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L’inizio della fine

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Non ci sei. Ti ho cercato in camera questa notte, ma non ci sei. La TV è accesa, c’è una partita di Coppa, è una replica. Bianchi contro Rossi. Poso il cellulare sul comodino e mi stendo sul fianco. Il letto è sfatto e il lenzuolo si inerpica tra le ginocchia.

Non ci sei. Ti ho cercato in camera questa notte, ma non ci sei. La TV è accesa, c’è una partita di Coppa, è una replica. Bianchi contro Rossi. Poso il cellulare sul comodino e mi stendo sul fianco. Il letto è sfatto e il lenzuolo si inerpica tra le ginocchia.
“CALCIO DI RIGORE PER I ROSSI!” urla il telecronista. E’ ubriaco. Allungo una mano e lì, al centro della metà del letto c’è la tua vestaglia. La prendo e me l’avvicino, l’accarezzo, mi fa il solletico la sua trapunta bucherellata tra le dita. Strofino il palmo sul lembo, è bagnato da un liquido tiepido, appiccicaticcio.
“ATTENZIONE… IL CENTRAVANTI DEI ROSSI STA PER CALCIARE…”. Stacco la mano e la punto sulle narici. Eccolo, l’odore è aggressivo. Inequivocabile. Sangue. Sangue secco, annerito, consumato. Il tuo sangue.
“ATTENZIONE, PARTE IL TIRO E…”.
Cosa è successo? Quando tutto è cominciato? Provo a ricordare. Eri in bagno ed era settembre, quasi sette mesi fa. Io me ne stavo sul divano a guardare “L’Eredità” e facevo il tifo per una casalinga di Verona che aveva già vinto più di 20.000 euro.
“Giacomo, vieni!” mi chiamasti. Quando mi parlavi la tua voce di solito era gentile. Per me eri l’infermiera volontaria in una tendopoli di Nassiriya. Quel giorno invece mi chiamasti come avrebbe fatto la caporeparto di un poliambulatorio di Vercelli.
“Che c’è, Nina?” dissi senza staccare gli occhi dal televisore. La casalinga stava per rispondere a una domanda cruciale sulle farfalle del Madagascar.
“Corri, Giacomo. Corri!” mi chiamasti ancora, con un filo d’apprensione che non era la tua. Mi alzai, e proprio in quel momento il presentatore tirò fuori un sorriso di plastica e urlò “RISPOSTA SBAGLIATAAAA!”. Dietro a lui la casalinga, maledicendo l’Africa, si mise le mani tra i capelli.
Entrai in bagno. Te ne stavi in piedi davanti al lavello e stringevi in mano quello che a prima vista mi parve un termometro di quelli elettronici, che ti infili sotto l’ascella e poco dopo un BIP-BIP ti avverte di quanta vita ti resta.
“Guarda” mi parlasti allungandomelo. Lo presi, e mi parve subito un aggeggio non identificato. Non c’erano numeri né un qualche schema che potesse ricordare la scala di una temperatura. C’era solo una finestrella che si apriva su uno dei lati del cilindro, con due lineette rosse al centro. Feci finta di non capire.
“Che vuol dire?” chiesi.
Per un istante rimanesti in silenzio. A fissarmi come la caporeparto col malato terminale.
“Davvero non lo capisci?”. Ora sorridevi. Eri di nuovo l’infermiera di Nassiriya.
All’istante seppi quel che dovevo fare. Era il momento della recita. E io ero l’assoluto padrone del metodo Stanislavskij.
“Evvai!!!” gridai con le mani al cielo, e ti presi tra le braccia. Neanche De Niro avrebbe fatto di meglio. Anni e anni a studiare una sequenza del genere, i tempi, le battute. Persino la postura me l’ero imparata a tavolino.
Stai andando bene, dissi tra me e me, mentre ti stringevo fingendo di trattenere le lacrime.
“Mi raccomando” spuntò a un tratto la tua voce dietro. “Restiamo uniti”. Sentii che sospiravi. “Restiamo uniti” ripetesti.
A quel punto fissai la mia immagine allo specchio, il test in mano e le tue spalle sotto il mio mento. Cercavo in testa le parole del copione, ma non mi uscì nulla. Mi afflosciai tra le tue scapole allora, e rimasi zitto. La tua frase e quella scena non erano in scaletta.
I primi a cui lo annunciammo furono Lorenzo e Paola. Li invitammo a cena un sabato di ottobre. Paola quella sera era in gran forma, un vestito lungo a fiori come quelli che andavano negli anni ’70. E un certo sguardo di fierezza che le partiva dagli occhi. Lorenzo invece teneva un viso smunto, con due mezzelune rovesciate al centro degli zigomi.
“E Simone?” domandasti tu a Paola mentre ci mettevamo a tavola.
“È dalla nonna” rispose lei accavallando le gambe.
“Adesso quanto ha?” chiedendoglielo sollevasti un sopracciglio, come a tornare indietro col tempo.
“Tre ad agosto”.
Loro parlavano e io mi decisi a offrire del vino a Lorenzo. Allungai la bottiglia verso il calice, ma lui scosse la testa.
“No, grazie. Se no mi addormento sul tavolo”.
“Stanco? Troppo lavoro?”
“Sì. Però non è solo questo” rispose così, e poi prese a fissarmi. Ma non guardava me, guardava oltre di me.
“Vuoi, Nina?” Paola si era impossessata del vino intanto, e lo stava calando sul tuo bicchiere, ma tu allungasti una mano per fermarla.
“Non posso” dicesti, e una risatina ti uscì dalla bocca. Paola allora si drizzò in piedi e il suo vestito a fiori le si sollevò un poco sulle ginocchia. Poi gridò.
“Mio Dio! E’ quello che penso?” e intanto si era messa a distanziare le mani per prepararsi all’abbraccio. Tu annuisti e Paola ti saltò al collo.
“Che bello!” esultò soffocandoti sulla sedia con una presa da Cintura Nera. “Maschio o femmina?”.
“Maschio”.
“Che meraviglia!”. Paola misurava le sillabe come un doppiatore professionista. Lorenzo si alzò dal tavolo e ti poggiò una mano sulla spalla.
“Complimenti!” esclamò, rigido come un robot.
Spulciavo quella scena dalla sedia. Erano due aspiranti attori a un provino. Paola avrebbe ottenuto la parte, Lorenzo no, era chiaro che fingeva.
“Pensate!” me ne uscii allora per richiamare l’attenzione. “Settimana bianca in sei, l’anno prossimo!”.
Si voltarono di scatto fulminandomi. Ora sì che erano affiatati. Si staccarono da te e in sincrono perfetto si afflosciarono sulle rispettive sedie. Paola prese una forchetta e si mise a farla tintinnare due, tre volte contro il bicchiere.
“Non volevo dirvelo stasera” disse a una certa. Fissava la forchetta, mi parve. Oppure il bicchiere. “Io e Lorenzo ci separiamo”.Calò il silenzio. Tutti zitti, come i bambini dell’asilo dopo il castigo. Con gli occhi mi misi in cerca dei tuoi, ma non li trovai. Tu guardavi Paola, e la tua tensione sul viso era la più sincera possibile. Girai la testa verso Lorenzo. Scrutava un punto imprecisato della tavola, come se non avesse più niente da spartire con nessuno.
Presi a fremere. Dovevo immedesimarmi nell’uomo in lutto, eppure non avevo idea del canovaccio da seguire. Poi con la coda dell’occhio intravidi la tua figura che si alzava dalla sedia. Ti avvicinasti a Daniela e la cingesti da dietro mettendole la testa tra i capelli.
“Che è successo?” le sussurrasti, colle labbra a un palmo dal suo orecchio.
“Basta parlarne!” Daniela si alzò di scatto, disegnandosi un sorriso tra i denti. “Ora pensa a te, Nina. Alla tua nuova vita”. Mise un indice sulla tua pancia: “E a lui” disse. Poi puntò lo sguardo su di me: “Vedrete, sarà una bellissima esperienza” concluse.
Non dissi nulla, non trovavo la battuta. Improvvisamente ero un attore senza copione, e non c’erano suggeritori alla ribalta. Affianco a me Lorenzo era la comparsa che scivolava dietro le quinte.
Non so perché, ma stavo pensando proprio a lui quella notte del maggio successivo. Ero arrotolato sul cuscino del divano e guardavo la replica di “Magnum P.I.”. Tu eri salita da tempo a dormire, in attesa degli eventi. Poi a un tratto ti sentii scendere e ti vidi apparire in cima alle scale, nello stesso istante in cui Tom Selleck montava a bordo della sua Ferrari 308 GTS.
“Giacomo, credo che ci siamo”. Sotto la luce fioca di una lampadina che pendeva dal soffitto, non ti staccai gli occhi di dosso. Scendevi la rampa con calma olimpica, con la vestaglia di raso che scavalcava il pancione e a ogni passo ti rimbalzava sulle rotule. A metà discesa lo vidi. Un lago nero e rossastro bagnava il tuo esile vestito, proprio in mezzo alle tue cosce. Sembrava che ti avessero accoltellato.
“Si sono rotte le acque, Giacomo! Andiamo”. E così risalisti in camera per cambiarti e io, dietro a te, mi infilai i calzoni della tuta. Buttasti la vestaglia sul letto, poi scendemmo e uscimmo, tu senza fretta, io senza pensare a niente. Prendemmo la tangenziale, per l’ospedale ci volevano 10, 15 minuti al massimo. Avevamo fatto le prove i mesi passati e la macchina viaggiava una bellezza. Alle tre di notte avevamo strada libera e io guidavo senza fiatare. Non mi veniva in mente niente da dire, e perciò mi ero messo a spiare il mondo di fuori, in cerca di qualcosa. Ci sono i Coldplay in concerto il prossimo luglio, pensai con interesse guardando un cartellone pubblicitario.
Arrivammo in ospedale. Ci accolse il dottore del reparto, con tutte le cose al posto giusto, il camice bianco e lo stetoscopio che gli spuntava da dietro il collo. So che rimane difficile a credersi, ma era un incrocio tra Rocco Siffredi e il Dottor House. Che poi Rocco e House si assomigliano pure. Ti mise sul lettino e ti attaccò al petto delle mollette che spuntavano da dei fili di uno strano macchinario. Osservò uno schermo alla sua destra e poi disse qualcosa sul fatto che i battiti erano regolari. Non prestai ascolto alla cosa e presi a studiare l’infermiera dietro il vetro, che guardava un altro computer. A un certo punto alzò la testa, e prima di riabbassarla sul monitor mi sorrise. Ne fui felice.
Il dottore finì con la visita, ti staccò le mollette e poi mi guardò come se mi vedesse lì per la prima volta.
“Lei vada per il momento” disse.
“A casa?” gli chiesi sorpreso del suo imperativo.
Annuì. “Sì, non succederà prima di domani pomeriggio. Lasci il numero all’infermiera, in caso di novità la chiameremo prima”. Mi guardava serio, con aria di rimprovero. “Tenga sempre il telefono acceso”.
Mi stavano già mettendo la porta. Ero una meteora, come quegli attori che fanno un film di successo e poi finiscono col teatro d’avanguardia. Diedi il numero all’infermiera che se l’appuntò, stavolta senza sorridermi. Poi mi avvicinai a te e mi prendesti la mano, e così ci muovemmo verso l’ascensore.
“Forza Giacomo, andrà tutto bene” mi dicevi mentre andavamo. Tu davi coraggio a me. Era normale.
Arrivammo all’ascensore, tu entrasti nel cunicolo e io ne rimasi fuori. Ti voltasti e mi sorridesti. Ti sorrisi anch’io ma senza aprire bocca, non c’era niente che volessi dire. A una certa le porte automatiche ti inghiottirono. Una trappola per topi, dissi tra me, poi uscii dall’ospedale, anche stavolta senza pensare. Ripresi la macchina, tornai a casa e salii dritto in camera nostra.
“ATTENZIONE, PARTE IL TIRO E…” il telecronista è nella fase Delirium Tremens. Stringo la tua vestaglia sporca in attesa di sapere. Dietro, sul comodino, il cellulare è la manovella della ghigliottina. Quando si aziona? Quando?
“NOOO, TIRO FUORI, MALEDIZIONE!” l’alcolizzato impreca e mi fa un buco nello stomaco. Metto le mani sulle orecchie, ma all’improvviso un trillo ben preciso squarcia l’aria della notte. E’ arrivata l’ora. Molto prima del previsto. Che qualcosa stia andando storto in ospedale? Piego le ginocchia, e appallottolo la vestaglia tra i gomiti. Squilla, squilla, squilla. Che squilli pure. All’altro capo c’è un copione che non conosco, non consideratemi per questo film.
“IL CENTRAVANTI SI METTE LE MANI TRA I CAPELLI”. Squilla, squilla, non saprò niente, non mi toglierete la maschera. Neppure sotto tortura. Squilla, che non vedo e non sento. Non vincerò l’Oscar ma neanche a recitare nelle fiction, perdio.
“È UFFICIALE. ROSSI FUORI DAL TORNEO”. Silenzio. L’alcolista tace per lutto. Anche il telefono dietro ha smesso, si sono stancati di chiamare, per ora. Abbasso le palpebre e annuso la vestaglia, è un pezzo di te. Sei te. La recita è finita, in questa vita che corre verso un nuovo giorno. Non c’è notizia che mi sveglierà. Non ora, non in questa notte.
La nostra ultima notte, noi due.

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