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BNL Media Art Festival al MAXXI

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Arte e nuove tecnologie al MAXXI, con il BNL Media Art Festival.

E se il tram n. 2 non fosse un semplice mezzo pubblico piuttosto malandato ma fosse un’installazione di media art? Me lo chiedo mentre sobbalzo come da aspettative se non proprio come da contratto di viaggio di nuovo verso piazzale Flaminio, di ritorno dal MAXXI, il Museo della Arti del XXI Secolo, dove mi sono goduto le installazioni del BNL Media Art Festival, festival di arte e nuove tecnologie, diffuso in vari luoghi della città, tra cui il Goethe-Institut.

A fare da centro gravitazionale al festival è però proprio il museo di via Guido Reni, dove sono state allestite le opere di tredici artisti internazionali che da gennaio hanno lavorato con gli studenti di dodici scuole di Roma, Milano e Napoli. Sono soddisfatto, nonostante i sobbalzi. Tra le opere che ho visto spuntare dal nulla del buio della sala, la maggior parte di loro annunciate da suoni inquietanti, è risultata vincitrice del festival una delle mie preferite, l’installazione di sound art Murmur L.C. Librans di Simone Pappalardo, realizzata con gli studenti dell’istituto romano Tullio Levi Civita. Pappalardo ha prima riciclato oggetti deteriorati della scuola, come sedie, arredi, o vari materiali di scarto, poi  li ha trasformati in “apparati fonatori artificiali” (sarebbero una specie di tromboni da grammofono tutti ammaccati, detto in parole un po’ più povere) che fanno uscire i suoni di una lingua sconosciuta generati dalle scritte prese dai muri del liceo, che sono state inserite nel sistema e trasformate in suoni. Capito? Io non tanto, ma il tutto risulta particolarmente apprezzabile, anche se meno affascinante, secondo me, di Métamorphix di Scenocosme, duo composto dagli artisti francesi Grégory Lasserre e Anaïs met den Ancxt. Un semplice cerchio di stoffa, di velo incorniciato, di un paio di metri di diametro, ma basta toccarlo, è il visitatore che deve farlo, per provocare una cascata di suoni e luci, sempre diversi secondo la zona del cerchio scelta, il movimento e la profondità del tocco, che inondano il viso e il corpo e che si riflettono poco lontano su una specie di specchio, generando “vari universi meditativi attraverso sostanze organiche liquide e incandescenti”.

Non so quali fossero gli universi meditativi del bambino di pochi mesi che in braccio al padre era il più grande appassionato di Métamorphix ma le luci, i suoni e le forme delle opere sono tutti molto stimolanti. Come Twisted Light dell’italiano Fabrizio Tamburini e del tedesco Freddy Paul Grunert una scultura di luce mescolata con le onde radio, realizzata al culmine di un percorso durato anni, tra Venezia e Karlsruhe, o l’armonia di Pentatono del greco Yannis Kranidiotis, cinque sfere appese a fibre ottiche, cinque pendoli mossi da piccole eliche, o It’s just a game dell’ecuadoriana Maria Rosa Jijon, vincitrice del premio della call internazionale, che trasforma i flussi dei migranti attraverso le frontiere in un videogioco, o The Doser dell’italiana Pamela Diamante che diffonde onde sonore su una superficie acquatica, suoni dai toni bassi che ti fanno vibrare dentro.

Tra un colpo e l’altro, una frenata e un’accelerazione, tra un rumore di ferraglia e l’altro, sul tram n. 2 mi interrogo sulla missione della media art, su come la tecnologia possa diventare arte, o come l’arte possa sfruttare la tecnologia per raggiungere una platea sempre più vasta. Come con la media art, con l’arte tecnologica, lo spettatore possa diventare parte dell’opera. E quindi, se questo tram fosse davvero un’installazione di media art, come potrei diventare anch’io un’opera d’arte, come potrei anch’io cominciare a emettere suoni inquietanti, a cantare per esempio, in maniera più o meno intellegibile, come il Murmur o il Métamorphix, insomma. E chissà cosa ne penserebbero gli altri passeggeri. Ma fortunatamente arriviamo al capolinea e l’unico suono che si sente, il suono che mi libera, è quello del cicalino delle porte che si aprono.

(Sono stato al MAXXI pochi giorni dopo la morte di Zaha Hadid, l’architetto che l’ha progettato. Non so se è il modo giusto per ricordarla, lo faccio da semplice uomo della strada, da passante incompetente. Ma il MAXXI è un edificio che mi è sempre piaciuto moltissimo).

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