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Guardo una targa premio sulla mensola del camino. La scritta: “Il tartufo del nuovo millennio”, campeggia a grandi lettere oro su fondo argento. L’ho trovato io ma non l’ho trovato io.

Guardo una targa premio sulla mensola del camino.
La scritta: “Il tartufo del nuovo millennio”, campeggia a grandi lettere oro su fondo argento.
L’ho trovato io ma non l’ho trovato io.
Il fuoco crepita e una lingua  lecca la mia mano penzolante dal bracciolo della poltrona.
Sia la lingua e del resto ormai anche la poltrona ancora piena dell’odore di mio padre sono del vero vincitore della targa il quale adesso vuole sprofondare dentro la seduta, guaire e poi stirarsi sul poggiatesta per annusare ciò che ancora rimane della brillantina di uno degli ultimi uomini che ancora impomatava i capelli in quel modo.
Vado in bagno.
Mi lavo le mani.
Mi specchio ma non vedo niente.
Mi lavo i denti e fra gli scrosci sento ancora i rumori di quella serata.
La serata della premiazione.
Avverto ancora persino gli sguardi di scherno puntati addosso perchè il riflettore illuminando il nostro tavolo prima del ritiro della targa aveva evidenziato il piatto di spaghetti al pomodoro fresco che mi ero fatto preparare apposta invece che una delle solite ottomila pietanze possibili a base del  prezioso tubero.
Chiamati dal microfono avanzammo e il suo scodinzolio perpetrava su di me come delle frustate. Ad ogni oscillazione una sferzata amara.
Saliti sul palco.
A me la targa come ammollata per togliere un peso a lui festa vera con baci e carezze.
Non esistevo.
Il suo intrufolarsi nello spacco vertiginoso della miss mozzafiato presentatrice dell’evento senza nemmeno capire la fortuna di dove si trovava e la sua gioia tenuta al guinzaglio sono difficili da dimenticare.
Con i cani di città si passeggia e magari si riesce anche a conoscersi e sposarsi invece a me toccano estenuanti camminate nei boschi in solitudine anche se…almeno durante il tragitto non devo raccoglierli pure gli escrementi.
“Ma come cacchio fa a trovarli questi benedetti tartufi?”: mi domando.
Sciacquo la bocca e sputo con forza.
Mi risponde  abbaiando dal salotto.
Certo pure gli ultrasuoni sente .
Afferro i bordi del lavabo con le braccia tese.
Alzo la testa come uno che sta sulle montagne russe allargando a dismisura come posso le narici. Mi sporgo in avanti e respiro affannosamente con la punta del naso appoggiata sullo specchio del bagno.
Appannamento.
Mi annuso.
Tolgo l’afflato umido con la mano da quella superficie riflettente e forse mi vedo.
Vorrei provare anche io a scovare quegli affari bitorzoluti.
Dimostrare che uno è in grado davvero di farlo senza trucchi è un altro paio di maniche però mi piacerebbe riuscirci anche solo per far parte veramente di un qualcosa… anche di un mondo trovato in eredità e non desiderato.
Prima di andare al letto assecondo questo stralunato pensiero cercando su internet: “come sviluppare l’olfatto”.
Navigata che non ha prodotto poi molto.
Per sviluppare nel senso soprattutto di allungare e allargare altro di contro c’era l’infinito.
La mattina seguente consueta battuta di ricerca nel bosco.
Interrompe il ballonzolio elegante e punta.
Ecco sembra aver trovato qualcosa.
Mi viene in mente di chinarmi carponi.
Annuso anche io il terreno.
Per un attimo mi fissa.
Sembra guardarmi forse per la prima volta.
Il suo linguone scorre avanti e indietro frenetico sfarfallando alla fine dello scivolio.
Ansima trattenuto, lasciando le mandibole socchiuse nell’espressione per cui lui e i suoi simili sembrano sorridere sul serio sebbene si dica che siano del tutto privi di senso dell’umorismo.
Da questo faccia a faccia mi distoglie la visione di una figura in lontananza.
Scorgo quello che in paese è conosciuto come: el Vecc Badaloch.
Nel vocabolario delle nostre parti in Piemonte, vecc sta per vecchio e badaloch per matto.
La figura con i suoi baffoni bianchi a manubrio è l’incubo di cacciatori, cercatori di funghi o tartufi e di chiunque per qualsiasi motivo frequenti quei boschi.
Sua moglie e la badante indonesiana gli nascondono solamente il fucile perchè pensano che un’arma in casa bisogna pur sempre tenerla ma il Badaloch riesce sempre poi a scovarla la carabina quando il testosterone sabaudo gli sale oltre il livello… poi parte per la sua folle battuta di caccia.
Ti può dire bene ed essere identificato come uno del genere umano ma può anche scambiarti per un possibile trofeo.
Vedo che imbraccia e punta.
Faccio per alzarmi e grido: “VECC! VECC! sono me…”.
Riesco poi solo a pronunciare: “R” cioè l’iniziale del mio nome di battesimo e vengo centrato in pieno petto.
Stramazzo.
Sulla guancia sento una striscia umida.
Un naso nero si incontra col mio per alcuni istanti dopo avermi sfiorato ripetutamente il volto. Inseguito dal vecchio nella sua perspicacia, ha capito che è meglio correre verso casa per avvertire  e forse salvare il salvabile…nelle quattro zampe ha messo il turbo.
Ciao Frisky.
Mi ritrovano schiena a terra con gli arti piegati ad angolo come fanno i cani in attesa di carezze.
Il Badaloch, il riflesso e la mira stavolta li ha avuti buoni davvero.
Non ha provocato solo spavento.
Data l’età è stato messo senza cruenza in condizioni di non nuocere più.
Complice anche un tremendo crollo delle borse la mia vicenda è uno dei tanti incidenti di caccia anche se letale.
Non molto risalto nei tg…anche in quelli locali per una serie di motivi che, in ordine sparso, sono: campagne elettorali per le elezioni regionali, momento di scesa di veli pietosi su mondi a volte da pollice in alto altre da pollice verso, l’individuazione istantanea di un colpevole senza fascino e (forse questa la vera ragione) il fatto che non sono mai stato considerato dalla comunità.
Va bene così perchè nelle notizie e nei brevi trafiletti il mio nome compare in quella che sento come la sua propria essenza.
Mi chiamo Roberto Menarè, molto lieto.

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