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Parole nuove

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“I am black and I am proud”

Angela Davis mi ha sempre fatto un po’ paura. Per via dei capelli, credo. La chiomona apparentemente incolta che portavano i militanti dei Black Panther che se lo potevano permettere (perché non tutti potevano, non tutti avevano abbastanza capelli) all’epoca era detta “natural” (e solo dopo “afro” che però vuol dire tutto e niente) perché si supponeva che così fossero i capelli naturali di un africano lasciati liberi di crescere. In realtà erano cotonatissimi e tutto tranne che naturali. Il fatto era che fino all’esplosione dei vari movimenti degli anni ’60 e di quelli degli afroamericani in particolare, i neri americani i capelli se li lisciavano, se li scolorivano, insomma facevano di tutto per cancellare uno dei segni più salienti della loro razza, appunto i capelli che dire ricci o crespi è un eufemismo. Lo fanno ancora, soprattutto le donne, ma oggi è per pura e semplice moda, all’epoca per molti di loro era per dichiarata vergogna: si sentivano inferiori per essere “negri” e nei ghetti erano diffusissimi negozi, parrucchieri, finti medici e ciarlatani che promettevano creme, pozioni, tinture per schiarire anche la pelle.

L’orgoglio “afro”, “I am black and I am proud” era una novità, un pensiero potente, parole nuovissime. Angela Davis era un classico esempio di questo nuovo orgoglio. E a me un po’ paura la faceva.

Quella di Angela era una icona sì, ma una icona molto aggressiva. Certo era a suo modo anche affascinante, sia come personaggio sia come donna. Bella no, troppo accigliata, sempre seria, ma che dico sempre incazzata, almeno nelle foto che giravano da noi. Non c’era Internet, e trovare una foto di lei sorridente oggi è facile, ma all’epoca no. Del resto fate la prova, andate su Google Immagini e digitate il suo nome e troverete centinaia di sue foto e ce ne sono di lei sorridente, anche all’epoca, ma sono poche, o meglio meno di quelle serie. Dice: sono nera, emarginata, sottoposta a razzismo quotidianamente, senza diritti, ma potrò essere incazzata? Ciospa! Nemmeno oggi la condizione di afroamericano è gradevole negli Stati Uniti, nonostante due mandati di un presidente nero, ma all’epoca era veramente dura! Negli Stati del sud di fatto i neri non potevano votare e sempre di fatto i matrimoni inter-raziali erano proibiti, i ghetti la regola ed il livello di istruzione tanto basso quanto quello di povertà era alto. Il linciaggio per chi non si allineava una concreta possibilità. Strano posto l’America e strani tipi gli americani: all’epoca c’erano anche Martin Luther King, Malcom X, Louis Armstrong e Sidney Poitier. E appunto Angela Davis.

Insomma il 14 marzo scorso, pochi giorni fa, avendo letto che Angela Davis sarebbe stata presente nella Facoltà di Lettere di Roma 3, dove spessissimo vado a lavorare nella biblioteca Petrocchi, ho deciso di farci un salto. Caso ha voluto che io sia entrato a pochi passi dal gruppetto di professori in mezzo al quale era lei, a quattro, cinque metri davanti a me. Ma non me ne ero ancora accorto. Appena dentro sono rimasto distratto e stupito dal fatto che l’Aula Magna fosse piena zeppa di studenti e studentesse. Dico stupito perché mi ero già chiesto se i “gggggiovani d’oggi” conoscessero o meno Angela Davis e non avevo saputo cosa rispondermi. Parliamo di oltre 40/45 anni fa, fra due anni celebreremo (speriamo di no!) il 50mo anniversario del ’68, parliamo di fatti remoti a dir poco, roba di mezzo secolo fa…

Eppure l’aula era piena. A quel punto mi sono accorto che la Davis era a pochi metri da me perché ho dovuto accorgermene! In pochi secondi gli studenti hanno cominciato ad applaudire, ad alzarsi dai sedili e ad applaudire, praticamente tutti, in quella che in inglese si chiama una standing ovation. Spontanea, non programmata, intensa, rumorosa ed io in qualche modo ho capito subito che non era rivolta a me. Era un riconoscimento ad una attivista dei diritti civili che si è fatta anche due anni di galera ingiustamente a suo tempo, una che faceva paura solo per quello che diceva, per i discorsi che pronunciava, per le idee che esprimeva. Per le parole nuove che usava lei e molti intorno a lei, non solo neri, c’erano anche bianchi ad usarle quelle parole. Oggi è una sorridente (diciamo anche sorridente) signora afroamericana di 72 anni che insegna all’università e gira per il mondo a fare conferenze e che all’ingresso di una aula magna viene applaudita da studenti di 20 anni i cui genitori forse non la conoscevano nemmeno.

In sala c’erano alcuni ragazzi e ragazze di colore, come è normale in Facoltà, studenti della facoltà stessa, probabilmente nati in Italia da emigranti o adottati, va a sapere. Una prima o una seconda generazione di “afroitaliani”? La parola suona buffa e devo dire che non l’ho ancora sentita usare o letta, mi sa che me la sono inventata.

Italiani e basta? Italiani e basta.

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