa non gli dava tregua, era rigida come un vecchio soldato esaltato. Decisi quindi di passare all’azione…
Un giorno mise dei pezzetti di feci, merda di coniglio della vicina di casa per essere precisi, sotto il cuscino che ospitava il capoccione della donna.
La spilungona non la prese affatto bene. Passò la nottata annusando tutti i posti della camera da letto in cerca della fonte di quell’insopportabile fetore.
Scoperto poi “l’innocente scherzetto”, come lo aveva definito Clementino, lasciò la casa seduta stante, permettendo al terribile vecchiaccio di riappropriarsi della sua comoda poltrona e riprendere il discorso con la depressione.
Ci furono altre badanti, ma nessuna che gli andasse veramente a genio. Tutte scapparono a gambe levate una volta conosciuto il caratteraccio di quel vecchio burlone.
Quella giostra durò fino a quando la figliola, esasperata dal comportamento del padre, decise di ricoverarlo in una clinica a lunga degenza, sfruttando la conoscenza del medico responsabile che era cugino di primo grado di suo marito.
In men che non si dica Clementino si ritrovò con un biglietto di sola andata per uno dei posti più esclusivi fra i ricoveri per anziani.
“Che culo” pensò.

Fu costretto a dividere la camera, causa sovraffollamento di pazienti, con altre due persone: due cadaveri allettati, coperti di pannoloni dalla testa ai piedi; “si prospettano seratine esilaranti” si trovò a pensare.
Una notte di novembre, mentre veniva giù un acqua come Dio la mandava, si rigirava nel letto senza trovare pace; il puzzo delle feci e delle urine permeava la stanza rendendo l’aria irrespirabile. Provò a nascondersi sotto le coperte sperando di contrastare quell’odore nauseabondo; alla fine si risolse ad alzarsi per spalancare la finestra, sperando di dare sollievo alle narici impestate da quel veleno.
L’aria fresca disperse i miasmi tossici, ma non riuscì a scacciare il senso di sconforto che lo consumava dall’interno. Rimase con lo sguardo fisso nel vuoto cercando disperatamente il coraggio di farla finita. Un salto. Un semplice salto di dieci metri, e non ci sarebbero più stati quei ridicoli lavori all’uncinetto.
Stava giusto per saltare, quando sentì le gambe diventare molli per poi cedere di schianto. Mentre ruzzolava giù dal davanzale della finestra, un senso di pace lo invase. “L’avvicinarsi della fine rende tutti più disposti al perdono”, pensò, ed in cuor suo aveva assolto la figlia dai suoi peccati.

Atterrò pesantemente sul mattonato del pavimento, smadonnando a squarciagola. Sapeva benissimo che non avrebbe più trovato il coraggio di salire di nuovo sul davanzale della finestra. Si detestava per la sua codardia.
Pensieri bui gli giravano in testa. Davanti a se vedeva solo centrini di lana e rassegnazione; poi sentì il bisogno di andare a cagare.
Comodamente seduto sulla tazza del cesso ebbe l’ispirazione che avrebbe posto fine alla sua prigionia: “finché posso pulirmi il culo da solo sono libero di fare qualsiasi cosa”. Anche evadere da quel manicomio…

Uscire dalla clinica si rivelò più facile del previsto.
Bastò mescolarsi ai visitatori delle 10 del mattino, indossare un cappello a fresa larga, e gattonare davanti al tavolo della reception. Semplice come cambiare la padella ad un allettato.
Una volta all’aperto, tirò dritto senza mai voltarsi indietro; voleva mettere più distanza possibile tra le sue chiappe e quella fabbrica degli orrori.
Stremato dalla maratona fu costretto a fermarsi per riprendere fiato. Evitato l’infarto e riacquistate le forze, prese coscienza del fatto che si trovava nel mondo esterno, da solo; una paura inconscia stava emergendo dall’euforia del momento: si era perso.
Non sapeva assolutamente dove fosse e si vergognava come un cane a chiedere informazioni; temeva di essere scambiato per un demente che vagava senza uno scopo (ed in parte era vero…)
Non era facile orientarsi in quel caotico groviglio di strade e stradine, vie e viuzze, cartelli stradali talmente bizzarri concepiti per aumentare la confusione ed il senso di smarrimento. Vinto dallo sconforto pensò di tornare sui suoi passi, maledicendosi per aver dato seguito a quell’idea strampalata della fuga.
Percorse ancora qualche metro in quell’inferno di cemento, poi decise di tornare a casa. Voleva ritrovare il suo mondo, la sua vecchia poltrona scricchiolante, il suo dolce oziare davanti al televisore. Mentre attraversava l’ennesimo incrocio, sentì il terribile suono del clacson di un camion che puntava dritto nella sua direzione. Il terrore gli morse le gambe, non riusciva più a muovere un passo. Il frastuono del clacson divenne insopportabile, la scritta “IVECO”, scintillante sul muso del mastodonte, si avvicinava a velocità impressionante. Poi lo stridere dei pneumatici sull’asfalto, le bestemmie dell’autista, le urla della gente impaurita e la morte che lo salutava dal ciglio delle strada; tutto andò a concentrarsi nella vescica del povero vecchio. Sentendosi spacciato alzò le braccia al cielo e urlò con quanto fiato aveva in gola: “Aiutoooo”. Poi si pisciò addosso.
Le voci, confuse e ovattate, sembravano provenire da mondi lontani e imperscrutabili. Si sentiva bene, se non fosse per quel senso di umido lungo la gamba sinistra dei pantaloni.
Aprì gli occhi e vide numerose facce che lo guardavano curiose.
“Ecco si sta riprendendo”
“Sarà il solito barbone”
“Poteva provocare una strage”
“Vecchio demente”
Clementino si domandava di chi stessero parlando.
Poi vide una figura barbuta che tirava fuori uno stetoscopio per auscultargli il cuore.
-Come si sente? –
-Bagnato. –
-C’è mancato un pelo. –
-Peccato. –
-Voleva suicidarsi? –
-No. Ma già che c’ero. –
-Dobbiamo avvertire la sua famiglia. –
-Si risparmi la fatica dottore. –
-Sta arrivando l’ambulanza –
Il pensiero di finire in un letto d’ospedale dove non conosceva nessuno, aspettando le visite di parenti di cui non ricordava il nome, lo rattristò profondamente.
-Mi aiuti ad alzarmi. Vorrei andarmene. –
-Ha subito un violento shock, dovrebbe rimanere sdraiato. –
-Starò sdraiato quando sarò morto. –
Si tirò su a fatica, ma a parte lo sforzo di rimettersi in piedi non sentiva particolari dolori. Aveva perso i sensi poco prima dell’impatto con il camion che, all’ultimo momento, era riuscito a frenare evitando la tragedia.
Se ne andò barcollando tra le raccomandazioni della gente che avrebbe voluto farlo ricoverare.
Vagò per lungo tempo senza una precisa meta, con in testa una valanga di pensieri contrastanti. Rimpiangeva la vita che conduceva prima del ricovero in clinica; tra amici, partite a carte e televisione si sentiva felice nell’inverno del suo cammino. Però, a pensarci bene, gli amici erano quasi tutti morti, e quei pochi che l’avevano scampata vivevano ritirati in casa o erano finiti ricoverati in chissà quale struttura. Casa sua era diventata il covo di quella vipera della figlia, che non lo voleva tra i piedi. Non aveva nipotini con i quali trascorrere ore liete. Cosa rimaneva da fare? La morte stessa lo aveva rifiutato, altrimenti ora sarebbe sotto un camion con buona pace di tutti.
Si fermò un attimo per riprendere fiato e asciugare le lacrime che copiose solcavano il viso; ma, al posto del fazzoletto, estrasse dalla tasca un centrino lavorato all’uncinetto.
La gioia fu grande, tanto che rischiò di pisciarsi sotto un’altra volta. La vescica ultimamente viveva di vita propria, era un organo fuori controllo; pensò quindi di affrettare il passo per tornare alla clinica. Li di bagni ce ne erano due per piano, e pure i pannoloni non mancavano.
Ad aspettarlo c’era un sacco di gente: il direttore della clinica, gli infermieri, la polizia e pure la figlia Bianca.
Entrò con passo incerto, aspettandosi una ramanzina con i fiocchi; in fondo aveva esposto la clinica ad una solenne figuraccia; un vecchio in fuga è una notizia da prima pagina.
Invece fu accolto a braccia aperte da tutto il personale medico che pregustava il ritorno di notorietà di quella fuitina del Clementino. Si è mai sentito di un vecchio che torna volentieri alla casa di riposo dopo esserne scappato?
Bianca aveva gli occhi arrossati, sul volto si leggevano i segni della preoccupazione. Sembrava invecchiata di dieci anni.
-Dove sei stato? –
-A fare un giro –
-Credevo fossi morto! –
-C’è mancato poco, e mi sono anche pisciato addosso. –
-Ti ho cercato ovunque, ma nessuno sapeva dove fossi finito. –
Gli occhi di Bianca erano gonfi di lacrime.
Si gettò sul vecchio padre, stringendolo forte come mai aveva fatto in precedenza.
Clementino si sentiva confuso. Cos’era accaduto a Bianca? Forse il terrore di perdere il padre aveva scacciato anni di ripicche e incomprensioni?
Rimasero per lungo tempo abbracciati, sussurrandosi parole di perdono e promesse di cambiamento. I vecchi rancori sembravano scomparsi; Bianca aveva sempre rimproverato al padre una carenza affettiva verso lei e la cara mamma. Eppure quell’uomo rappresentava tutto ciò che gli rimaneva della sua vita passata; perderlo in quel modo le sarebbe costato anni di battaglia con la propria coscienza. Forse era arrivato il momento di deporre le armi per seguire la via del sentimenti.
-Papà vorrei che tornassi a casa con me. –
“Sarebbe bello” pensò Clementino, “un tempo non me lo sarei fatto dire due volte, ma ora…”; non voleva diventare un peso per la figlia, proprio adesso che si erano riavvicinati. C’era voluto un gesto folle che lo aveva condotto quasi alla morte, ma ne era valsa la pena. Le cose sarebbero andate per il meglio, a patto che lui fosse rimasto in clinica ad occuparsi della sua capricciosa vescica.
-Mi piacerebbe tesoro, ma ormai questo è il mio posto. –
-Che vuoi dire? –
-Sono ancora sano, almeno credo, e vorrei dedicarmi a questi cari vecchietti con tante storie tristi alle spalle. –
Un ultimo abbraccio suggellò questo nuovo, profondo rapporto che per troppo tempo era stato represso. Bianca promise di venirlo a trovare tutti i giorni, Clementino replicò di non esagerare, altrimenti sarebbe stato costretto ad una nuova fuga.
Si sentiva felice, tutto sembrava essersi aggiustato; era circondato da gente che gli voleva bene, perfino il futuro sembrava più leggero e carico di speranza.
Aprì la porta finestra per dare un’occhiata alla campagna. C’era un cane che cagava in beata solitudine e pecore che pascolavano pigramente sotto il sole del tardo pomeriggio.
Aveva voglia di sferruzzare un po’.

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