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Riflessi

di

Data

Appoggiò la fronte al vetro della finestra e guardò in basso. Il vicolo risucchiato tra i caseggiati era spruzzato di una polvere bianca. Una palla di vetro con la neve che ricadeva sul passato. Quanto tempo era trascorso da quel giorno? E che importanza poteva avere, ora?

Appoggiò la fronte al vetro della finestra e guardò in basso. Il vicolo risucchiato tra i caseggiati era spruzzato di una polvere bianca. Una palla di vetro con la neve che ricadeva sul passato. Quanto tempo era trascorso da quel giorno? E che importanza poteva avere, ora?
Ciò che ricordava con maggiore chiarezza era la cipria che lei gli aveva soffiato sulla barba, una polvere bianca, come di neve e le note di Ich Bin die fesche Lola che gli avevano scardinato le sequenze. Il tè versato nella tazza di porcellana, tre zollette di zucchero e l’orologio in piazza che batteva le ore, mentre lui, il professore, entrava e usciva da casa e da scuola, né più né meno come il carosello dei santi della torre. Poi lei lo aveva fissato a lungo e gli aveva cantato “Guardatemi. Il riflesso dei miei capelli biondi, l’agilità dei miei piedi dentro le scarpe col tacco a spillo, le gambe lunghe nelle calze di seta” e qualcosa in lui si era spezzato: un suono profondo lo aveva fatto vacillare. La sua vita era un castello di carte e il prestigiatore aveva fallito il suo numero.
Si accarezzò i riccioli secchi di tintura e vide i lustrini della guepiere luccicare nel vetro. L’orologio rintoccò nella notte: quanto tempo era passato? E che importanza poteva avere, ora? Il piano scordato e la tromba stonata riempivano l’aria stagnante di fumo e birra scadente. – È tutto pronto! – disse a voce alta, poi si guardò ancora riflesso nel vetro e con la voce arrochita dalle sigarette, canticchiò: “perché dovreste volere glutei cadenti e pelli avvizzite? Chi può ambire alla decadenza, alla fine, alla morte?
Il suo numero quella sera non lo avrebbe realizzato sul solito palco di legno scalcagnato, avrebbe scelto un altro scenario e il telone di fondo sarebbe stato blu, come il cielo di notte.
Se quel giorno l’orologio avesse continuato a scandire il tempo, senza che le dissonanze sussurrate da Lola avessero trasformato il carillon dei santi in un circo di clown e baldracche… Non era più necessario farsi delle domande, a breve avrebbe avuto tutte le risposte.
Indossò il suo vecchio pastrano e lo abbottonò fino alla vita, coprendo così la guepiere luccicante di paillettes. Sotto, il reggicalze rimase a vista e lasciò visibili le grinze delle cosce flaccide. Si avvicinò allo specchio e cercò col rossetto la riga sottile delle labbra, poi prese la cipria, bianca come la polvere di luna e se la passò sulle guance avvizzite.
Quella sera di tanti anni fa, l’aveva vista mentre camminava nel vicolo, col suo grande cappello e il soprabito avvitato, l’aveva seguita fino alla porta del locale. La sera si sarebbe esibita nel suo numero. Guardandola, aveva apprezzato la sua falcata, il suo ancheggiare sensuale e aveva desiderato essere lei. Se ogni cellula di quel corpo si fosse potuta trasferire in lui con un battito d’ali… Aveva chiuso gli occhi e si era infilato sotto il suo cappotto, sotto il cappello. Ne aveva annusato il profumo, la morbidezza dei riccioli biondi sulla fronte. La sera si era precipitato nel locale. Aveva attraversato la sala, facendosi spazio nel fumo, tra i tavolini, scavalcando le note della vecchia tromba, inseguito dai tasti scorticati, bianchi e neri del pianoforte scordato e si era fermato a guardarla sul palco di legno, nel suo costume di piume. Lei seduta con le lunghe gambe accavallate, il busto proteso verso uomini affamati e vocianti, a cui lei, Lola, regalava strofe di sensualità a buon mercato:   “Il mio cilindro si proietta verso l’alto, poggiato sui ricci biondi, le mie gambe in mostra, sempre in mostra, sembrano colonne bianche, mentre i miei movimenti vi sfidano, la mia voce vi penetra come voi desiderereste fare con me”.    Lui, allora si era allontanato e, strisciando lungo i muri, negli anelli bui del locale, si era infilato in una porta e poi in un’altra. E l’aveva trovato. – È questo… sì, è il suo camerino. Le sue ciprie, i suoi profumi…-. Li aveva sfiorati con la punta delle dita, annusandone la fragranza, nutrendosi di quell’aria in cui la presenza di lei sembrava sospesa.
Il giovane professore si era tolto il cappello e aveva preso la guepiere poggiata sulla sedia. L’aveva avvicinata con le mani tremanti sul suo busto e poi si era guardato, riflesso nello specchio appeso alla parete. Era stato allora che lei era entrata nel camerino e aveva sorriso. – Bella, non trova? –  gli aveva detto con naturalezza – Perché non la indossa? Su, vediamo come le sta! – Gli aveva tolto la giacca, la camicia, il colletto, la cravatta. E ogni pezzo che andava via, era un click nella testa.  Poi lo aveva fissato a lungo e infilandogli una mano sotto il braccio, lo aveva sospinto a muovere i passi insieme a lei, che cantava “Guardatemi. Il riflesso dei miei capelli biondi, l’agilità dei miei piedi dentro le scarpe col tacco a spillo, le gambe lunghe nelle calze di seta”. E  qualcosa in lui si era spezzato: un suono profondo lo aveva fatto vacillare.  Era stato allora che lei gli aveva soffiato la cipria sulla barba, una polvere bianca, come di neve.
Nello specchio aveva visto riflessa la sua figura accanto a quella di Lola: due immagini sovrapposte, due Lole, avvolte nella stessa guepiere luccicante di lustrini.
La porta si era aperta: il clown era entrato e aveva riso, con la risata lunga e acuta degli alunni del  ginnasio: Lola Lola, gridavano sempre più forte, mentre le note stonate della tromba stridevano nell’aria.
Per anni aveva contenuto i suoi desideri, aveva corretto i loro compiti, sopportato le loro giovanili mediocrità. Tutti i giorni si era alzato alla stessa ora, aveva preso il suo tè. Era uscito di casa. Percorso la strada fino a scuola. Aveva girato coi santi nel carillon della torre, scandendo le ore dei giorni. Tre zollette nel tè. Una porta chiusa una aperta.
Da quel giorno il carillon dei santi si era trasformato in un circo di clown e baldracche… e lui era uscito dal portone della scuola e se ne era andato dietro a quel circo. Lui era diventato l’altra Lola. Lola con una valigia di piume e lustrini, nelle notti di polvere bianca.
-È tutto pronto! – disse a voce alta. L’orologio rintoccò nella notte: quanto tempo era passato da quel giorno? E che importanza poteva avere, ora?
Due colombe si erano poggiate lassù sull’orologio, tra i santi, tra un’uscita e un’entrata. Un battito d’ali che interrompeva la sequenza. Il santo era diventato colomba che era volata via, per finire sotto un cilindro da prestigiatore. A contare altri giorni, diversi, uguali. E ora, dov’era finito il suo cilindro stanco? Eccolo nella cassapanca, insieme alle foto di classe e alle vecchie cartoline di Lola. Ma quale Lola? Quella con gli occhi verdi, liquidi, sensuali o l’altra, con le ali rubate alla colomba?
-E’ tutto pronto- disse ad alta voce, guardando riflesse nel vetro le guance avvizzite, le cosce flaccide sotto il pastrano aperto. Poi aprì la finestra. Il vicolo risucchiato tra i caseggiati era spruzzato di una polvere bianca. Una palla di vetro con la neve che ricadeva sul passato. Quanto tempo da quel giorno… Avvicinò una sedia alla finestra e salì sul palco.  Il telone di fondo era blu, come il cielo di notte. Con la voce arrochita dalle sigarette, vibrante di sensualità, intonò: “Presto accorrete, tutti intorno a me, come sciocche falene che volano verso la luce: mortali, uomini senza scopo e senza futuro; non sapete che le farfalle notturne si bruciano le ali sulle torce e sulle candele? Guardatemi sotto le luci della ribalta io sono l’Angelo azzurro con le ali di colomba. Un battito di fianchi e sarò lassù. Sull’orologio”.

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