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Tango siciliano

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Ogni estate tutto si ripeteva secondo la consueta liturgia: la partenza di notte con il Ford Transit avana di zio Mario, le lunghe code in autostrada sotto il sole, i veicoli stracolmi da studiare, i mille accenti da ascoltare, fino al magico incontro serale con l’isola dal ponte del traghetto.

Ogni estate tutto si ripeteva secondo la consueta liturgia: la partenza di notte con il Ford Transit avana di zio Mario, le lunghe code in autostrada sotto il sole, i veicoli stracolmi da studiare, i mille accenti da ascoltare, fino al magico incontro serale con l’isola dal ponte del traghetto.
Ma quell’anno, per noi bambini, l’attesa per il viaggio in Sicilia era resa ancor più vibrante da un elemento nuovo ed entusiasmante: il Tango.
Nulla a che vedere con il ballo, sia chiaro. Il Tango era il nome del pallone usato nel Mundial Argentino appena terminato. La semplice apparizione nei negozi della sua perfetta imitazione in gomma, era stata salutata da noi piccoli fanatici calcio dipendenti come un evento epocale.
A giugno i nostri nonni lo avevano regalato a Carletto per il suo compleanno. E io, gravido di invidia, subdolamente raggirai il mio fratellino convincendolo ad attendere Agosto per utilizzare il nuovo pallone direttamente sulla spiaggia di Pozzella, la meta del nostro viaggio estivo.
“Ma io ci vorrei giocare subito, in fondo è il mio regalo” protestò Carletto
“Ma se ci presentiamo con il pallone nuovo com’è ora, bello gonfio, sarà più facile, Carlé! Sarà la nostra arma segreta. Guarda che loro si stanno già allenando sulla sabbia da due mesi, ma noi siamo più tecnici e con questo pallone…”
“Tu dici che col tango saremo più forti?”
“Non c’è dubbio, è più grande e pesante del super-tele”
“E’ meglio anche del super-santos”
“Non c’è dubbio e allora…”
“E allora… vai col tango!”
Non crediate che le partite sulla spiaggia di Pozzella fossero semplici partitelle sulla sabbia. Tutt’altro. Da un paio di anni, su quella lingua di sabbia nel punto più a sud d’Italia, ogni giorno di agosto dalle sei fino al tramonto, andava in scena “u partituni”. Delle epiche sfide tra compagini di indigeni contro ospiti. Una sorta di Sicilia-Resto del Mondo ripetuta all’infinito per tutto il mese, Isola contro Penisola. Insomma, anche se i più anziani in campo non arrivavano a tredici anni, in ballo c’era molto.
Da un lato, un’agguerrita e scura rappresentanza di locali. Li chiamavamo i Corradi dato che quasi tutti portavano il nome del Santo patrono della vicina Noto. Ma a dispetto dell’onomastica, la punta di diamante della rappresentativa sicula era tale Pippo La Bombarda, un amabile cicciottello di un metro e quaranta che in campo si trasformava in un diavolo.
Dall’altro lato noi, un’accozzaglia di pallidi e filiformi sbruffoni di città, indefiniti per età e provenienza. Noi quattro cugini romani, i tre fratelli Cremonesi, Zena di Genova, Giorgio il Granata e Ambrogio, neanche a dirlo, di Milano.
Per la prima partita ci presentammo in spiaggia in maglie bianche e in fila indiana. Loro, scuri come la pece, ci attendevano schierati a torso nudo. Il più piccolo di tutti, Carletto, guidava fiero il nostro gruppo con il Tango sottobraccio.
“Beddamatri, u Tango!” esclamarono un paio di Corradi.
“Giochiamo con il nostro” fece Carletto calciando lontano il super-santos dei siculi.
Ma Pippo La Bombarda, per nulla intimorito, provò a schernirlo:
“Miiiii Carletto, ma cu si Paolorrrosssi?”
Corrado Rapisarda, il loro portiere, colse l’occasione al volo: “Vistu ca tenite u pallone, noautri pigghiamu u campu!”
E poi, rivolto ai suoi proseguì: “Carusi, iddri hannu u pallone, nautri avemu u suli”. Risero.
“Mi me va bèn, dacordi” urlò Ambrogio senza capire nulla.
Così il nostro portiere ci condannò a giocare controsole. E fin quando il sole non iniziò a calare ogni nostro sforzo fu vano. Poi finalmente Ambrogio iniziò a parare qualche loro tiro e, proprio al crepuscolo, grazie al Tango, con una splendida azione al volo Zena agguantò un pareggio insperato. Noi esultammo come forsennati, loro impazzirono di rabbia, ma il bagno finale in acqua per quella sera stemperò le tensioni. Il giorno successivo, però, le scorie del primo incontro si presentarono intatte alla solita ora. E dopo un’ora dall’inizio dal secondo incontro, in seguito ad un’entrata di Corradino Crapanzano sul Granata, ne nacque un testa a testa tra Maurizio, il mio cugino più grande e Corradino Finocchiaro il figlio del proprietario dei cubici gioielli abusivi dove passavamo le vacanze. Il passaggio dalle parole alle parolacce fu inevitabile e tra un figlio di qua e un cornutazzo di là, tra una testa di su e un fetuso di giù, la situazione trascese in modo inarrestabile. E quando Corrado Bonanno mollò un sonoro ceffone all’ignaro Ambrogio intento a chiedermi la traduzione degli insulti dal dialetto siciliano, in un impeto di solidarietà romano meneghina mi lanciai a volo d’angelo contro quest’altro Corrado, intercettando in pieno volto la papagna di Pippo La Bombarda.
Fu la terza guerra mondiale.
Dato che sullo Ionio il sole tramonta verso terra e che i nostri genitori in quel momento erano a riva, immagino la scena offerta al loro sguardo con un certo afflato poetico: un ammasso di forme scure che saltavano l’una sull’altra in una nuvola di sabbia su uno sfondo arancio fuoco.
A noi sembrò durare moltissimo, ma in realtà credo che la zuffa non abbia superato il minuto. Poi improvvisamente le forze in campo mutarono e ognuno di noi iniziò a sentirsi sopraffatto da potenze decisamente superiori alle precedenti.
L’azione repressiva delle sopraggiunte milizie adulte infatti fu veloce, coordinata, spietata: calci, strattonate schiaffi e reprimende terribili sillabate al ritmo dei colpi inferti.
E mentre Pippo La Bombarda in lacrime veniva letteralmente trasportato via di peso da quell’energumeno del padre continuando ad urlare “romanooo t’ajo ammazzari!!!”, mio padre, colonnello dell’aeronautica, optava per un classico e persuasivo trascinamento per le orecchie di entrambi i suoi eredi.
A quei tempi una dose quotidiana di schiaffi era nel conto. Drammatica, invece, si rivelò la sentenza, definitiva e inappellabile, condivisa a livello delle massime autorità genitoriali di Pozzella.
Il calcio per quell’estate era finito. Ci fu requisito il Tango di Carletto.
Non solo la partita delle sei fu abolita, ma nessuno di noi per quel mese avrebbe più potuto toccare un pallone. Neanche un Super-santos o un Super-tele.
Così per un minuto di follia, l’incanto dell’estate sognata ormai faceva compagnia ai pesci in fondo del mare. Le giornate divennero lunghe: i bagni in mare, i tuffi dagli scogli dell’isola di fronte, perfino le uscite in gommone perdevano fascino senza la prospettiva della partita serale. Le piste con le biglie dei ciclisti erano divertenti. Rubabandiera, Monopoli, Scala Quaranta e Master Mind: tutto molto bello, ma vuoi mettere con la partitona della sera?
Se non bastasse la convivenza con mio padre divenne difficile. La sua formazione militare venne fuori in tutta la sua ottusa fermezza.
“Non è questo che vi abbiamo insegnato, ci vuole rispetto!” tuonò quella sera senza cambiare disco nei giorni successivi.
“Ma ci ha detto romani di merda!” provai a spiegare.
“Dovete portare rispetto alla nostra famiglia e ai nostri sacrifici e al vostro nome”
“Appunto, ma se lo porto io il rispetto perché non lo devono portare gli altri? Tu mi hai sempre detto di farmi rispettare”
“Non in questo modo, non dimostri intelligenza. Il rispetto è nelle azioni e voi non siete rispettosi. Le parole che ho sentito oggi non sono degne di un Montesi”.
Aveva questa strana abitudine di riferirsi alla nostra famiglia come se fossimo i Kennedy. Sembrava che avessi dato uno schiaffo a lui invece che prenderlo da Pippo. E poi mi dava fastidio l’uso del plurale. Mi faceva sentire in difetto anche con quel poveraccio di Carletto, che non aveva colpe se non quella di aver rimediato qualche sberla e avere me come fratello. Di sicuro, si stava meglio d’inverno, quando papà non lo vedevamo mai.
Dopo qualche giorno, però, quando eravamo ormai rassegnati alla nostra austerity calcistica, Ambrogio inconsapevolmente diede una nuova svolta alla nostra estate.
Era quasi ferragosto e ci annoiavamo dopo pranzo con la solita partita a carte, quando se ne uscì:
“Uè raga, si va su in terrassa a vardà la zia Gabry?”
Ora nello specifico il concetto di zia Gabry era completamente fuori dal nostro immaginario. Credo fosse la sorella più giovane della mamma di Ambrogio. Ma tutte le nostre zie erano seriose e autorevoli madri e casalinghe. Zia Amelia, zia Antonietta, zia Luisa, già dal nome emanavano odore di bucato e profumi di cucina.
Zia Gabry invece spostava la scena su un altro pianeta. Erano territori da commedia all’italiana. Mora, tra i venticinque e i trent’anni, inspiegabilmente senza marito né fidanzato al seguito e per quanto ne capissi allora di una bellezza mozzafiato. Una sera durante una cena in terrazza, mi resi conto che la luce del lampione a olio che illuminava la tavola attraversava agilmente l’esile filatura della canottiera di cotone che indossava, rivelando completamente i tratti del suo seno. Era destabilizzante. Parlava poco, ma era evidente che esercitasse un fascino magnetico su tutti, uomini, donne e bambini, anche se per motivi diversi.
Insomma quel pomeriggio venimmo a sapere che Gabry aveva l’abitudine di prendere il sole in terrazza subito dopo pranzo.
All’invito di Ambrogio arrivammo sotto la loro villetta, che era l’ultima della fila e quindi davanti aveva solo il mare. Ci togliemmo le ciabatte e in grande silenzio iniziammo a salire in fila indiana. Ambrogio si mise in testa:
“Uè raga allora vado mi, ocio”
Qualche scalino prima dell’accesso in terrazza si fermò e inizio a guardare attraverso una feritoia nel muretto perimetrale. Poi si spostò invitandoci a fare altrettanto. Ero due scalini dietro a lui e quando si girò non potei non notare che la punta del pistolino gli era uscita dal costume.
“Ringrazia el tu Ambros” mi disse o qualcosa del genere.
Misi la testa nella feritoia.
Un semplice grazie non sarebbe bastato. Gabry era completamente nuda. Su un lettino, adagiata su un fianco. E il sole si rifletteva su tutta la linea del suo corpo. Non so se si fosse accorta di qualcosa ma sta di fatto che in quei dieci secondi concessi alla mia vista si alzò, si diresse verso un separé che la proteggeva alla visuale delle case sul retro e iniziò a rinfrescarsi con la pompa dell’acqua. Iniziai a tremare. Non era né paura né freddo. E anch’io mi ritrovai qualcosa al di fuori del mio costume.
Lo stesso accadde a tutti gli altri. Quel giorno e il giorno dopo e il giorno dopo ancora. Sempre lì alla stessa ora.
Ma al quarto giorno, avvicinandoci alle scale sentimmo delle voci. Ambrogio temendo di essere scoperto non voleva che salissimo e quindi si allontanò. Così fecero tutti gli altri, spaventati. Rimanemmo solo io e Maurizio, mio cugino.
“Ahò che famo?”
“E che famo? Annamo, no?”
“Vai te?”
“No vai te, sei più grande”
“Dici? Vabbè…”
Maurizio iniziò a salire facendo più attenzione del solito. Ma quando mise la testa nella feritoia lo vidi impietrirsi. Poi si girò con gli occhi sgranati e rosso in viso, invitandomi a guardare. Avevo già capito, perché avevo riconosciuto le voci provenienti dalla terrazza. Ma non volevo crederci. Misi un secondo la testa nella feritoia e li vidi, mio padre e zio Mario in ginocchio ai bordi del lettino spalmare di crema solare Eutra la schiena, e non solo, della Gabry.
Ce ne andammo in fretta e furia senza dire niente.
Quando fummo fuori pericolo ci fermammo un attimo e iniziammo a parlare poi a ridere. Il piano era fatto, la pistola era carica. Bastava premere il grilletto.
Più o meno verso le cinque quel pomeriggio io e Maurizio ci presentammo in spiaggia con il Tango di Carletto, audacemente recuperato dall’armadio di mio padre, sottobraccio.
Un paio di genitori dei siculi, stupiti di tanta sfacciataggine, guardarono verso i nostri in attesa di un loro intervento. Mio padre ci venne incontro e zio Mario lo seguì. Tutto secondo il piano.
Li portammo a parlare lontano dagli altri, verso lo scoglio.
Iniziarono loro. Poi venne il nostro turno e non fu necessario argomentare molto.
Accettarono la nostra proposta.
In fondo, bastava un tango per salvare due matrimoni.
Fu di nuovo una grande estate.

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