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Una favola moderna

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Da piccolo sognavo spesso di volare. Dai tetti delle baracche volavo su su fino al Corcovado e poi in picchiata fino alla spiaggia di Ipanema, quella della Garrota… si, la “ragazza” della canzone. Peccato che al risveglio ero sempre bagnato. E non di mare.

Da piccolo sognavo spesso di volare. Dai tetti delle baracche volavo su su fino al Corcovado e poi in picchiata fino alla spiaggia di Ipanema, quella della Garrota… si, la “ragazza” della canzone. Peccato che al risveglio ero sempre bagnato. E non di mare.
Ma a volte la vita è magica. Basta desiderare una cosa con tutto il proprio essere e BAM… un giorno quando meno te l’aspetti quella cosa succede. Così voglio raccontarvi la mia storia che sembra una favola, ma è vera, e come tutte le favole inizia con “C’era una volta…
Mi chiamo Abèl. Anzi mi chiamavo Abèl, perchè tra poco, dopo l’operazione, mi chiamerò Deborah. Con l’acca. Sono brasiliana e crescendo ho capito che quei miei sogni di bambino quando, portato dal vento mi libravo sopra la favela, rappresentavano solo la mia voglia di fuggire via da quell’ammucchio di umanità disperata. Uno di quei luoghi dove, se ci resti, non ne vieni fuori che storpio o in orizzontale.Il sogno di volare era sempre rimasto nelle mie pupille e quando un giorno alla spiaggia incontrai Virgilio, un italiano radioso come il sole, che doveva ripartire per l’Italia tre giorni dopo, ebbi come una folgorazione. Raggranellai i miei risparmi – frutto di anni di furtarelli ed espedienti vari – comprai un biglietto Alitalia e via con il bell’ italiano. Tra un film e l’altro il volo fu un batter di ciglia e sbarcai a Roma, incollata al braccio del mio nuovo amico. Da turista. Una volta qui, la realtà si rivelò ben più dura delle mie aspettative e dopo qualche tentativo onesto andato a vuoto, cominciai a battere.
Si, mi prostituivo. Al Flaminio, dietro al Villaggio Olimpico dove, prima che costruissero l’Auditorium, ci stazionavano i trans. Non che andasse male. Col mio metro e ottanta e la mia carnagione ambrata avevo un gran successo. Certo ogni tanto qualche viziosetto capitava, qualcuno di quelli che vogliono spegnerti le sigarette addosso e farti male, ma io con la mia statura e la forza delle mie braccia mi sono sempre difesa bene. Anche perché poco potevo contare sulla complicità delle mie “colleghe”, che anzi spesso mi facevano dispetti perché invidiose della mia bellezza. Non parliamo poi del pappa, Salvatore detto Turi, che dava sempre ragione a loro e a me, se mi lamentavo, mi multava pure. Gli inverni erano un po’ umidi, ma Roma è una bella città e l’inverno dura poco.  Insomma, visto che ci si abitua a tutto, io mi ero abituata e la mia vita mi sembrava relativamente normale.
Poi un giorno… Era Carnevale e un amico, Nando, che fa il carrozziere, mi dice che c’è una festa, una grande festa mascherata, in un castello fuori Roma di proprietà di un suo cliente, un americano, al quale lui aveva aggiustato la Rover dopo un incidente. Dice che è un tipo straordinario, uno fuori dagli schemi, che sicuramente sarà una bella festa con un sacco di gente divertente e che quindi vale proprio la pena andarci.  Bisogna mascherarsi però e io decido di fare le cose in grande. Vado in una sartoria teatrale e affitto un abito da… principessa. Si, principessa! Era sempre stato un mio sogno inconfessato quello di vestirmi da donna romantica. E cosi, con un po’ di difficoltà create dalla mia stazza, esco da quella sartoria con un bustino strizzatissimo, e un abito che tra sottogonne di pizzo e sopragonna di taffetas mi faceva sembrare “la regina di Svezia”. Altro che principessa, sembravo proprio una regina, completa pure di diadema di strass e guanti lunghi di raso. Panna. Ero tutta panna, che con il mio colore ambrato stava d’incanto e mi faceva sembrare proprio uscita da una favola.
Quando Nando, mascherato da pirata, passò a prendermi al volo sulla via del party, non credeva ai suoi occhi e scoppiò in una risata sgangherata che mi dette pure un po’ sui nervi. Lungo la strada, si affrettò a dirmi che però saremmo dovuti venir via dal party prima del tempo, che a mezzanotte e mezza “je chiudeva er garage”, che per nessuna ragione al mondo poteva lasciare la macchina per strada al Mandrione e… bla bla bla. Io, con gli occhi socchiusi, neanche l’ascoltavo. Mi beavo al fruscio delle mie trine. Nel mio film, passato e ripassato alla moviola della mia immaginazione migliaia di volte, Il frusciare del taffetas mi cullava in un mondo lontano, fatto di cose belle.  Il tintinnare dei bicchieri di cristallo, lo scalone di marmo dell’ingresso illuminato a giorno da un lampadario a gocce di cristallo veneziano, il grande salone con i camerieri in livrea che silenziosi scivolavano offrendo tartine e champagne, l’orchestra in smoking, tutta di violini che emanavano melodie celestiali e tanta bella gente dai costumi più strampalati che sul pavimento del salone senza neanche sfiorarlo piroettava con eleganza.
Quando, entrando nel castello, riaprii gli occhi e “tornai in me” era tutto proprio come l’avevo immaginato.  Lo scalone, il lampadario di cristallo, i camerieri, la bella gente, l’orchestra con la sua musica celestiale…
Era tutto lì, proprio come nella mia testa. E poi LUI che dallo scalone mi viene incontro, mi prende per mano e mi conduce nel gran salone, mi cinge la vita e al suono dei violini mi fa volteggiare… È alto, biondo, grassoccio, un omone un po’ sudato e con l’alito un po’ acido di chi beve troppo whisky, ma io neanche ci faccio caso. Volteggiamo, giriamo, giriamo… tutto mi scorre intorno come fosse solo uno sfondo. “My nome is John” – mi bisbiglia con voce roca in un orecchio – You moolto beautiful…” e le sue labbra nello sfiorarmi il lobo mi fanno venire i brividi.  In una pausa dell’orchestra, lui va a prendermi una coppa di champagne e Nando, che avevo perso completamente di vista dal nostro ingresso, emerge dalla folla e mi afferra per un braccio.
 Ahò, daje, è quasi mezzanotte a me me chiude er garage” dice e mi tira giu’ a capofitto per lo scalone con i gradini a quattro a quattro. Per stargli dietro nella furia, mi si sfila anche una scarpetta, una decolleté con strass misura 45.  Faccio per tornare indietro a raccoglierla, ma Nando mi strattona via e di colpo siamo di nuovo in macchina in direzione Mandrione. Io con la testa ancora piena di sogni, nelle orecchie il suono dei violini e quelle labbra sul mio lobo che mi fanno il solletico all’anima.
Che notte, che festa! Ci sono rimasta incollata per giorni e giorni.  Anche quando alla sartoria dovetti ripagare “le scarpette” che mi costarono un botto, non mi importò un granchè. Continuavo a volteggiare, leggiadra, leggera… Leggera e felice come mi ero sentita solo quando volavo. Come nei miei sogni da piccolo.
Ora però la mia vita di sempre giù al Villaggio Olimpico non la reggevo più. Mi era diventato insopportabile tutto. I pompini, i pervertiti con o senza sigarette, gli onesti padri di famiglia in vena di trasgressioni. Schifo. Mi facevano tutti schifo. E anche io mi facevo schifo. Cominciavo a vederla da fuori quella vita mia e mi sembrava tutto così squallido, volgare, degradante. Anche le mie colleghe con le loro battute acide non le sopportavo più e una sera a una detti una sberla che le ruppi il setto nasale. Non l’avevo mica fatto apposta, ma avevo così tanta rabbia dentro che ci andai con la mano pesante. Il pappa, per punizione, mi dette una multa salatissima. Insomma il mio universo si stava completamente sgretolando e io non avevo un’alternativa.
Poi una sera… Pioveva fitto. Si ferma una Rover.  Ero depressa, me lo ricordo benissimo. Salgo e senza neanche guardare chi c’era al volante, come d’abitudine comincio a sciorinare le tariffe. ”E niente sigarette” dico “niente giochi strani.Io non fumo” dice lui con accento straniero e sorridendo sornione da sotto il sedile tira fuori una cosa tutta strass e lustrini. “La rriconosce? È tua questa? e me la passa. La prendo in mano, la giro e la rigiro. Di colpo, sento un fiotto che mi sale su dall’anima, un groppo in gola e… scoppio  a piangere. Piango per la disperazione delle favelas, piango per i meniñhos de rua, piango per l’umanità ferita, piango per tutti i negletti della terra. Piango piango piango come una fontana.  Mentre lui, John, mi prende tra le braccia, mi accarezza e mi racconta di come ha girato per mesi alla ricerca di quella sartoria, partendo dall’etichetta nella scarpa, e poi dei suoi giri al Mandrione, le chiacchierate con Nando, il carrozziere. Mi accarezza, mi bacia. Il suo alito sa un pò di acido, come di chi beve troppo whisky, ma non mi importa, non mi importa…
 La cosa che piu desidero al mondo è diventare una vera donna. Voglio fare tutti gli interventi necessari per avere una vagina vera. Figli non ne potro avere, lo so, ma quelli si possono sempre adottare. Di meniñhos abbandonati bisognosi damore è pieno il Brasile e anche il mondo. Ma una fica vera, con le labbra al posto giusto, che si dischiudono come un bocciolo di rosa quello e un dono che al mio uomo voglio offrire. È per quello che faccio marchette. Per poi un giorno tornare in Brasile per loperazione finale oppure  andare a Casablanca…” dico tra le lacrime tutto d’un fiato.
You no dovere piu fare puttana You wonderful pessona, sensibele, tu sporcare tua anima pompino after pompino no good for you. Tu molto soffrito nella vita, tu diservare ammore Tuo tempo now for riccevvere…  Io volere help you Io avere soldi, io riccio, io ti dare Tu no dovere sufferire no umiliaziòne. You regina, no slave Io volere tu felice. Volere vedere tuo belo soriso. Si tu volere operazione, noi fare viagio. Maroc is paes belissemo. Noi andare vacanza rent a car, make tour around, have fun, balare and doppo tu fa operazione Casablanca e io spetare su spiagia. After, fare convalesence together.  My darling, together Junto. Inzieme. John prende le mie mani tra le sue e le bacia.
Io mi sciolgo in un pianto quieto e il rimmel cola nero lungo le  mie guance.
La settimana prossima partiamo per Casablanca.
Dopo l’operazione mi chiamerò Deborah. Con l’acca.

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