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Nino giocava sotto il gelso

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Patrimonio boschivo dell'Astigiano e specie arboree ed arbustive di pregio in ambito locale. Gelso (Morus alba).
Nino giocava sotto il gelso. Nel caldo che arrivava dai letti delle fiumare prosciugati dal fango, dai fiori tutti aperti nei prati di cardi. Il padre spargeva la pula, separava il fiorume grande da quello minuto col rastrello e dopo aver preso il fieno ottenuto dalla prima mietitura,

Nino giocava sotto il gelso. Nel caldo che arrivava dai letti delle fiumare prosciugati dal fango, dai fiori tutti aperti nei prati di cardi. Il padre spargeva la pula, separava il fiorume grande da quello minuto col rastrello e dopo aver preso il fieno ottenuto dalla prima mietitura, lo faceva cadere negli interstizi vuoti del prato ferito dal verde dei gelsi, dal viola dei cardi, dal giallo dei girasoli. Grondando sudore e aprendo il melograno per bere, ne lasciava la metà alle formiche che ne succhiavano la polpa in fila.

Nino guardava a destra e a sinistra e sentiva che il vento si stava levando e pensò che quello doveva venire dal mare. Il mare che lui non aveva mai visto: “ru mari apertu, ra latata ri Neto”.

Un freddo improvviso per quel vento che veniva dal mare, attraversando il corso del Neto, lo colpì tra le scapole. Mentre pedalava quel vento alle spalle era solo per lui. A vedere il mare ci doveva andare con sua madre. “Ca te inchia a capu’ e fisserie”. Diceva su patri. “Acqua davanti e ventu d’arredu”. Diceva sua madre. Ma lui ci doveva andare dove sta il riverbero dell’altra costa, dove si poteva vedere sull’acqua dello Stretto una città intera, con i ponti, i pinnacoli, le vie, le navi del porto, le strade della campagna che si torcevano, si allungavano, svanivano in brevissimo tempo. Talvolta si potevano distinguere le case, le auto e addirittura le persone. Prima che sparissero.

Il padre forse non lo sapeva dove stava il mare: sapeva qual era il posto delle cose, ma non sapeva quale era il posto degli uomini. Mamma sì che lo sapeva, anche il posto del mare, sapeva. “Ma oltre quella linea che c’è?”, gli chiedeva Nino delle volte per farsi coraggio. E il padre zitto oppure minaccioso: “Ma chi minchia voli sto picciriddo. T’avia dittu ca ccu memmata ud era cosa. Semp’a solita memmata. Se n’è andata Nino, sinnè juta”.

Certe volte quando si levava il vento della sera e tornavano le bestie nell’ovile e tornavano i falciatori dai campi e anche suo padre tornava, Nino guardava dalla parte del gelso, oltre l’orizzonte, dove stava il paese. Oltre quel paese, altri ce n’erano dove la gente litigava per l’acqua, per la terra, per la capra. Guardava dove nasceva il sole, dove indicava il palmo di sua madre e il gelso oltre il quale lei gli tracciava i confini del mondo. “Lì Ninuzee, lì, oltre il limite, lì, c’è il mondo, Ninuzzo mio”.

E di sua nonna si ricordò, d’improvviso. La nonna, che prima di morire, una volta gli aveva detto: “Ninne i morti non stanno sotto terra. Ogni tanto tornano Ninnee per vedere come stiamo. Ci portano il pane se non ce lo abbiamo, s’annicari mammeta, sta accoccolata nel vento tua madre. E’ un uccello schivo, ma guarda là tra i cardi, il cardellino che ha fatto un nido che sembra un’opera d’arte. Cercala lì Ninuzeee, è nu cardillu. Torna, ogni primavera, lei torna Ninee. Torna”. E Nino guardava, guardava e aspettava. E spargeva il pane per terra e cercava sotto ai cardi, oltre all’albero di gelso, e nei campi di girasole, i nidi dei cardellini. E ritirava quello che restava del pane la sera, per farle capire che il pane in casa era finito. Che ora doveva portarlo lei, ora, il pane nella sua casa.

Coperto di polvere e pagliuzze il padre, ogni sera, risalva il sentiero. “Nino, ninuzze”… “NINUUUZZEEE”, gridava con la voce di tuono. Ma Nino non rispondeva e tanto più quello minacciava quanto più Nino disubbidiva. Molte volte a quel richiamo non si muoveva. Se ne stava rintanato nel suo nascondiglio. E lo guardava e lo sentiva agitarsi. “Nino, NINUZZO; CAPU BACAATA: NUn te rumme ncuna cosa inta ciddra capu bacata”. Il padre minacciava e Nino si nascondeva. E aspettava. Un nascondiglio era al coperto per l’inverno, l’altro era per l’estate. Nino ci andava d’estate e d’inverno e guardava, non visto. E aspettava che venisse con lo scirocco colei che porta il pane e sta tra i cardi, oltre il gelso che segna l’orizzonte. Guardava oltre l’orizzonte dalla parte del paese quasi disabitato, oltre i campi che avevano visto passare uomini dai pesanti caffettani, donne che portavano qualcosa, un neonato, una lampada. Un odore lasciavano che presto se ne andava. Trascinando i piedi andavano lentamente, molto lentamente, verso nessuna parte verso la città nessuno, attraversando il fiume mare. E nell’orecchio il vento gli portava la voce della madre “Aundi vai vai u mari è acqua”. E anche lei si vede, doveva attraversare il mare per tornare. Aspettare il vento favorevole. La nuova primavera. E ricordarsi del pane e di chi aveva amato.

Antonio guardò Nino con sospetto e si capiva che da tempo aveva una curiosità grandissima che non poteva più trattenere. Grattandosi la testa gli chiese con apprensione: “Ma tu, ce l’hai un nascondiglio?”. “Ce l’ho”, rispose Nino. “Ma un nascondiglio che tuo padre non conosce?”. “Sì non lo conosce”. “E ci debbo credere?  Ci vai spesso?”. “Ci vado”. “E mi ci porti?”. “Ti ci porto”. Poi però un pensiero gli attraversò la testa come un uccello controvento.

Il padre quando lo vedeva così assorto lo scuoteva: “Acua passata non macina mulino”. Allora lui, sollevato il mento, per sfidarlo gli gridava “Che c’è laggiù? Oltre l’orizzonte?”. E con rabbia il padre gli gridava in risposta: “Cu non avi sensu, megghiu nommu avi jorna”, “Chi non parla in modo sensato è meglio che non esiste”.

Un giorno che stava sdraiato sotto il gelso e il vento si era levato e Nino stava, non lontano dai cardi, a sentire il vento scorrergli sulla pancia e sulle braccia e tra le gambe e stava con un pezzo di pane in mano, per il godimento delle formiche in fila sul suo pollice e delle api che ronzavano sui cardi addormentati, lì dove sua madre si nascondeva, che non l’avevano ritrovata sua madre. E lì, dove vide suo padre per l’ultima volta. Lì, sdraiato, Nino ascoltò la voce di suo padre, come a dire una cosa che prima non aveva capito, prima che lo portassero via: “Li. Sta lì, dove c’è il limite di tutto”, indicando uno dei nascondigli di Nino e poi: “Cercatela lì”.

E ancora, come d’improvviso svegliato da un lungo sonno, la voce insistente di Antonio: “Allora mi ci porti?”. “Ti ci porto” gli ripose Nino, facendo due passi con l’amico, ma poi, dopo due passi di strada si fermò. “Me comandò mi patri ca non c’avia jiri”. “E perché se tuo padre i nascondigli non li conosce?”. “Ci sta un segreto?”, rispose Nino. “Che segreto?”. “Lì ci sta mia madre. Anche stamattina, quando mi ha visto uscire di casa un pochino si è affacciata e si è messa a chiamare e chiamare”. “E tu, che fai? Ci vai, quando ti chiama?”. “I primi tempi c’ andavo e ora non ci vado più”. “E perché non ci vai più?”. “Perché lei chiama e chiama”, disse Nino sospendendo la frase con un sussulto che gli venne da lontano, poi, guardando addolorato uno stormo di cardellini che si levava in volo sopra i cardi, finì di dire: “Lei chiama, chiama, e non si fa trovare mai”.

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