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Per ballare ci vuole un po’ di grazia

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Poi ad un tratto entra in scena il primo attore: si presenta a casa con un sombrero messicano in testa cantando a squarciagola: “Yo no soy marinero, yo no soy marinero, soy capitan, soy capitan, soy capitan…”, mettendosi a ballare e cascando addosso a tutti i miei amici.

Poi ad un tratto entra in scena il primo attore: si presenta a casa con un sombrero messicano in testa cantando a squarciagola: “Yo no soy marinero, yo no soy marinero, soy capitan, soy capitan, soy capitan…”, mettendosi a ballare e cascando addosso a tutti i miei amici. Merda, merda, merda, penso mentre scivolo dietro Bobo. “Oh! Grande Pì!” “A Pì! Sei un tajo!” – gli fanno i miei compagni che si stanno spaccando dalle risate, dandogli delle pacche coatte sulle spalle in segno di approvazione. Facile quando non è tuo padre. Lui s’è tutto ringalluzzito, e ad ogni pacca si gonfia sempre di più; muove le braccia e la testa proprio come un gallo prima del combattimento. Gli esce persino un Chicchirichìììì! I miei amici si sono fomentati, sembrano gli scommettitori in delirio ad un passo dalla vittoria. Ha una bottiglia in mano che si sta scolando il vecchio, e ad ogni Para bailar la bamba, butta giù quel liquido infiammabile curvandosi di 60 gradi all’indietro, poi, come un pupazzo a molla, ritorna nella posizione iniziale, sputandone un bel po’ anche fuori, sulle facce dei presenti, sul collo e sulla giacca, strabuzzando gli occhi verdi e grigi. Inizia a bruciarmi lo stomaco. Mi arriva fino alla gola. Li conosco bene quegli occhi lì. Sono come quelli dei gatti, a palla, con la pupilla dilatata, e ai salti frenetici dei bulbi oculari in avanti, si alterna il lento cadere delle palpebre, ormai pesanti e sconfitte. Le sopracciglia formano una sorta di triangolo scaleno. Mi basta dargli un’occhiata per capire che fine faranno tutti i buoni propositi per i miei anni nuovi di zecca. Tutto regolarmente preso e buttato nel cesso. E poi verrà tirata la catena. E’ il mio compleanno, ho appena compiuto quindici anni, non sono brutta e non sono bella, ho già dato il primo bacio, ma non riesco a togliermi di dosso la sensazione di essere ancora una palla di ciccia informe di dieci anni, goffa, col doppio mento, inadeguata e per nulla armonica. Una nota stonata. Ma che cazzo ci faccio io qui?
Mia nonna tutte le sante domeniche, dopo la messa, mi riempie il piatto con incontenibile amore, lasagne, cannelloni, due secondi e tre contorni, esortandomi a mangiare tutto perché devo crescere; mia madre passando il folletto e guardando Sentieri, mi ripete, quando “mamma non va giù, non ho fame”: “Amore, quello che non strozza, ingrassa.
Quel “Quello che non strozza ingrassa” viene buttato lì, leggero, casuale, con un tono amorevole e in falsetto, io sento dei brividi dentro le budella, delle scosse, come se qualcuno mi stesse squarciando il ventre e buttando via tutti gli organi. Stai tranquilla amore, se non muori, diventi una vacca. Vogliono farmi fuori, è chiaro. Poi c’è lui, mio padre, il quale, tra le sue varie occupazioni, mi da delle schicchere sui capezzoli timidi, appena nati, così, per divertimento, puro divertimento. “Basta papà! Fermo!” – urlo seccata, violata. Lui ride di me, fiero, a volte mi risponde: “Quella è roba mia capito?” seguito da un rutto – oppure sdrammatizza il tutto dicendomi “Non capisci un cazzo! Va, va!” I miei seni iniziano a sentirsi a disagio. Io sono a disagio con loro, e loro con me. Vorrei lasciarli liberi, lasciarli andare via, ma una semplice piallata non è sufficiente a rendere la tavola levigata e piatta. La verità è che sono sbagliata io. Ho sbagliato mondo, modo, ho sbagliato tempo, io non dovevo essere qui. Tutto mi arriva dritto nella pancia. Mi sto convincendo di essere nata per un altro pianeta, per un altro sistema solare, per altre persone. Forse sono un alieno. Troverò mio padre in qualcun’altro.
Come inizia a fare il suo solito One man show, mi avvicino alla parete della sala da pranzo, che poi è anche la camera mia e di mio fratello, cerco di diventare invisibile, mi appiattisco accanto alla tenda color bianco sporco, sperando di mimetizzarmi e non essere vista da quel gringo in cerca di rogne. Gli da uno strano piacere secondo me. Tormentarmi, ridicolizzarmi. Sputtanarmi davanti ai miei amici. Vuole vendicarsi di qualcosa. Sembra uno di loro. Un adolescente scemo che deve affermare la propria identità e la propria forza su dei quindicenni stupidi. “Oddio ti prego fa che finisca presto tutto ciò, e che non faccia troppo male.” Trattengo il fiato, sono in apnea sperando di passare inosservata e di non svegliare lo stronzo che è in lui. Da dentro la pancia sento crescere e salire un presentimento amaro, paura, vergogna, una pozza nera e salmastra dove caderci dentro da un momento all’altro. I miei compleanni sono sempre speciali, non ci si annoia mai, hai sempre la certezza che succederà qualcosa di imprevisto, di inaspettato. Io però ho sempre desiderato un padre normale. Sì, normale, noioso e normale.
“Auguri alla mia piccola, facciamo un brindisi! Cin cin!!…Dai, dai balla con papà! Para bailar la bamba…”
“Non mi va.” – rispondo secca rimanendo immobile nell’angolo.
“…Se necessita una poca de gracia…” – continua ad avvicinarsi mentre gli occhi di Danielino, del Panzetti, di Ciaciò, del Ciuco, di Sandrino e degli altri sono tutti rivolti verso di me. Sono sotto i riflettori. E mi sento la faccia scoppiare. Si è fatto vicino ormai, è di fronte, mi prende di forza le mani e rivolto verso i compagni fa:
“Ora vi faccio vedere com’è stronza mia figlia!”
“Lasciami papà, ho detto che non voglio.”
“Ay arriba, y’arriba, Ay Arriba y’arriba por ti sere, por ti sere, poi ti sere…!”
Tento di divincolarmi, ma le sue mani tengono i miei polsi ben stretti, e quindi gli urlo: “Cazzo papà la smetti di fare l’imbecille! Lasciami stare! E poi puzzi di…”
“Bamba, bamba…Vaffanculo pure a te, stronzetta!” – ride sguaiato, lanciandosi occhiate di complicità e finto vittimismo con il Poppi il quale, scodinzolando e con la lingua di fuori, mi fa divertito: “Eddai è tuo padre, fallo contento no?!!”
Pezzo di merda. Tu e mio padre. Li odio tutti e due. Bobo è l’unico che non mi guarda, cerca di nascondere il dispiacere, la vergogna. Io ormai ci sono abituata. E’ come essere buttati nelle sabbie mobili e sprofondare mentre qualcuno ti guarda morire. Poi mio padre comincia a fare sul serio. “Ah sì? E adesso allora ti faccio ballare io!” Mi lascia i polsi e si mette nella posizione della mantide, con le mani aperte all’altezza del petto e quella faccia da bambino sadico in attesa di colpire. Sferra il primo colpo ma io lo schivo – sono diventata veloce ormai, brava ad evitare le sue schicchere – poi ne tenta un secondo. Siamo al centro del ring mentre i miei amici si sono raggruppati intorno a noi, con pop corn e coca in mano, a guardare lo spettacolo. A volte cerco di dimenticare, di  immaginare di non essere io. Da piccola mio papà mi sembrava così alto, forte, io tendevo le braccia verso di lui e lui mi prendeva facendomi volare. Lo amavo. Ora davanti a me c’è un uomo basso e molle, è finito, mi disgusta soltanto l’idea della sua presenza.
Con un terzo colpo riesce ad afferrare e pizzicare un capezzolo, io allora mi copro il seno destro con una mano, e con l’altra allontano le sue. Sul capezzolo rimane impresso il pizzico. Sento arrivare sul volto un calore che viene dal basso. Poi due o tre colpi con il dito indice mi arrivano tra le costole, vuole farmi il solletico: ma il solletico non è dolce, morbido, piumato? I suoi polpastrelli invece vanno a bucare gli spazi teneri e delicati tra le costole come spilli, aghi, coltelli bramosi di entrare e lasciare il segno. Il segno di un amore. Vorrei ammazzarlo. Qui, davanti a tutti. Vorrei ammazzarli tutti. Lui strizza l’occhio al Poppi e, mano a pinza, prova a pizzicarmi anche lì, in mezzo alle gambe. Io allora sposto il sedere all’indietro per allontanare quella zona, per impedirgli di toccarmi. Riesce solo ad afferrare i jeans, mi sento tirare un ciuffetto di peli e nient’altro, e mentre ride soddisfatto, io vedo la sua vita uscirgli dalla bocca e volare via. A che serve un padre così, mi chiedo. Infatti, a niente.
Alla fine si stufa, si stanca poverino, si lascia cadere sul divano, si accende una sigaretta e poco dopo si addormenta, col sombrero penzolante, la testa cadente sul petto e la sigaretta che gli si spegne tra le sue dita marroni. A bocca aperta inizia a russare. Mi faccio da una parte del tavolo, senza dire niente e mi siedo, le braccia giunte sulle gambe, il viso rivolto verso le mani. Sento ancora lo stomaco urlare. Le candeline si sono sciolte ed hanno formato una specie di occhi di cera gialli a forma di stella. La torta guarda me, ed io guardo la torta. Esprimo un desiderio.
Mi giro poi a guardare i miei amici, mi fanno pena: il Poppi si è infilato il sombrero di mio padre e gli rifà il verso, ridono tutti, tranne Bobo, che mi guarda vigliaccamente, con sguardo da cane bastonato. In teoria dovrei essere io il cane bastonato, non lui. Mi sento forte. Poppi si butta addosso agli altri, non è capace neanche di imitarlo per bene, poi mi guarda e con i pop corn in mezzo ai denti mi fa: “Allora? Arriva la torta o no? Eh? Arriva?” – rimettendosi subito a fare il deficiente con gli altri.
Arriva la torta, arriva, non ti preoccupare – faccio tra me e me. Mi alzo in piedi, afferro il vassoio e mi dirigo verso di lui. Sono alle sue spalle. Con la sinistra stringo il coltello e con la destra porto la torta. Gli do un colpetto sulla spalla con l’indice della mano sinistra e come si gira gli spiaccico la torta in faccia con tutta la forza che ho. Non se l’aspettava, gli spingo la testa contro la vetrina degli alcolici, e continuo ad affondare quella meraviglia di cioccolato, nella speranza che soffochi. Spingo cercando di riempire le sue cavità di panna e cioccolato, per almeno una volta nella vita, la sua testa conterrà qualcosa di buono. Un ultimo colpo finale e poi mollo la presa.  “La maglietta nuova di Ralph Loren, troia, me l’hai rovinata!” – mugugna sputando pezzi di pan di spagna.
“Ay arriba, ay arriba – attacco io soft mentre mi avvio verso la porta – Ay arriba ay arriba, por ti sere, por ti sere por ti sere! Bamba, bamba.”

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