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Vite al rovescio

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La stanza è grigia, di un grigio uniforme. Le pareti, le sbarre, il letto a castello, persino il cesso, sono tutti dello stesso colore. Un grigio intenso che ti cade addosso, ti appesantisce. E ti toglie la voglia di alzarti e parlare, figurarsi di vivere.

La stanza è grigia, di un grigio uniforme. Le pareti, le sbarre, il letto a castello, persino il cesso, sono tutti dello stesso colore. Un grigio intenso che ti cade addosso, ti appesantisce. E ti toglie la voglia di alzarti e parlare, figurarsi di vivere. Nella cella c’è solo lui. Riesce a percorrerla in pochi passi. Quattro da un lato e tre dall’altro. Una piccola finestra gli ricorda che là fuori ci sono ancora il giorno e la notte. Sempre lì, da solo, senza alcuna speranza. Tocca le sbarre della finestra e vorrebbe tirarle via a forza. Il ferro è scaldato dal sole e brucia la pelle. Le tiene strette per sentirsi vivo, per sentire ancora qualcosa.

Il marito è nella sala degli interrogatori con la luce bianca del neon che gli stringe le pupille. Delle persone in divisa entrano a turno e battono i pugni sul tavolo. Gridano e vorrebbero che il marito dicesse qualcosa, ma lui non parla. Lo minacciano e lo colpiscono finché non lo trascinano via. Lo buttano in una cella e se lo dimenticano lì.

La polizia entra in casa all’improvviso. La porta cade a terra come fosse una foglia. Il vaso nel corridoio si frantuma forse per lo spavento, forse per l’urto. Corrono in ogni parte della casa e in pochi secondi sono di fronte a lui. Il marito è in ginocchio sul cadavere della moglie. La chiama, la accarezza cercando di svegliarla. I capelli biondi sono diventati rosso scuro, come quella volta che si fece la tinta solo per vedere se lui se ne sarebbe accorto. Il rumore di tutte quelle persone gli dà alla testa. Il marito ha sette pistole puntate contro, che aspettano solo un cenno per fare il loro lavoro. Il marito è stordito e intanto bagna di lacrime il viso della moglie. La polizia lo circonda, avanzando lentamente. Il marito non è armato. Accanto a lui una collana di perle giace inerte sul pavimento. Via libera, gridano. La polizia lo arresta.

Il marito sale le scale stringendo una busta fra le mani. La tiene stretta come fosse la cosa più preziosa del mondo. Cerca le chiavi e apre la porta. Chiama la moglie una, due, tre volte. Nessuna risposta. Prende una piccola scatola blu dalla busta e si dirige in sala da pranzo. Sul pavimento c’è la moglie. Lascia cadere la scatola con la collana di perle. Si piega su di lei, la chiama, le prende le spalle e comincia a muoverla per farla rinvenire. Ma c’è sangue ovunque e lei non accenna a svegliarsi. Allora, la abbraccia e se la porta al petto. Le toglie il coltello dal fianco destro. È spinto così in profondità che viene via a fatica. Continua a baciare la moglie e a chiamarla, finché un rumore improvviso non lo risveglia da quel torpore.

L’amante prende il telefono e chiama la polizia. Lo mette accanto alle labbra della donna che riesce appena a sospirare. Aiuto, dice. Poi riaggancia e glielo sistema in una delle tasche. La colpisce di nuovo finché dal corpo non esce quasi più sangue. Scende di corsa le scale facendo attenzione a non essere visto. Si gira diverse volte, per controllare che non lo stia seguendo nessuno. Suda, salta i gradini fino ad arrivare al portone. Lo apre e se lo chiude alle spalle. Lo chiude bene, come per lasciarsi dietro tutto quanto. La follia e il senso di colpa.

La moglie apre la porta di casa. Sorride. Amore, non ti aspettavo, dice. L’amante non parla, entra soltanto. Non puoi fermarti troppo, sarà qui a momenti, dice di nuovo la moglie. Ma l’amante non risponde. Si guarda intorno, fissa i mobili e le foto appese al muro. Cammina per la casa e osserva ogni dettaglio, come se fosse l’ultima volta che entra in quell’appartamento e volesse imprimere nella memoria ogni piccolo particolare. O forse sta solo controllando che non ci sia nessun altro. Poi glielo chiede, C’è qualcun altro in casa? Ovviamente no, risponde la moglie. Che domande fai? Aggiunge. Vieni nella sala da pranzo, devo darti una cosa, le dice. La moglie lo segue. Però sbrighiamoci, gli dice con tono seccato. Non appena si avvicina, lui le dà un bacio sulla bocca e le prende i capelli. Poi li tira con forza finché lei non gli grida di smetterla. L’amante estrae il coltello che teneva nascosto nella giacca e lo affonda nel seno di lei. La carne si apre e il sangue scivola via, insieme a tutta la vita che le era rimasta. La mano trema mentre toglie il coltello e la colpisce sul fianco destro. Spinge così forte che l’arma resta incastrata. Lei prova a parlare ma non ha più voce. Morirà rimpiangendo la discussione del giorno prima. Tanto non lascerai mai tua moglie per me. Forse dovrei pensarci io, aveva gridato. L’amante lascia cadere la donna a terra e le chiede scusa. Poi prende il telefono.

La moglie parla al telefono con un’amica. È un periodo un po’ così, non è che andiamo molto d’accordo, le confessa. Vi lascerete? Le domanda l’amica. Non lo so, risponde lei. E in quel momento si ritrova a pensare alla sua relazione con il marito e per una volta si accorge di aver detto la verità e se ne stupisce. Effettivamente non so cosa faremo, ripete al telefono. L’amica prova a dire qualcosa, ma viene interrotta dal rumore del citofono. Scusa devo andare, hanno suonato. Sarà lui che ha dimenticato per l’ennesima volta le chiavi, le dice per chiudere la conversazione.

Il marito è seduto su una panchina del parco. Famiglie perfette giocano e fanno picnic sull’erba. Forse dovremmo avere un bambino, pensa il marito fra sé. Da quando la loro relazione aveva iniziato a vacillare, aveva preso l’abitudine di andare al parco. Lì non conosceva nessuno e avrebbe anche potuto piangere, se ne avesse sentito il bisogno. Il marito osserva i bambini e ne vorrebbe prendere uno, andare dalla moglie e dirle, Guarda cosa ho portato! Questo ci farà bene. Sorride pensando all’effetto che le farebbe quella scena. La moglie avrebbe sicuramente da ridire, ma alla fine ne sarebbe felice. Sarebbe un’ottima madre, pensa il marito ad alta voce. Un bambino da portare a casa non è una brutta idea, conferma nella sua testa. Un bambino ci permetterebbe di concentrarci meno sui nostri difetti e più sull’amore per nostro figlio. Un bambino è proprio quello che ci vuole, si ripete. Poi il marito si alza dalla panchina e attraversa il parco. Prima di tornare a casa si ferma in una gioielleria. È per un’occasione speciale? Gli chiede il commesso mentre sistema la collana di perle in una piccola scatola blu. È per mia moglie, gli risponde. Stiamo per avere un bambino.

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