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L’ombrello

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Si sentiva particolarmente stanco quella sera. Il concerto era stato noioso, come sempre tra l’altro. Rinnovavano l’abbonamento alla stagione da più di trent’anni, un automatismo mantenuto più per l’abitudine d’incontrare altre coppie di conoscenti, che sua moglie si ostinava a chiamare amici.

Si sentiva particolarmente stanco quella sera. Il concerto era stato noioso, come sempre tra l’altro. Rinnovavano l’abbonamento alla stagione da più di trent’anni, un automatismo mantenuto più per l’abitudine d’incontrare altre coppie di conoscenti, che sua moglie si ostinava a chiamare amici. Nel silenzio della cabina dell’ascensore sentì sulle spalle tutto il peso dei suoi settantotto anni. Dietro di lui sua moglie saltellava da un piede all’altro. “Dovrà andare in bagno” pensò. Abbassò lo sguardo e tra i suoi piedi vide che si era formata una piccola pozzanghera d’acqua, alla base dell’ombrello chiuso che gocciolava. La sua mente si fermò a osservare i rivoli d’acqua che scendevano tra le pieghe della stoffa nera, colavano e si attorcigliavano attorno alla punta di metallo lucido per poi spargersi sul pavimento di legno.
“Serataccia, che idea uscire con questo tempaccio, sarei rimasto volentieri a casa. Domani la sentirò nelle ossa, meglio che prenda una pasticca prima di andare a dormire”.
Arrivati sul pianerottolo del sesto e ultimo piano del palazzo nell’elegante quartiere Prati di Roma, sua moglie si precipitò ad aprire il portone e, scaraventando nell’ingresso la sua pelliccia e la borsetta da sera, corse in bagno in fondo al corridoio. Lui con calma aprì l’ombrello e lo mise ad asciugare a fianco della porta di casa. Entrò. Nel momento in cui chiuse la porta dietro di sé, sentì la voce di sua moglie dal bagno in fondo:
– Scusa caro, ho lasciato tutto all’ingresso! Ti dispiace mettere tu a posto? E l’ombrello mi raccomando, non lasciarlo fuori, non sta bene!
– Si va bene, lo faccio dopo, rispose con un tono annoiato e stanco.
– Ti dispiace farlo subito? – Insisté lei vagamente seccata – Quando dici “lo faccio dopo” quel “dopo” può durare settimane!
– Oddio che fatica!
Aveva pronunciato quelle tre parole sospirando ma gli erano uscite più forte di quanto avesse voluto. Sentì i tacchi di sua moglie risuonare sul parquet a spina di pesce del corridoio mentre uscita dal bagno stava tornando nell’ingresso, seccata:
– È così faticoso fare quello che ti dico? Ti chiedo semplicemente di mettere l’ombrello dentro, non mi pare che questo richieda uno sforzo sovrumano.
– Ho detto che lo farò. Non penso sia così grave se l’ombrello rimane una notte ad asciugare fuori. Non se ne accorgerà nessuno. È bagnato fradicio e non ho intenzione di bagnare il parquet portandolo dentro. Per cui, per questa sera, l’ombrello rimarrà fuori.
– E io ti dico invece che va messo dentro. Non ho alcuna intenzione di ritrovarmi domani mattina con gli occhi della vicina puntati addosso in segno di disapprovazione. Sono stata io a insistere alla riunione di condominio perché i pianerottoli siano lasciati sgombri da qualsiasi cosa. Non mi far fare brutta figura, intesi? Allora per l’ultima volta ti chiedo di mettere quest’ombrello dentro!
– Dio mio, esclamò lui sfinito, ma non è possibile avere un po’ di pace in questa casa? Non la smetti finché uno non fa esattamente quello che dici, vero? Mettilo tu dentro se ci tieni tanto! Io sono stanco e adesso mi vado a prendere un whiskey in santa pace.
– Molto bene!
Stizzita e arrabbiata, aprì il portone di casa, uscì sul pianerottolo, chiuse l’ombrello e lo portò dentro. Con passo deciso, attraversò l’ingresso e percorse il corridoio in direzione del bagno con l’oggetto del contendere ancora zuppo e gocciolante sul parquet, lasciando un rivolo di acqua dietro di sè:
– Vedi? Non è poi così difficile! Basta avere voglia di farle le cose! Ma tu, la voglia di fare qualcosa non l’hai mai avuta! Come posso pretendere che ti venga adesso, giusto? Fannullone eri quando ti ho conosciuto, fannullone sei stato durante tutta la vita e fannullone sei ora che sei vecchio!
Mentre sua moglie si stava agitando, si diresse nel salone accanto all’ingresso e andò a versarsi un bicchiere del suo whiskey preferito. Il ghiaccio non c’era nel mobile del bar, pazienza, lo avrebbe preso liscio nella speranza che l’alcool riuscisse a rilassarlo e a non fargli sentire le stoccate provocatorie della moglie. Stranamente però, quella sera il benefico senso di stordimento non si manifestò. Sentì invece una rabbia sorda crescergli dal profondo delle viscere. Posò il bicchiere sul tavolino di mogano, si affacciò sul corridoio e disse:
– A chi stai dando del fannullone? Cominciò a percorrere il corridoio in direzione di sua moglie con passo deciso. – Io sarei un fannullone? Come ti permetti di dire questo? Eh? Piccola vecchia bambina viziata che non sei altro!
Arrivato alla sua altezza, le strappò l’ombrello dalle mani, tornò sui suoi passi, aprì il portone di casa e urlando le disse:
– Hai capito? Questa notte l’ombrello rimane fuori!
– Non urlare con la porta aperta – si spaventò lei, correndo verso l’ingresso – ci sentono tutti!
– Non me ne frega un cazzo, replicò lui ormai fuori di sé, hai capito? Che ci sentano i nostri amabili vicini del cazzo in questo bel palazzo del cazzo, che ci sentano! – E, rivolgendosi all’esterno del portone, immaginando i vicini con le orecchie tese ad ascoltare: – L’ombrello rimane fuori questa notte, avete capito? – buttando l’ombrello chiuso sul pianerottolo di fronte all’ascensore.
– Sei impazzito? La moglie si precipitò fuori, recuperò l’ombrello, tornò dentro casa e richiuse il portone. Con fare deciso si diresse nuovamente verso il bagno.
– Vedi, non appena bevi, diventi volgare. Il suo tono era sprezzante, feroce. – Sei volgare perché non sai cosa replicare, non hai argomenti e sai che ho perfettamente ragione, anche mio padre aveva ragione, lo aveva capito subito lui “Non ha spina dorsale”, mi aveva avvertita, “ Non combinerà mai nulla”! Ah se lo avessi ascoltato, ah se lo avessi ascoltato!
– Si da il caso invece, seguendola lungo il corridoio, che quando sei rimasta incinta io avevo vinto una cattedra all’università di Los Angeles e stavo per andarmene, ricordi? E se sono rimasto qui e ho dovuto accettare il posto che tuo padre mi offriva a studio è soltanto perché tu mi avevi incastrato!
Arrivati davanti alla porta del bagno, lei si voltò e impugnando l’ombrello a due mani si mise a camminare in sua direzione, facendolo indietreggiare.
– Senti questa adesso! Ma come sei bravo a ribaltare le situazioni! Ti ha fatto comodo, eccome se ti ha fatto comodo essere preso da mio padre: Non saresti stato nessuno senza di lui, senza la mia famiglia, senza di me. Ecco dov’è la tua riconoscenza, verme, non sei altro che un verme!
– A chi dici verme, a chi dici verme, eh? Vecchia stronza che non sei altro! Sei vecchia e cattiva, ti puzza l’alito e mi hai rovinato la vita.
Nel vomitarle queste ultime parole, mise le mani sull’ombrello tentando di strapparglielo.
– Sei tu che l’hai rovinata a me povero imbecille impotente! Non eri neanche in grado di scoparmi come si deve con quel tuo cazzo moscio!
Con uno strappo violento lui le prese l’ombrello dalle mani e puntandolo verso di lei avanzò minaccioso:
– Il mio cazzo moscio? Ah si? Il mio cazzo moscio? Adesso te lo faccio vedere io il mio cazzo moscio!
Con un gesto violento le colpì la pancia con la punta metallica dell’ombrello. Colta di sorpresa emise un gemito di dolore, portandosi le mani al ventre per cercare di ripararsi. Il dolore le tolse il fiato e le annebbiò la vista. In preda a vertigini, spostò la sua gamba dietro di sé per tentare di non cadere quando il tacco della sua scarpa, scivolando sul pavimento fradicio, si piegò sotto il suo peso. La donna perse definitivamente l’equilibrio, cadde e andò a sbattere la testa sull’angolo del termosifone di ghisa. Si sentì un tonfo sordo. Scivolò a terra, incosciente. Attonito e incredulo lui rimase a guardarla per alcuni interminabili secondi. Poi, lentamente, nel silenzio ristabilito della casa con l’ombrello ancora in mano, si diresse nel salotto, si sedette nella poltrona Chesterfield accanto al tavolino e bevve un sorso del suo whiskey liscio. Il bruciore dell’alcol s’irradiò nel suo petto. Tirò un profondo sospiro, si appoggiò sullo schienale e posò lo sguardo sul suo ombrello nero, lucido, chiuso: “È asciutto ormai, posso lasciarlo dentro”.

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