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Un cavallo rosso verde e giallo

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Questa è la storia di come mi sono salvato la vita. Era un sabato di sole, la Roma avrebbe giocato in serata contro l’Empoli. Una partita ostica, un po’ perché la squadra della capitale non vinceva da quasi due mesi, un po’ perché l’Empoli faceva davvero pena e quindi la sconfitta non era neanche contemplata dai tifosi giallorossi.

Questa è la storia di come mi sono salvato la vita.
Era un sabato di sole, la Roma avrebbe giocato in serata contro l’Empoli. Una partita ostica, un po’ perché la squadra della capitale non vinceva da quasi due mesi, un po’ perché l’Empoli faceva davvero pena e quindi la sconfitta non era neanche contemplata dai tifosi giallorossi.
“Amore di nonna, che ti faccio da mangiare per pranzo?”
“Non ti preoccupare nonna. Quello che c’è.”
“E allora pasta. Senza olio, però che è finito. ”
Da anni vedevo gente intorno a noi perdere la casa; case popolari, di appena cinquanta metri quadri o poco più, messe in vendita dagli enti realmente proprietari degli immobili a mille euro al metro quadro. Chi riusciva pagava, chi non riusciva se ne andava.
Casa di nonno e nonna era di quaranticinque metri quadri. Quaranticinquemila euro.
Quarantacinquemila euro che non avevamo, quaranticinquemila euro che ci toglievano il sonno e non ci facevano mangiare.
Quella mattina, la mattina del giorno in cui mi sono salvato la vita, mi svegliò una nausea fortissima che mi spingeva sullo stomaco.
La testa mi girava e il cuore mi batteva forte. Per tutta la notte non avevo fatto altro che sognare mamma e papà che mi chiedevano di disegnare.
“Daniele, disegnaci un cavallo! Daniele, disegnaci un cavallo! Disegnaci un cavallo verde rosso e giallo!”
Poi si mettevano a piangere perché dicevo che non avevo tempo per disegnare quel cavallo, che dovevo andare a rapinare la gioielleria, che con i disegni non si campa, si campa con i soldi. Poi, nel sogno, urlavo così forte che mi mettevo paura da solo e nel panico mi svegliavo. Quando mi rimettevo a dormire il sogno ricominciava dall’inizio. Così per tutta la notte.
Pensai che forse quel sogno era un qualche segnale divino, che forse m’avrebbero arrestato o peggio ucciso, che forse sarebbe stato meglio passare tutto il pomeriggio a disegnare come facevo prima.
Mi alzai dal letto e rischiai di cadere. Le ginocchia mi cedevano e il sudore mi teneva incollato il pigiama alla schiena.
Feci da mangiare per me e per mia nonna e la accompagnai a tavola.
“Nonna, faccio un po’ di pasta senza olio, così pareggiamo con l’altro giorno”
“Basta che stasera non pareggia la Roma, bello di nonna”
Uscii di casa dopo pranzo, salutato da Marco Columbro, Lorella Cuccarini e da tutto l’allegro pubblico di “Buona Domenica” che urlava dalla televisione del salotto, mentre mia nonna già dormiva da un pezzo. Le rimboccai le coperte come faceva lei con me da piccolo, la baciai sulla fronte, le chiesi scusa mormorando tra me e me.
Cominciai a camminare con passo sciolto tra i lotti di Garbatella, dove ero cresciuto e che conoscevo a memoria. Schivavo fili tesi per stendere i panni, alberi, gatti, bambini che giocavano nei cortili e pensieri che venivano da lontano:
“A tossico! Te servono i sordi pe la merenda che te porti i cracker a scola?”
“A tossico! Stai sempre a disegna’! Ma che sei una femmina che stai sempre a disegna’?”
“A tossico! Te presto un po’ de sordi così te compri ‘na ferpa nova ?”
Mi chiavamavo “tossico” per via del mio essere anemico,  sempre un po’ stanco, sempre un po’ con la testa da qualche altra parte.
Più le voci si facevano insistenti dentro la testa, più le mie gambe sembravano svegliarsi e farsi forti, agili, decise.
In una tasca del giubbotto un passamontagna comprato al mercato di Portaportese la settimana prima, nell’altra una pistola giocattolo. Col lucido da scarpe di nonno che era morto prima di Natale e che quindi non lo usava più, avevo coperto quell’affaretto rosso di plastica proprio sulla punta per farla sembra vera e per mettere paura.
Arrivai alla gioielleria in meno tempo del previsto e mi accorsi di avere un po’ di fiatone e un po’ di tremore in tutto il corpo. Mi rimproverai per avere paura.
“Fermi tutti, questa è una rapina” mormoravo a più riprese mentre tremando guardavo il mio riflesso nella vetrina della gioielleria.
“Fermi tutti, questa è una rapina” ripetevo mentre piangendo capivo che non sarei mai riuscito a fare una cosa del genere.
“Fermi tutti, questa è una rapina” urlavo nella mia testa mentre correndo m’allontanavo dalla gioielleria.
Correvo, ma tutto intorno a me sembrava muoversi al rallentatore. Piangevo ma in cuor mio ero felice; sentivo la luce scaldarmi il viso e all’improvviso pensai a quando nonno da piccolo mi portava al mare, a “cavacecio”, con le mie gambe sulle sue spalle, leggero e senza peccati.
Percorsi correndo quasi tutta la strada che avevo fatto all’andata, ma a velocità doppia e, saltando da un lotto a un altro, in un piccolo vicolo, non mi accorsi di un auto che procedeva a forte velocità.
Sentii un rumore come di tuono che ti cade vicino ai piedi.
Venni sparato via chissà dove.
C’erano mamma e papà e pure zio, che tutti dicevano che erano morti per via della droga. Erano felici come non li avevo visti neanche nelle foto che nonna teneva sul comò del salotto.
Zio e papà portavano dei pantaloni a zampa d’elefante e zio suonava la chitarra e papà aveva gli occhiali da sole tondi come John Lennon.
Mamma era bellissima e io non me lo ricordavo mica, ma aveva gli occhi verdi chiarissimi e un sorriso che faceva ridere anche me.
Dietro di loro, a salutarmi con ampi gesti eleganti, c’era nonno, con un vestito color carta da zucchero che non gli avevo mai visto addosso.
“Daniele, disegnaci un cavallo! Daniele, disegnaci un cavallo! Disegnaci un cavallo verde rosso e giallo!”
Mi girava la testa, come quando ero uscito da casa, ma stavolta non erano né la fame né la nausea della mattina, né tantomeno la paura che m’aveva accompagnato per tutta la notte e tutto il giorno. Sembrava felicità. Poi tutto diventò nero.
“Daniele, bello di nonna, quando ti svegli?”
Una mano chissà dove mi accarezzava la fronte. Aprì le palpebre  e vidi nonna. Gli occhi rossi e gonfi, ma un sorriso stampato sulla faccia che non le vedevo da anni. Dietro di lei un dottore, camice lungo, baffi curati e capelli con la riga da una parte. Sembrava un attore di film muti.
“Signora, lo lasci riposare. Ora sta bene. Due mesi a letto e tornerà come nuovo. Giovane, ne avrai di tempo libero…”
Questa è la storia di come mi sono salvato la vita, ma è anche la storia di come ho ricominciato a disegnare.

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