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L’incredibile Montini

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Venerdì pomeriggio, ore sei e mezza. Finalmente la pallosissima riunione col Presidente e il suo delfino Battaggia finisce. Posso uscire, anzi correre, scappare verso i cancelli della compagnia.

Venerdì pomeriggio, ore sei e mezza. Finalmente la pallosissima riunione col Presidente e il suo delfino Battaggia finisce. Posso uscire, anzi correre, scappare verso i cancelli della compagnia. Alle sette mi aspetta un aperitivo con Laura, una ragazza francese che ho conosciuto nel mio primo e unico abbordaggio in un pub, diciamo pure in un locale pubblico.
Sguscio dalla porta centrale, plano nel parcheggio, atterro davanti alla mia auto e… Ho un attimo di esitazione. Mi palpo i pantaloni, ma niente, ho lasciato tutto in ufficio nelle tasche della giacca: portafogli, cellulare, chiavi della macchina. Mi giro e guardo l’enorme mostro di cemento e vetro da cui sono appena uscito. Perché la vita è così dura?
Penso a Laura e mi riprendo. Mi infilo di nuovo nel ventre dell’edificio. Arrivo trafelato all’ultimo piano, ancora pochi passi e sarò in ufficio. Mi getto nel corridoio, lo attraverso ansimando. Ancora due porte, una, e…
Sento dei rumori venire da dentro, pare un gatto in amore. Mi affaccio e, con la vista annebbiata, vedo due persone in fondo alla stanza, proprio a fianco alla mia scrivania. Subito non capisco, pare che la prima abbia perso qualcosa sotto il tavolo e la seconda la aiuti.
No, la prima ha perso qualcosa, ma la seconda non la aiuta anzi le tiene la testa.
Tra un ansito e l’altro arriva l’illuminazione, i due stanno facendo sesso. Il termine tecnico è fellatio. Mi viene in mente quando da ragazzino scoprii cosa volesse dire quella voce latina, pensavo fosse qualcosa legato all’arte o alla storia: tipo Il De bello Gallico e la Fellatio Romana.
Ora so che la storia c’entra poco, forse l’arte di più. Spiando oltre lo stipite della porta ne ho una dimostrazione completa. Dai vetri giunge la fredda notte, ma le luci mostrano un caldo abbraccio, una focosa intesa, un’incredibile pompata. I gemiti crescono d’intensità, poi scendono e riprendono più decisi. Trovo la giacca con lo sguardo, proprio sulla sedia di fronte al primo uomo. Sì, perché sono due uomini. Il primo è Battaggia, il Delfino del gran capo. Il secondo Montini, mio collega d’ufficio, esperto in benchmarketing, problem solving e, a quanto pare, fellatio.
Il cielo s’ingrigisce, ormai è quasi scuro. Guardo l’orologio, le sette.
– Però, che pompino! – mi viene da dire, – mica male sto Montini. Fosse una donna ci sarebbe da filmarlo.
Mi viene in mente di farlo. Giuro che sto per prendere il cellulare: infame voyeur porto la mano alla tasca, poi mi ricordo, è tutto nella giacca e la giacca è sulla sedia, proprio dietro al pompinato.
Guardo ancora l’orologio sulla parete: sette e un quarto. Il Battaggia ansima ma non molla, anzi sembra calmarsi. Più l’altro pompa, più il Battaggia si distende, si scioglie sulla sedia. Sono imprigionato da un orgasmo, ma il mio, di orgasmo, con la francesina, si allontana sempre più.
La immagino attendermi davanti al bar, le labbra sensuali, quella r moscia che mi muove dentro, la minigonna, le calze scure…
Maledetto Battaggia.
Provo la telepatia: – Dai, concentrati! – mando il mio messaggio mentale, – È solo un attimo!
Ma Battaggia, malgrado i miei sforzi, non molla.
Montini, tra l’altro, deve avere una mandibola d’acciaio, una gola a prova di fuoco. Io quando vado dal dentista non riesco a tenere la bocca aperta per più di trenta secondi, Montini sta battendo il record della mezz’ora. Non parliamo poi di quando il dottore mi infila la matita in bocca per vedermi la gola, vengo subito colto da conati di vomito. Montini, invece, prende tutto e non fiata.
– Dev’essere una questione di training – mi dico, – un po’ come camminare sull’asta per un ginnasta: quello ci cammina, questo la prende in bocca.
Perso nei miei ragionamenti fisico–ginnici, vengo preso alla sprovvista: il mio cellulare suona.  Sobbalzo. I due non si accorgono di nulla, né della suoneria del telefonino nella giacca accanto a loro, né della mia presenza. Io, invece, fremo: – è Laura – mi dico, – mi sta cercando.
Guardo l’orologio sulla parete, sette e mezza. Ultima chiamata. Il telefono squilla ma Battaggia non viene, anzi continua a non rendersi conto di nulla. Ormai il lamento è un’unica nota in crescendo, tipo suono della sirena dei pompieri.
Il cellulare smette. Mi sento morire. In un attimo tutta la vita mi passa davanti e io non ci sono quasi mai. Sono sempre quello nell’angolo, non importa il contesto: discoteca, festa a casa di amici, pigiama party, mio compleanno. Io al centro non ci sono mai. Solo una sera ci sono stato, quella in cui ho conosciuto Laura.
Aspetto l’orgasmo.
– Vieni! – quasi urlo, – Dai, ora!
Ma niente, Battaggia è inossidabile, la cravatta gli ricade sulla schiena, lo sguardo è vitreo, ma non si arrende.
Ho quasi ammirazione per Montini: quaranta minuti senza pausa, un vero eroe. Maratoneta del pompino. Artista della fellatio.
Squilla ancora il cellulare, stavolta il Battaggia si volta e dà un’occhiata alla giacca alle sue spalle. Infila la mano e tira fuori il telefono da una tasca. Guarda lo schermo e fa una cosa inaudita: risponde. Io tremo dal terrore.
– Buona sera – inizia, – No. Non c’è, ha lasciato il cellulare in ufficio.
Il Montini alza la testa, ma il capo gliela riabbassa. Nemmeno la pausa caffè per il povero collega.
– No, non credo – Sento dire da Battaggia a Laura. Perché è lei, ne sono sicuro. – No, no – continua a negare il direttore con voce neutra da padre d’azienda rimasto tardi al lavoro.
Io fremo: – Sì, che no! – affermo, – Ora arrivo, un attimo.
– La devo lasciare, – conclude, – ho un affare da chiudere a minuti.
– Eh, speriamo! – faccio io.
Battaggia spegne e rimette il cellulare in tasca.
Rimango immobile e per un attimo vedo Laura, con una giacchetta scura, i capelli raccolti e gli occhi azzurri, una giovane novella Manuel Béart. La vedo abbondonata e sola incamminarsi verso casa… e lo faccio.
Sì. Entro. Mi sporgo e mi avvicino. – Il tempo si ferma, le lancette dell’orologio sul muro si bloccano, così la città. Là fuori le auto stanno in attesa, le nuvole restano sospese in cielo. Tutto è fermo.
Io, impavido sottoposto, continuo il mio percorso finché a un tratto Battaggia alza la testa. Il viso rimane impietrito: una smorfia di incredulità e imbarazzo. Io, con nonchalance guadagno terreno. Ancora pochi passi e ci sono.
Il Battaggia borbotta qualcosa, un verso o forse un rigurgito di orgasmo, ma io lo blocco. Faccio segno con la mano, come a dire: – Tutto bene, Dottor Battaggia. Non c’è da scomodarsi, prendo la giacca e scappo. Non si preoccupi.
– Certo – dovrei aggiungere, – non vorrei essere inopportuno ma davvero il Montini merita una promozione.
Sfilo la giacca dalla sedia e torno sui miei passi. Il Montini non molla, idrovora indefessa, ventosa instancabile. Un Bartali sulla vetta del Battaggia.

Alla porta faccio un saluto con la mano. Il Battaggia ormai è immobile come un baccalà, il pompante, invece, deve aver frainteso la rigidità del partner e aspira con maggior vigore.
Esco dalla stanza con la certezza di dovermi trovare un lavoro, ma vedo ancora Laura, là, nell’oscurità ad aspettarmi.
Prendo il cellulare, lo sblocco e trovo tre chiamate: Mamma.
Mamma?
Sì… mamma.
Rimango immobile, improvvisamente consapevole che per quei trilli mi sono appena giocato la carriera. Scorro i messaggi, ce n’è uno nuovo. È lei. Leggo d’un fiato: “Scusa, ma non posso venire. È arrivato il mio ragazzo da Parigi. Mi ha fatto una sorpresa. Adieu”.

Sfatto mi trascino fino all’ascensore. Le porte si chiudono e nella discesa agli inferi mi ritrovo a pensare: è il destino che ha voluto tutto questo? Dovrei imparare qualcosa dal Montini? La sua tenacia è forse un esempio da seguire?
Dubbioso mi incammino verso l’uscita finché, notando le stelle sopravvissute ai bagliori della città, arriva l’illuminazione.
Afferrò il cellulare, scorro le funzioni e digito l’indirizzo email del Battaggia.

Caro Direttore, – inizio, – ma lo sa che sua moglie, che per casualità è anche la figlia del Presidente, frequenta lo stesso centro sportivo dove gioco a calcio ogni sabato?
Bé, avrei tanto bisogno di una vacanza premio…
Confido nella sua bontà
Buon fine settimana
Il suo fidato dipendente

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