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Sia lodato l’Altissimo

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Come se fosse un granello di sabbia, anche il dramma inizia con un gesto innocente. Poi il granello di sabbia diventa tanti granelli di sabbia e i granelli diventano pietre. A questo pensava Azziz Chalal, commerciante di datteri, mentre in piedi su uno sgabello legava con cura a una trave del soffitto una corda di quelle che si usano per imballare il fieno.

Come se fosse un granello di sabbia, anche il dramma inizia con un gesto innocente. Poi il granello di sabbia diventa tanti granelli di sabbia e i granelli diventano pietre. A questo pensava Azziz Chalal, commerciante di datteri, mentre in piedi su uno sgabello legava con cura a una trave del soffitto una corda di quelle che si usano per imballare il fieno.

“Le pietre non devono essere troppo piccole perché sarebbero inoffensive” aveva detto poche ore prima il Qādī, citando a dovere il codice penale e rivolgendosi tranquillo agli astanti in trepidazione nell’aula del tribunale, e poi aveva aggiunto: “ma le pietre non devono essere nemmeno troppo grandi perché la pena del colpevole sarebbe troppo breve. E dovete tenerlo bene a mente, tutti voi, brav’uomini, che ora alzate il dito per offrirvi volontari alla lapidazione che l’adultera deve espiare pubblicamente la colpa con la sofferenza, per non trasformare la Legge in un infantile tiro al bersaglio, affinché l’accusatore soddisfi giustamente il proprio diritto alla vendetta. Sia lodato l’Altissimo!”.
Non poteva versare nemmeno una lacrima Azziz per quell’ indegna di 15 anni, sua figlia.
“E ricordati Azziz Chalal, che ti è proibito provare dolore poiché anche il solo piangere per una donna lapidata è un peccato che offende il Misericordioso. Le pietre laveranno la sua colpa e l’adultera sarà purificata. Sii grato all’Altissimo” gli aveva detto il Qādī vedendolo indugiare per uscire dall’aula.
“Sia lodato il Misericordioso” gli aveva risposto Azziz con un gesto riverente del capo.
Non gli avevano permesso di vederla, anche se quella sarebbe stata l’ultima volta. Lui non c’era quando l’oscena Hurya si era lasciata violentare, era fuori a vendere datteri, era a fare il suo lavoro, il suo dovere. In quello di padre era sempre stato così attento, non l’aveva mai lasciata da sola in 15 anni, ma da padre forse non si era accorto di quanto sua figlia, Hurya la Bella, celasse sotto le vesti informi un corpo bellissimo che insinuava il peccato. Quella era stata la prima volta che l’aveva lasciata sola in casa, “tanto ormai sa badare a se stessa” si era detto. Invece al suo ritorno, da brav’uomo qual era, aveva dovuto ripudiarla quella creatura impura che si era lasciata violentare da Alì Achbar.
Ma ora, in quell’aula di tribunale, voleva almeno salutarla, dirle che gli dispiaceva che aveva dovuto ripudiarla, dirle che era suo padre, che le credeva, che le voleva bene, voleva dirle che gli dispiaceva dover essere un brav’uomo. Invece disse solo “Sia lodato il Misericordioso” per poi uscire con un cenno riverente del capo.
“Fatela entrare” ordinò il Qādī.
La bella Hurya entrò con il capo basso e le mani legate davanti al suo corpo, sembrava stesse pregando. Il mormorio generale si era sgonfiato in un silenzio d’attesa per riprendere a soffiare, impietoso come il vento dentro una tempesta di sabbia, quando Hurya sollevò il viso. Lo stupore per la sua bellezza regalò perfino al un secondo di esitazione, poi, molto lentamente, mosse la voce, dicendo: “ricordati che devi dire la verità o la pagherai con la vita. Sia lodato l’Altissimo. Su, parla!”
“Onorevole Qādī, un uomo sconosciuto oggi è entrato in casa mia e…” cominciò Hurya.
“Alì Achbar” specificò il Qādī.
“Non conosco il suo nome onorevole Qādī” replicò Hurya, sorpresa, poi aggiunse “quest’uomo, le dicevo, è entrato in casa mia con…”
“Con una cesta di datteri” completò ancora l’onorevole magistrato.
“Sì!” fu la conferma di Hurya.
“Che ti voleva vendere” proseguì il Qādī.
“È gia informato vedo” rispose Hurya. Poi alzò la voce, spaventata: “Chi le ha raccontato la storia? Lui? Alì Achbar? Sappia che le ha mentito, sappia che…”
“Taci, e porta rispetto! Ti ricordo che qui le domande le faccio io!”, si affrettò a stroncarla il Qādī.
“Mi scuso onorevole Qādī” rispose Hurya, chinando il capo sulle abrasioni rosse intorno ai polsi che la corda le aveva provocato.
Il magistrato colmò il suo rispetto proseguendo: “Alì Achbar è stato qui e ti accusa di averlo ferito. Dice di essere entrato in casa tua con una cesta di datteri, per vendertela, ma quando il muezzin ha chiamato l’ora dello Zuhr, mentre era assorto in preghiera, tu lo hai ferito con un punteruolo da cucito. È vero?
Hurya asserì da sotto il velo che le copriva l’indecente bellezza. “Stavo decorando il mio sajjāda quando lui è entrato in casa mia!”
“E questo ti fa onore! È una cosa molto nobile ricamare il proprio tappeto da preghiera!” disse compiaciuto il Qādī. “Ma allora perché l’hai fatto?” la incalzò, “volevi rubargli la cesta di datteri? Rispondi!”
“No! No! Per difendermi onorevole Qādī! Io… Mio padre è commerciante di datteri e a casa mia ce n’è sempre in abbondanza. Non ci servono datteri e comunque io non ho il permesso né i soldi per comprare niente.”
“Tuo padre ora non è qui, se n’è andato”.
“Lo so” rispose Hurya, e a bassa voce aggiunse: “mi ha cacciato di casa perché sono stata disonorata”.
“Quindi lo confessi tu stessa!”
“Onorevole Qādī, mi avete ordinato, pena la morte, di essere sincera!”
“Perché ti sei disonorata?”
“Sono stata violentata”
“Da Alì Achbar?”
“Sì onorevole Qādī”.
“E perché lo avrebbe fatto?”
“Chiedetelo a lui, io non lo so!”
“Tu non sei nessuno per dirmi cosa devo fare” la rimproverò di nuovo il Qādī.
“Perdonate onorevole, disse Hurya chinando di nuovo il capo, “ma io non posso sapere perché lo ha fatto” concluse.
“puoi provare che ti ha costretta con la forza?”
“non posso onorevole Qādī, le ho detto prima che ero sola in casa” disse Urya, alzando il volto indecente, privo d’inganno, mentre con gli occhi semichiusi, calmi apparentemente, aspettava nello sguardo del Qādī un cenno di indulgenza.
“Ti sei insinuata a lui” chiese in risposta il Qādī, senza domandare.
“No! Mai! Sono una ragazza umile e modesta. L’ho ferito per difendermi. È la verità. Lo giuro!”
Silenzio. Il Qādī la osservava attentamente. Dubitava. Alla fine lei alzò la testa e disse, quasi a stento: “e invece lo so! Voleva rubarmi un ciondolo d’oro che avevo addosso”.
“Mostramelo!” ordinò il Qādī tendendo la mani verso di lei.
“Non posso, me l’ha rubato.”
Il buon Qādī fu costretto, non senza una certa insofferenza, a interrogare Alì Achbar per la seconda volta, dopo aver fatto allontanare la donna indegna dalla sua presenza. Poi, guardando Alì negli occhi disse, a bassa voce: “che mi dici di un gioiello che hai rubato, Alì?
“Rubato? Io? Quale gioiello?” rispose Alì ancora più piano e con gli occhi bassi.
“Non hai rubato un ciondolo a Hurya?” gli chiese per l’ultima volta il Qādī, per essere sicuro della sua buona parola.
“Bugiarda!” si mise a urlare Alì, “Frugatemi pure indosso” fece allargando le braccia!
“Quindi è una menzogna” asserì il Qādī.
“Una schifosa menzogna! Non aveva alcun gioiello ma un punteruolo appuntito con cui ferisce chi, dentro casa sua, interrompe la conversazione per dedicarsi alla preghiera!”, e tirò fuori il punteruolo che custodiva nella tasca, porgendolo al Qādī con le mani aperte verso l’alto, come se stesse facendo un’offerta all’Altissimo.
Il Qādī lo prese e prima di farlo uscire di nuovo dall’aula gli chiese un’ultima cosa, quasi se ne stava dimenticando: “l’hai disonorata Alì? Contro la sua volontà?”
“Disonorata? Chi? Io?” rispose innocente Alì Achbar.
Non l’hai disonorata quindi” chiese, di nuovo senza domandare, l’onorevole Qādī.
“Bugiarda cagna bastarda! Si è disonorata da sola! È lei che ha tentato di insinuarsi a me, per distrarmi, corrompermi, derubarmi e ora sta solo cercando di salvare la sua pellaccia immonda incolpando me!”, continuava ad imprecare Alì Achbar uscendo dall’aula.
Il Qādī assorto aspettava che riportassero la blasfema Hurya al suo cospetto. Le mostrò il punteruolo: “è tuo?” chiese.
“Sì, onorevole Qādī”, rispose Hurya chinando il capo.
“Confessi che è tuo?”
“Mi sono dovuta difendere, onorevole Qādī, da quell’uomo che…”
“Portate via questa carogna indegna!”, disse il Qādī con un gesto della mano come a dire “sono stanco di dover sopportare tanta cattiveria al mondo”, ma prima di uscire dall’aula scelse i volontari per la lapidazione, “che avverrà oggi stesso” ordinò alla fine, “poiché ella stessa ha confessato di essersi macchiata di zina, poiché ella stessa ha confessato di aver tentato di uccidere un uomo giusto, un nostro fratello, un figlio di Allah, il Misericordioso”.

Tante lacrime stava trattenendo Azziz, raccogliendole nelle borse degli occhi, che a ogni passo che faceva per tornare a casa diventavano sempre più pesanti. Si era chiuso in casa Azziz e nessuno poté mai sapere se pianse per quella peccatrice impura.
Dalla finestra di casa sua poteva sentire tutto. Il fosso scavato nel terreno, Hurya legata e avvolta nel sudario bianco, infilata in quella fossa e ricoperta fino al petto, la folla intorno, urlante, eccitata nel momento in cui il carico di pietre veniva portato, i volontari che le sceglievano, non troppo piccole ma nemmeno troppo grandi, come aveva detto il Qādī. Non poteva vederli, come la sua Hurya, ma distingueva chiaramente le loro voci.
“Sì quella va bene” sentiva dire.
“No Bilal, non quella! Stupido idiota! Quella è troppo grossa! Le romperesti l’osso del collo e quella cagna morirebbe sul colpo”.
“Va bene! E questa allora? Eh Farid? Che ne pensi? Va bene questa?”
Quell’indegna di sua figlia stava ancora gridando “Alì Achbar mi ha violentata e mi ha derubata. Padre! Padre mio! Masoud, non mi fare del male! Tu se mio amico!… Aiutami! Padre! Padre mio!
Azziz chiuse gli occhi e immaginò i volontari schierati e pronti a lanciare. Alì non si era presentato come volontario, era l’accusatore e a lui spettava il privilegio di lanciare la prima pietra.
Azziz la immaginò partire la prima pietra, né troppo piccola né troppo grande, accompagnata da un ruggito di rabbia di Alì. La immaginò colpire quella sgualdrina in piena faccia. Poi immaginò la pietra del suo amico Masoud che la colpiva alla tempia e la stordiva, così che Hurya smetteva di gridare e implorare aiuto, interrata nella fossa senza potersi muovere, difendersi, proteggersi con le mani. Immaginò Masoud soddisfatto della sua mira e poi una pioggia di sassi, copiosi come le lacrime imprigionate nelle borse pesanti dei suoi occhi. Immaginò la faccia di Hurya imbrattare il sudario immacolato di rosso, come il colore che le puttane mettono sulle labbra. Immaginò che sua figlia non poteva più nemmeno piangere perché una pietra le aveva cavato un occhio, un’altra le aveva frantumato il naso facendole respirare solo il suo sangue ed un’altra ancora, più grossa e spigolosa, l’aveva colpita in pieno sulla bocca e lei stava soffocando a causa dei suoi denti rotti. Immaginò il corpo di Hurya accasciarsi al suolo, immobile. Nonostante questo immaginò i dodici uomini continuare a tirare pietre senza fermarsi, ancora e ancora, lanciando bestemmie a ogni mira sbagliata, finchè la sagoma indegna non fosse completamente ricoperta dalle pietre.

“Sia lodato l’Altissimo” disse abbandonando la corda e scendendo dallo sgabello. Poi uscì in strada, pensando che non poteva lasciarla da sola, che non voleva essere un brav’uomo.
Immaginare la realtà può essere peggiore che guardarla. Infatti vide il sudario ancora bianco, sua figlia ancora salva, e Alì pronto a lanciare la prima pietra. Nel momento in cui alzò il braccio destro per caricare il tiro vide brillare dalla tasca posteriore dei suoi pantaloni sudici una ciondolo d’oro. Lo riconobbe. Era una medaglietta cristiana che raffigurava, da un lato, una donna con in braccio un bambino, dall’altro una croce. Ciondolo blasfemo perché non si può rappresentare l’Altissimo Onnipotente Allah, che non può nemmeno esser invocato per nome. Ma quel ciondolo era di Hurya e Alì glielo aveva rubato.
Ricordò allora Azziz che quindici anni prima, nella cittadina di Baam, era nata una bambina urlante e sua madre, vedendola, aveva detto “questa nostra figlia è una benedizione del tuo Allah, il Misericordioso; è immacolata come la luna e ardente come il sole”, e lui, il padre, Azziz il commerciante, nel vedere lo stato delicato di sua moglie, le disse, cercando di nascondere la paura, “che nome vuoi darle moglie mia?”, e lei rispose “si chiamerà Hurya, che vuol dire giovane donna dalla bellezza incomparabile, e la gente di Baam la conoscerà come Hurya la bella”. Poi tacque sfinita.
Azziz diede una moneta e un cesto di datteri alla levatrice. Poi, con lacrime amare negli occhi scuri, guardò preoccupato sua moglie. La voce rotta della madre disse ancora “Azziz, se io muoio, custodisci bene il ciondolo d’oro in mia memoria, è l’unico ricordo che ho conservato di ciò che sono, di ciò che ero prima di te”.
“Non morirai” le disse Azziz, quasi supplicandola.
“Tu ascoltami. E quando Hurya la bella sarà una giovane donna glielo regalerai da parte mia. Così avrà sempre un ricordo di me…” e si mise a tossire. “Giuramelo, amore mio!”
“Te lo giuro!”
Poi chiuse gli occhi.
Azziz prese sua figlia in braccio e tornò in negozio, perché doveva fare il suo lavoro, il suo dovere. “Sia lodato l’Altissimo e Misericordioso”, pregò per sua moglie, ma incise quella promessa nel suo cuore, come se fosse una di quelle tavole della legge in cui gli infedeli figli di Mosè credevano, quelli che si chiamavano popolo eletto, quelli da cui proveniva sua moglie prima di diventare cristiana, due volte infedele. Ma si erano amati di un amore vero e blasfemo. Nessuno lo aveva mai saputo, l’unica traccia era quella collana. L’aveva regalata, come promesso, a Hurya la bella quando compì dodici anni, il giorno che il sangue la rese donna e impura. Le aveva spiegato, le aveva raccontato, si era raccomandato e l’aveva supplicata di non mostrarla mai a nessuno. Poi avevano pregato insieme Allah il Misericordioso.
Alì quindi era entrato in casa per cercare il segno del peccato. L’aveva trovato. Aveva gridato “blasfema!” e le aveva strappato dal collo il ciondolo, facendole un segno che ancora le arrossava la pelle. Aveva osservato la medaglietta, e aveva pensato che era quindi vero quello che dicevano in giro le donne della bella Hurya: adorava falsi dei. Denunciò sua figlia per tentato omicidio e non per blasfemia perché si nascose quel gioiello in tasca, sapendo che avrebbe potuto trarvi un buon guadagno se lo rivendeva. E poi l’aveva violentata, pensando di avere tutto il diritto di disonorare quella cagna schifosa. Lodato sia l’Altissimo.

“Fermo!” gridò Azziz prima che Alì lanciasse.
Alì si girò infastidito, con il ruggito di rabbia rotto dal richiamo.
“Vattene brav’uomo! Non c’è più niente che tu possa fare. Questa donna oscena deve essere punita per il suo peccato!”
“Lo so” rispose Azziz. “Ma io l’ho messa al mondo. Concedimi il privilegio della prima pietra. Io ho nutrito le sue carni indegne. Permettimi di ripagare la mia colpa dinanzi all’Altissimo”. E gli tese la mano per farsi consegnare la pietra.
Alì indugiò. Era pronto. L’aveva scelta con cura. Era la sua pietra. Ma poi la sentì piangere a quella puttana, la sentì sussurrare “no! Padre mio… vi prego! No! Perché!”. Si girò a guardarla soddisfatto e consegnò la pietra ad Azziz. Gli diede una pacca sulla spalla aggiungendo: “siete davvero un uomo giusto. Non è da tutti!”. Azziz annuì consapevole e prese la pietra. Non troppo piccola, non troppo grossa. Guardò sua figlia, le sorrise dolcemente, con un sorriso colmo d’amore, il sorriso che solo un padre può rivolgere alla propria figlia.
Lanciò la pietra.
Ma non la lanciò contro Hurya, la lanciò in alto, fortissima. E la pietra saliva e saliva e andava sempre più su quando a un tratto la persero di vista oltre la coltre delle nubi violacee che tingevano il cielo all’ora del Maghrib.
“Ma che fine ha fatto?”
“Non lo so… ora scenderà”
“Va bene ma nel frattempo continuiamo, è quasi il tramonto”.
“Non potete!” disse Aziz ai volontari. “Finché la prima pietra non completa il suo lancio le altre non possono essere scagliate. È la Legge”.
Alzarono tutti gli occhi al cielo ma la pietra non cadeva, non tornava sulla terra.
Azziz si inginocchiò nell’ora del Maghrib e disse “Lodato sia l’Altissimo, il Misericordioso”.

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Nota dell’autrice
Nel novembre del 2012 in Iran quattro donne sono state lapidate a morte per relazioni sessuali immorali ed abuso di droghe; risale all’ottobre del 2014 un filmato agghiacciante, di cinque minuti, girato in Siria e messo in rete, dove una donna, rea di adulterio, viene condannata a morte dal padre e lapidata; nel 2015, sempre in Iran, una donna è stata condannata ad essere frustata, a 25 anni di prigione e alla morte per lapidazione e il 4 gennaio 2016 una donna è stata lapidata nel sud-est dello Yemen dopo essere stata accusata di adulterio e prostituzione da un tribunale della Sharia di Al Qaeda.
La conclusione del racconto è di pura fantasia: purtroppo non esiste nessuna legge, nel codice penale islamico, che vieta a una lapidazione di proseguire finché la prima pietra non colpisce il condannato. Ma un giorno qualcosa cambierà.

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