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Uno di troppo

di

Data

Non ce la faccio. Apro gli occhi ogni mattina che il sole ancora dorme. E ogni volta mi sembra di essermi appena messo a letto. Va avanti così da più di dieci anni ormai. Non ne posso più. Alzarmi alle cinque e mezza per essere al lavoro alle otto,

Non ce la faccio. Apro gli occhi ogni mattina che il sole ancora dorme. E ogni volta mi sembra di essermi appena messo a letto. Va avanti così da più di dieci anni ormai. Non ne posso più. Alzarmi alle cinque e mezza per essere al lavoro alle otto, non è umano, non dovrebbe succedere, non dovrebbe essere permesso. Fa freddo, non voglio uscire da qui sotto. Fuori farà ancora più freddo. L’idea di alzarmi, entrare in quel bagno gelido, prepararmi, uscire, in macchina fino alla stazione, poi l’attesa, i brividi, il treno, il viaggio in quel carro bestiame. Mi stanco solo a pensarci. Perché non posso restare a letto ancora un po’? Con le gambe saldate attorno alle cosce calde di Patrizia, i suoi capelli ad accarezzarmi il viso… Basta! Clonatemi! Voglio un clone che vada a lavorare al posto mio. Dio, ti prego, un altro me, nuovo, fresco, riposato, che faccia quello che a me non va più di fare. Che sia lì alle otto, puntuale e agguerrito, che tenga testa a colleghi, clienti e capi. Che sia lui a rovinarsi lo stomaco in mensa e il fegato in riunione. Che sia lui a prendere quel treno. A respirare la puzza del tempo che passa. Un clone, ti prego. Per un anno. Anche per un mese, un giorno almeno.
Passo e ripasso il badge nel lettore accanto ai bagni. C’è qualcosa che non va. Non funziona. Insisto. Una volta, due, tre. Niente da fare, non va.
– Lo sapevo. Oggi è proprio una giornata di merda… – impreco a voce neanche tanto bassa – prima la macchina che non parte, poi il treno in ritardo, il cellulare già scarico… adesso anche ‘sto coso rotto…
Mi arrendo. Mi infilo nel lungo corridoio che porta al mio ufficio. Non entro. Dalla soglia riesco a vedere il solito desolante spettacolo: Bertini è chino su delle stampe e sottolinea parole e numeri con la sua stilo da due soldi. Morselli è tutto concentrato sullo schermo del suo pc, neanche avesse finalmente trovato ‘la madre’ di tutti i siti porno. Giulietti è al telefono, come sempre. A quest’ora sarà già alla quarta delle sue dieci telefonate quotidiane con la moglie. Cosa avranno ancora da dirsi…
Poi guardo la mia scrivania, la stessa da dieci anni. La stessa lampada, lo stesso telefono, lo stesso schedario e poi… io, seduto alla stessa sedia di sempre.
Lo guardo sorpreso, e lui guarda me. In un attimo è in piedi, viene verso la porta. Ha la mia camicia preferita, con le maniche arrotolate fino ai gomiti.
– Vieni Paolo – mi bisbiglia… me stesso, – andiamo a farci un caffè.
Lo guardo passare e allontanarsi velocemente. Le mie gambe sono di pietra, non riesco a muoverle.
Guarda invece lui come cammina impettito, sembra persino più alto visto da quaggiù. E quella camicia gli sta proprio bene.
– Paolo, ma come ti sta bene quella camicia – chioccia dalla sua stanza quella stangona della Fabiani. Lui si ferma per un attimo, le fa un cenno con la testa, e riparte. Poi si infila nello stanzino del caffè.
Recupero l’uso della mandibola e, finalmente, riesco a chiudere la bocca. Con le gambe è un’altra storia, ma con uno sforzo sovraumano muovo il primo passo. Poi il secondo. Seguo il mio gemello più fico come un automa. Non so cosa pensare e, nell’indecisione, non penso più a nulla. Arrivo al distributore del caffè. Il secondo Paolo è lì che armeggia, si gira e mi fissa deciso.
– Lo hai chiesto tu no? Volevi un clone e ora ce l’hai. Fra l’altro ti sto facendo fare bella figura. Sabato pomeriggio gioco a tennis col direttore generale, il dottor Semprini. E hai sentito la Fabiani? Nel giro di una settimana me la porto al lago.
Lo guardo esterrefatto: – Ma io… noi… siamo un uomo sposato…
– Ma dai su! – mi redarguisce – Ma cosa sono queste remore? Modernizzati. Dell’ufficio ormai mi occupo io, no? Ecco, lasciami fare.
Non riesco a ribattere, ho la testa di gomma.
– Beh, allora io torno a casa… da Patrizia! – dico con un tono titubante ma quasi allegro.
– Ecco… – frena lui – di questo volevo parlarti. Tu sei molto stanco e io, beh, io qui in ufficio ho veramente tanto da fare per rimetterti in corsa agli occhi dei capi. Quindi avrei pensato di chiedere anch’io un aiutino… A casa con Patrizia adesso c’è un terzo Paolo. Cerca di non rientrare prima delle otto…

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