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Julieta y El Deseo

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Dietro questa anonima porta a vetri c’è El Deseo la casa di produzione di Pedro e Agustín Almodóvar. Sulla strada solo un pulsante LLAMAR FUERTE. Suonare con vigore.

È aprile avanzato, e Madrid, dove siamo appena arrivati, è piovosa e fredda.
Pure c’è un calore nelle strade. Nel sorriso del tassista che si scusa per aver sbagliato indirizzo e ci regala  altro tempo per capire cosa è cambiato in questa Madrid che ci scorre davanti agli occhi.
I toni accesi, l’allegria e i travestiti della movida sembrano aver lasciato il posto ai colori e all’atmosfera di Julieta, l’ultimo film di Almodóvar, la sua sceneggiatura più bella ha scritto El Pais.
Ma può un uomo riversare la sua vita interiore in una città, fino ad infonderle le tonalità della sua luce?
Il tassista, felice di averci portato finalmente a destinazione, ci strappa ai nostri pensieri.
Scendiamo.
Dietro questa anonima porta a vetri c’è El Deseo la casa di produzione di Pedro e Agustín Almodóvar. Sulla strada solo un pulsante LLAMAR FUERTE.
Suonare con vigore.
La parete anonima scorre via, in fondo al breve corridoio di ingresso due ingrandimenti. Il volto di Pedro, in bianco e nero con gli occhiali da sole, si riflette sul vetro e si raddoppia.
E sotto la foto di Pedro in piedi e Agustín seduto che, raddoppiati, accolgono i visitatori in questo luogo spartano eppure caldo e accogliente.
Nessuna stravaganza da artista.
Il più trasgressivo dei registi, come lo chiamano, è l’uomo del rigore. Niente cellulari che squillano, né battute che volano tra le scrivanie della grande stanza al pianterreno. I tavoli hanno porzioni colorate celesti e verdi,  a terra linoleum beige con scaglie azzurre.
Sulle pareti i poster dei film sembrano raccontare la vita di Pedro come foto di famiglia.
Due gambe lunghe escono dalla minigonna di Kika, vicino all’estintore del fuoco, nascosti alla vista cartelloni in francese.
Ai tavoli i ragazzi lavorano in silenzio, quando alzano gli occhi sorridono.
Su un lato della stanza un piccolo ascensore rosso, con un sensore capriccioso, va su e giù. Ai piani piante e mobili caldi nei colori del legno, del rosso e del blu. Voci sussurrate e sorrisi dietro le porte scorrevoli.
Al primo piano silenzio e la stanza di Pedro.
Essenziale e accogliente. Vetrate che affacciano sulla palazzina di fronte. Foto incorniciate alle pareti. La scrivania in legno e davanti le poltroncine rosse che accolgono gli attori per le prime letture del copione.
Dalla porta in strada è entrata furtiva Emma Suárez.
La sua interpretazione della Julieta matura è immensa, struggente.
Lei è intensa e minuta.
Indossa un baschetto color cammello. Cappotto dello stesso colore. Calze e scarponcini viola.
Si siede sulla poltroncina rossa. Dove avrà fatto le sue prove prima di  diventare la nuova creatura di Pedro Almodóvar.
Sembra portare ancora addosso i segni del viaggio. Come chi sia stato all’inferno o al paradiso e fatichi a tornare alla vita di ogni giorno.
Pedro ha usato due attrici per la sua Julieta. (Adriana Ugarte, la Julieta giovane, è ugualmente grandiosa e struggente.) Non voleva che fosse il trucco a scandire il passaggio del tempo.  Con gli anni è lo sguardo che cambia e neanche gli americani sono ancora riusciti a trovare il modo di cambiarlo.
Ma alla fine del film nessuno ricorda di aver visto due attrici. Resta l’immagine di una sola donna: della sua vita, della sua perdita. Dei suoi rimpianti.
Seduta sulla poltroncina Emma Suárez parla con foga. Cerca parole che possano spiegare cosa voglia dire lavorare con Almodóvar.
“Quando ho letto la sceneggiatura ho pensato: sarà un viaggio durissimo. Ho avuto sei mesi per entrare nello stato d’animo di una donna che ha sofferto le pene dell’inferno e ha pianto tutte le sue lacrime. Era difficile stare in quel dolore senza piangere. Ma Pedro era stato categorico. Niente lacrime  sul set, niente lacrime nel film. Julieta le ha già piante tutte. È una donna schiacciata dal peso di una colpa di cui non è riuscita a parlare. E quel silenzio ha scavato un baratro tra lei e sua figlia.
Si porta il dolore impresso sul viso, come una maschera.”
Emma Suárez sgrana gli occhi color del miele pieni di meraviglia  per l’immensità di quella pena.
“Non mi sono mai preparata tanto: ho letto le autrici che Pedro mi ha suggerito: Joan Didion e Alice Munro, dai cui racconti è tratta in parte la storia. Ho studiato i film dove la voce fuori campo diventa protagonista e trasmette le emozioni. Come la voce di Jeanne Moreau ne L’amante. Sono andata in Galizia, sebbene il mio personaggio non ci andrà, per sentire gli odori del mio passato.”
Una Galizia meravigliosa a cui il film conferisce un incanto sublime.
“Ho fatto tutto quello che potevo” Dice Emma Suárez e nella sua voce si coglie un affanno.
Ha studiato Lucien Freud, la tragedia greca, la musica di Alberto Iglesias, ha rivisto tutta l’opera di Almodóvar. Ha parlato con persone che hanno vissuto l’esperienza tragica di Julieta.
“Julieta è professoressa di lettere classiche, e allora ho chiesto a Pedro cosa ti piace di più di quella letteratura?
L’Ade, ha detto lui e allora io ho letto tutto il leggibile sull’Ade, perché con Pedro capisci che ogni dettaglio, ogni cosa che lui menziona avrà un senso nel film.”
Un breve silenzio.
“Arrivavo sul set ogni mattina con la mia cartella, le mie foto, tutto il materiale che mi avrebbe aiutato ad entrare in quel dolore e… non serviva a niente.”
Sotto il baschetto calcato in testa i suoi occhi sgranati catturano squarci di luce che entrano dalle grandi finestre.
“Devi essere molto forte, molto solido per lavorare con lui.
Pedro controlla tutto. Ogni  dettaglio di ogni inquadratura.”
Con le sue dita sottili Emma Suárez afferra un pezzetto di carta  sulla scrivania. “Ecco” dice  “lui vede un foglio nell’inquadratura e, se non gli piace così, ferma tutto” Lo stropiccia “E si riparte. E così per ogni dettaglio.
La scena iniziale, ad esempio, l’abbiamo provata all’infinito e… arriva un momento in cui non capisci più niente. Torni a casa la sera e ti chiedi cos’è che non andava? Ti sembra di avergli dato esattamente quello che lui ti chiedeva.
E il giorno dopo provi, provi e  magari  alla fine torni a girare la scena come l’avevi girata all’inizio…e lui dice che va bene.
Allora capisci che tu sei solo uno strumento nelle mani di Pedro.“
Guarda un punto oltre la finestra. Scuote la testa.
“Sceglieva il quaderno su cui scrivevo, sceglieva la penna con cui scrivevo. Tutto ciò che io toccavo gli apparteneva.”
Il suo sguardo rincorre un ricordo:
“C’è una scena in cui io sono seduta al tavolo e c’è una libreria sullo sfondo alle mie spalle. Impossibile per lo spettatore distinguere i libri, ma Pedro si avvicina e dice devo vedere i titoli. Il giorno dopo sul set arrivano casse di libri direttamente da casa sua con cui sostituisce tutta la libreria.”
Ride stupita, deve sentirsi anche lei come uno di quei libri, il più bello magari e dalla libreria di Pedro si fatica ad uscire.
“C’è qualcosa in lui che ti tiene legata, crea una forma di dipendenza nelle persone.“
Un altro silenzio.
“E scopri anche delle cose di lui: la sua solitudine, la sua profonda timidezza. C’è molto di Pedro in Julieta.”
Uscendo, Emma Suárez esita un istante sulla soglia. Sembra cercare qualcosa da portare via. Un oggetto che la renda ciò che è stata. Ma è solo un istante.
Nella stanza, ora deserta, sembra aleggiare ancora quel suo sguardo smarrito ed insieme ammirato.
Difficile essere creature di Almodóvar e forse ancora più difficile, dopo, misurarsi con una vita senza di lui. Come sembrano dire gli occhi degli attori alla parete.
E quando Pedro Almodóvar, in persona, entra nella stanza e siede al suo tavolo è quasi un’emanazione di quegli occhi, un’incarnazione del loro desiderio. Come lo spirito della lampada.
Come il viso di Emma Suárez che emerge dall’asciugamano nella  scena memorabile dove la Julieta giovane diventa la Julieta matura.
Ovviamente l’asciugamano è suo.
“L’ho usato anche ieri per farmi la doccia” Dice Pedro Almodóvar . Sorride e indica con la mano oltre la porta “Spero che nel frattempo lo abbiano lavato… È di Missoni. Ha un colore che mi piace molto. Un bel marrone con dentro i toni della terra” .
In Spagna, dopo lo scandalo dei Panama papers Almodóvar ha cancellato tutte le interviste. (“Abbiamo consegnato le carte, è tutto pubblico, ma loro non mi vogliono ascoltare. Vogliono andare avanti con la loro storia. E allora io taccio.”)
Julieta andrà a Cannes e lì Almodóvar avrà occasione di intrattenere il pubblico e di lanciare le sue provocazioni di sempre, o forse no, forse qualcosa è cambiato.
Qui comunque  è a casa sua.  Non ha bisogno di dare spettacolo.
Ha un maglione azzurro e sorride pacato.
Barbara, il suo angelo custode, si occuperà di scandire il ritmo delle interviste con il suo piglio fermo e gentile.
“In questo film sono tornato a parlare della maternità. Un tema drammatico di prim’ordine.”
Anche se Julieta è una madre diversa dalle madri che l’hanno preceduta.
E viene da chiedersi a quali profondità lui abbia attinto per trovare dentro di sé un risvolto così doloroso dell’essere madre.
“Julieta ha un tono sobrio e austero. Forse è colpa dell’età.” Sorride con un’ironia malinconica  “Philip Roth ha detto che la vecchiaia non è una malattia, ma un massacro…E questo film è pieno dei miei dolori fisici.“
Le costrizioni del corpo lo confinano a casa, poca o quasi nulla vita sociale.
“Ora mi dedico quasi esclusivamente alle sceneggiature e al cinema. Sono la terapia della mia vita”
Ma nonostante “gli acciacchi della vecchiaia” Pedro è sereno come non lo si vedeva da tempo. Il taglio di capelli ricorda la Julieta giovane del film. Indimenticabile Julieta.
Il buio, che a tratti gli attraversava lo sguardo, è scomparso.
Forse l’ età, confinando il corpo, ha regalato nuove ali al suo spazio interiore. Allo spazio ed al tempo dei suoi film.
Si viaggia tanto in Julieta, eppure miracolosamente tutto tiene.
“Il mio presente mi avvicina alla Julieta matura, alla donna adulta.
Il mio passato alla Julieta giovane che inizia la sua avventura a metà degli anni ’80. Un’ epoca di vitalità enorme, di esplosione sessuale, di libertà. Mi mancano quegli anni” sorride “Ora se devo spiegare alle attrici giovani, tra i 25 e i 30,  come era una ragazza degli anni ’80 mi sembra quasi di descrivere personaggi di un film d’epoca.”
Eppure accanto a lui quella libertà sembra ancora possibile. Forse è questo che attrae le persone, come diceva Emma Suárez. Una libertà a cui ci si afferra come ad un bene perduto, legata ora più al rigore che alla stravaganza. Per la quale pagherà di certo un caro prezzo.
“Mentre improvvisavano, sedute qui davanti a me, le attrici a volte ridevano. Inscenavano un melodramma. Ma io sono stato implacabile, questo film doveva essere un dramma puro e duro, non ho fatto concessioni e ora sono contento del risultato.
Se avessi aperto la porta di casa di Julieta, se invece di farla girare da sola per le strade di Madrid, le avessi permesso di sedersi su una panchina in attesa che qualcuno andasse a sedersi accanto a lei sarebbe finita come Donne al bordo di una crisi di nervi.
Le protagoniste sono entrambe donne sole e abbandonate.
Ma Julieta, a differenza delle altre donne dei miei film, ha rinunciato a vivere. È un personaggio quasi religioso, che mi commuove molto. A tratti è solo un corpo che cammina. Per questo, in una scena, l’ho inquadrata senza testa.
Era un rischio lo so, ma sono abituato a giocarmi il tutto per tutto”
Le signore che sono venute ad intervistarlo si siedono davanti a lui e dicono che hanno amato il suo film. Così diverso dagli altri eppure così incredibilmente suo.
E lui sospira sollevato.
“Era importante per me che le donne si ritrovassero in Julieta.”
E con ognuna delle signore il discorso prende strade diverse. Sono tante le piste del film.
C’è chi vuole sapere del lavoro con le attrici:
“Le porto sul mio terreno. Impongo loro un modo di dire le cose.  Una musicalità. Il volto cambia a seconda di come pronunciamo le parole”
Chi di scenografia:
“Tutto ciò che appare nel film: libri, sculture, quadri, poster sono oggetti della mia vita. O cose che mi piacciono molto, come la carta da parati. Io elaboro ogni scena. Come se creassi un quadro con gli oggetti. Studio lo sfondo, colloco le attrici in quello sfondo e  solo più tardi, arriva la squadra degli scenografi. Per loro è quasi un incubo, dicono.”
E chi dei tanti simboli del film. Materiali ed, insieme, spirituali.
Il treno, ad esempio, simbolo di avventura e di scoperta.
“Nel paese della Mancha dove sono nato passava un unico treno. Ed io già a sette anni sapevo che sarei salito su quel treno, sapevo che dovevo andare via” . Il treno apre a nuovi incontri, apre alla vita e alla morte.
O l’asciugamano con cui le bambine avvolgono i capelli di Julieta, in un atto di devozione e di pietà che  ricorda la lavanda dei piedi di Cristo e il velo della Veronica.
“Un’immagine che mi affascina  da quando ero bambino. Per me la vera pietà non viene da Dio, ma è quella tra uomo e uomo.”
Ci sono le iniziali incise nel tatuaggio di Xoan, il marito di Julieta: sono davvero quelle della moglie e della figlia, come Xoan sostiene? O cosa altro nascondono?
E il rosso che apre il film è il simbolo del cuore e del respiro che è l’inizio della vita.   Ma la vita, nel film, rincorre la morte. E la morte la vita. In una duplicità costante.
Ognuno è libero di leggere in quei simboli ciò che può a seconda della sua vita, del suo passato.
Dice Pedro e sorride.
Forse la pietà di cui parla è anche pietà per se stesso.
Perché in Julieta, ed è questa forse la vera sorpresa, anche i personaggi maschili, e sono tanti, sono diversi dai suoi uomini di sempre. Sono più caldi, più pieni. .
Gli uomini di Julieta non vogliono soccombere al senso di colpa.
“All’inizio non mi ero reso conto di quanto fosse importante in questo film il tema della colpa. L’ho capito quando ho finito la prima stesura della sceneggiatura. È quello il momento in cui emergono tutti fili della storia, ed è allora che cominci a scrivere davvero.”
C’è chi parla del silenzio nel film. Delle cose non dette che scavano baratri tra le persone.
(Silencio era il titolo originario ma lo stesso titolo ha anche  il film di Scorsese in uscita e si è dovuto ovviare.)
E si parla della musica che fa da collante agli stacchi temporali.
“Non è stato facile trovarla. Alberto Iglesias, il mio compositore di sempre, mi presentava le sue proposte ed io, ogni volta, gli dicevo: non mi piace. E lui con umiltà si rimetteva al lavoro. È l’unico artista senza ego che conosco.” Pedro lo ripete ogni volta. Commosso dalla resistenza umana del suo compositore. “Finché un giorno abbiamo trovato la chiave, e per me è la musica più bella che Alberto abbia mai composto. Dentro c’è una reminiscenza di Mahler.
A tratti, se ci fate caso, ricorda Morte a Venezia.”. Almodóvar muove una mano nell’aria quasi la stesse sentendo in questo momento.
Noi invece sentiamo il rumore lieve dell’ascensore che va su e giù. E qualcuno in cucina che canta a mezza bocca mentre prepara un piatto di ceci, spinaci e baccalà.
I rumori della famiglia di Pedro.
La famiglia, e la sua duplicità, è un altro dei temi del film. Una delle forme di repressione più forti, la famiglia, ed insieme la fonte di vincoli indistruttibili.
Come il vincolo tra Pedro e Agustín.
“Pedro Almodóvar, lei come scrive?” Gli chiedono mentre oltre le vetrate, d’un tratto, esce un sole breve e passeggero tra gli ammassi di nubi all’orizzonte.
“Se ho un’idea la sviluppo, diciamo una decina di pagine che lascio dormire nel computer, poi dopo qualche giorno le riprendo in mano e se mi paiono ancora buone scrivo quello che succede subito prima e subito dopo. E a quel punto consegno il tutto ad Agustín. Mio fratello è una specie di enciclopedia, lui sa tutto. Agustín è il lettore che meglio capisce quello che scrivo.”
E Agustín , al terzo piano, sorride ironico. Si schermisce. “Forse deduce cose dalla mia reazione piuttosto che dalle cose che io gli dico.”
Agustín che all’ingresso sorride in bianco e nero, ora è seduto in carne e ossa ad un tavolo bianco circondato da sedie di mille colori, dietro tende di velluto rosso.
Agustín appare qualche istante in Julieta nei panni del controllore del treno.
“All’inizio mi prestavo a questi camei” spiega con un sorriso timido “perché c’era sempre un attore che mancava poi con il tempo è diventata una tradizione”
Indossa una camicia a quadretti bianca e blu, e gilet blu con penne nel taschino, ha un fare pacato e un poco impiegatizio da cui affiora a tratti un’ironia sottile.
È lui il capo de El Deseo che produce i film di Pedro, e a volte,  qualche altro film di loro gradimento.
Per difendere il fratello dalle accuse dei Panama papers si è dichiarato pubblicamente “il cattivo de El Deseo”
“Perché lo ha detto?”
“Visto che cercavano un colpevole almeno se la prenderanno solo con me.”
Non c’è in lui segno di ambascia, sorride tranquillo.
“Ne abbiamo già vissute di tempeste così. Questa è la terza grande crisi. La prima con gli animalisti in Parla con lei , poi problemi con la Chiesa con La mala educación.
Ma finisce sempre bene.
Sono molto ottimista.
E aggiunge:
“Il mio unico merito è quello di aver dato a Pedro la libertà di cui aveva bisogno.
Erano altri tempi allora. Era più facile produrre film per chi partiva da zero.  Pedro aveva sempre i suoi problemi con i produttori. Non poteva occuparsi di queste cose. E mi ha chiesto di aiutarlo. Si è fidato di me.”
Sorride.
“Io ho una laurea in chimica, ero professore di scienze. In questo mondo sono un intruso. Un autodidatta.
Da bambini al paese si andava al cinema il giovedì, il sabato e la domenica. Mi mandavano a fare da chaperon a mia sorella e al fidanzato. Poi d’estate ci andavo con Pedro che era più grande.
Noi fratelli non capivamo sempre tutto. Era Pedro che decifrava le storie per noi. Era l’unico che sapesse leggere tra le righe dei film. Per le nostre sorelle il vero spettacolo erano i film reinterpretati da Pedro.”
E quella famiglia, per cui decifrava film, deve essere stata molto importante se ha voluto ricrearla qui a El Deseo.
“Un figlio le manca?” Gli hanno chiesto poco fa a bruciapelo.
“Sì adesso mi manca” ha risposto dopo l’esitazione di un istante “ E ormai è tardi, se ci fosse stata la possibilità dell’utero in affitto vent’anni fa, lo avrei fatto. Mi fa rabbia essere arrivato tardi.”
Ma non c’è rabbia nella sua voce. Solo un enorme struggimento.
Lo stesso che si prova, nel film, davanti alle immagini di Julieta giovane che afferra la vita con lo slancio della giovinezza.
Eppure tra le due Julieta, tra slancio vitale e delusione, tra desiderio e dolore sembra esserci un processo di osmosi come se l’asciugamano, che ne accompagna il passaggio, lavorasse in una direzione e nell’altra.  Un oscillare continuo tra piacere e dolore. Umorismo e disperazione. Tutta la duplicità della vita.
Per noi è ora di andare. Pedro e Agustín, in bianco e nero, ci salutano  all’uscita. “Siamo uniti come gli elementi nell’acqua” ha detto Agustín “la nostra è l’unione di due teste e due sensibilità molto diverse da cui nasce una forza indistruttibile.”
Per le strade di Madrid ci accompagna il sorriso di Pedro, la sua nuova leggerezza e la malinconia di sempre.
E  ci vengono in mente le parole di Emma Suárez. “Nonostante tutto è l’ultimo dialogo di Julieta a dare il tono del film, a lasciare dentro una speranza.” La possibilità di un perdono.
Il perdono di Julieta è il perdono di Pedro.
Per il figlio non avuto. Per il treno con cui è fuggito. Perdono per il corpo che invecchia. Per i rimpianti. E la voglia di vivere ancora.
O forse si tratta di un perdono più grande.
Una pietà tra gli uomini che, insieme ai colori della movida, darà il tono a questa città?
Chissà.
Per il momento è un accenno nell’aria, una piccola luce nella pioggia, ma ha il colore dell’oro e fa il passo leggero.

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