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Pezzi di gioia

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Era il loro secondo anniversario, oltre due anni di passione e devozione. Ogni mattina Giulia preparava il caffè nella vecchia moka e lo versava in due tazzine di ceramica gialla con dei piccoli gufi dipinti.

Era il loro secondo anniversario, oltre due anni di passione e devozione.
Ogni mattina Giulia preparava il caffè nella vecchia moka e lo versava in due tazzine di ceramica gialla con dei piccoli gufi dipinti.
Poi andava a dare il buongiorno al suo amore: “Buongiorno Fili!”, gli diceva.
Un sorriso galleggiava sul viso di Filippo, che la guardava da dietro al vetro con i suoi bellissimi occhi blu, incorniciati da lunghe ciglia, di cui lei si era innamorata a prima vista.
Quel giorno Giulia, pettinandosi i capelli davanti allo specchio, di fronte al letto, chiese ironicamente: “Ti ricordi che giorno è oggi, Vero?” e fissando l’immagine riflessa, vide Filippo, poggiato come sempre sul comodino, sorriderle con il suo solito sguardo fisso e bonario.
“Vuoi sempre scherzare, lo so che te lo ricordi!” disse lei e proseguì: “E poi lo sai che non mi arrabbio quasi mai!”.
Un istante dopo si diresse in veranda, aprì il pozzetto e guardandoci dentro, bisbigliò al suo contenuto: “Per festeggiare ho comprato la millefoglie che ti piace tanto! Però conviene toglierla dal freezer,sennò non si scongelerà in tempo per pranzo!”.
Detto questo prese il dolce, lo posò sul tavolo della cucina, sotto gli occhi vigili di Annie e tornò indietro per risistemare a dovere i sacchetti alimentari numerati e datati “30/10/13”.
Nel fare questa operazione si accorse, però, che qualcosa non andava.
Quella che pareva una mano, stava cercando di evadere dal sacchetto numero 13 e Giulia sconcertata disse: “Senti Fili, così non andiamo d’accordo. Lo sai che non puoi andare da nessuna parte senza il mio permesso!” e ricacciò con forza il fuggiasco nella propria prigione di plastica.
Guardando quel sacchetto pieno di dita, ricordò la prima volta che le sfiorò.
Filippo suonò al citofono e lei, sollevando la cornetta, chiese: “Chi è?”.
“Raccomandata per la sig.ra Solari!” rispose lui con voce cortese.
Giulia non appena lo vide non poté fare a meno di sorridere, notando la sua aria un po’ spaesata, che lasciava trasparire un leggero imbarazzo e quella targhetta un po’ sbilenca, appuntata sulla camicia, che dichiarava: “Filippo Dell’Uomo”.
Il modo in cui lui le disse: “Per favore, può mettere una firma qui?” ed allungandole la busta, sfiorò la sua mano, le fece capire che era lui che stava aspettando.
Ogni giorno, sino al momento in cui era costretta ad uscire, sostava davanti alla finestra nella speranza di vederlo materializzarsi e se sentiva uno scampanellio correva a rispondere.
Quasi sempre, però, era qualche venditore della Folletto o un compagno di “Lotta comunista” o, più spesso, qualche fervente testimone di Geova che le chiedeva: “Buongiorno signora, potremmo farle una domanda?” e senza neanche aspettare riscontro, continuavano: “Come vede il suo futuro? Lei ha fede?”.
Prima di conoscere Fili la sua risposta standard era: “Ma voi non avete altro da fare che importunare la brava gente?!”, ma da quando c’era lui si lanciava in lunghe dissertazioni citofoniche, che concludeva con: “Il futuro è radioso per chi ha fede e perseveranza!”.
Gli altri, impressionati da tanta convinzione e trasporto religioso, non sapendo cosa ribattere, salutavano augurando buone cose.
Il penultimo giorno di ottobre, Giulia si fece coraggio e non appena vide Filippo sul pianerottolo, intento a consegnare la posta alla sua vicina, la sig.ra Marozzi, famosa per la sua invadenza e propensione al pettegolezzo, aspettò che l’altra richiudesse l’uscio ed aprì lentamente la propria porta.
“Buongiorno signor Filippo! Potrei offrirle un caffè in casa mia per ringraziarla dell’incomodo che le procuro quasi ogni giorno?” disse lei tutto d’un fiato, ripetendo il mantra che si era preparata da settimane.
Lui inarcando le sopracciglia e cercando di sistemarsi alla meglio la targhetta col proprio nome,  educatamente rispose: “Buongiorno a lei signora Solari, la ringrazio per l’invito ma non so se dovrei!”.
“Non si preoccupi sarà un caffè velocissimo. Sarà il nostro piccolo segreto!” ribatté Giulia e concluse: “E comunque non sono sposata!”.
Appena Filippo entrò in casa, Annie lo fissò da lontano con le grandi pupille dilatate e circondate da cerchi d’oro, ma dopo un attimo si avvicinò e dopo avergli annusato le scarpe, si strusciò all’estremità dei suoi pantaloni facendogli le fusa, in segno di approvazione.
Annie era l’unico essere vivente che avesse addomesticato Giulia e di cui lei si fidasse.
Quando la donna prendeva tra le braccia quel piccolo animale, lo stringeva stretto stretto, con tutta la forza che aveva, tanto che Annie si irrigidiva, come fosse impagliata, sino a che Giulia, guardandola con tenerezza, non mollava la presa.
Il piccolo tavolo della cucina era adornato con una tovaglia di lino bianco, un vaso a forma di tulipano con delle margherite fresche al suo interno ed una tazzina da caffè giallo canarino, pulita e pronta all’uso, su un piccolo vassoio d’argento.
Filippo accomodandosi su una delle quattro sedie della cucina, poggiò entrambe le mani su una gamba ed aspettò.
Dopo un momento sentì qualcosa di umido vicino alle dita, era il muso di Annie che voleva giocare.
Lui sollevando l’indice, cominciò a farlo oscillare a destra e sinistra. Il piccolo animale, che seguiva attento l’oggetto mobile, si preparò e ad un certo punto saltò, ma Filippo ritrasse la mano e l’attacco andò a vuoto.
Nel frattempo Giulia riempì d’acqua la caldaia della moka e poi scomparve nella veranda canticchiando a bassa voce una vecchia canzone di Dalla: “i tuoi occhi…adesso anzi io me li mangio, tanto tu non lo sai…”.
Poi aprì il pozzetto e sporgendosi in avanti prese una scatola di pasticceria da cui tirò fuori un dolce e tagliandone con cura due fettine, di tre dita precise, le poggiò su due piattini da dolce, di fine porcellana.
Quando Filippo vide ricomparire Giulia, imbarazzato disse: “Non era necessario! Poi non vorrei offenderla, ma il dolce è meglio che non lo mangi!”.
Quelle parole fecero crollare quel sogno ad occhi aperti che Giulia si era costruita con tanta cura, tanto che avrebbe voluto sbattere i piatti per terra.
Non appena vide la faccia scura della sua interlocutrice, Filippo prese silenziosamente in mano la forchetta e tagliando un piccolo pezzo di millefoglie, se lo infilò tutto in bocca.
“Buono, anzi no ottimo! Davvero!” disse lui, proseguendo: “Mi scusi non volevo offenderla è solo che sono allergico alle nocciole ed avevo paura…” e non fece in tempo a finire la frase che cadde all’indietro, colto da convulsioni fortissime, con i muscoli del volto contratti.
Lei, che non aveva mai visto una persona in condizioni simili, più che tenergli la mano, non seppe cos’altro fare.
Tutto accadde in pochi istanti e Filippo smise di respirare.
Giulia rimase in ginocchio accanto a lui, sino a che la stanza cadde nell’oscurità.
Le facevano male le gambe e la schiena ed alzatasi a fatica, prese Filippo per le mani e lo trascinò sino al divano, stendendolo e togliendogli le scarpe, affinché non sporcasse la fodera.
Migliaia di idee le passarono per la mente, mentre gli carezzava i sottili capelli scuri, ma le scartò tutte.
“Fili come facciamo adesso? Noi mica ci possiamo separare!” gli disse Giulia.
Poi accomodando il viso di lui, affinché quella brutta smorfia di sofferenza si tramutasse in un sorriso perenne, le venne un’idea geniale.
Si mise il cappotto ed andò in ferramenta, tornando con un paio di guanti di gomma gialli, un telo di linoleum ed una sega per tagliare il ferro.
Il lavoro fu piuttosto lungo e faticoso, anche perché inizialmente non aveva pensato in quante parti l’avrebbe dovuto dividere.
Alla fine optò per la scelta più comoda, farne piccole porzioni, da poter tenere a portata di mano, per quando la nostalgia di Filippo si fosse fatta viva.
Una parte, però, non se la sentì proprio di insacchettarla come tutte le altre, era la testa.
Quella era il luogo di tutti i pensieri ed i sogni di Filippo e non avrebbe mai potuto fargli un simile torto, così alla fine la mise in un grosso vaso di formalina, accanto al letto, sul comodino.
Col sacchetto ancora tra le mani, Giulia tornò al presente e si ricordò di aver scordato di comprare qualcosa da bere per il pranzo d’anniversario e chiudendo rapidamente il freezer, si finì di preparare ed uscì.
Seduta sul bordo del pozzetto,leggermente aperto, Annie infilò prima la testa e poi tutto il resto del corpo in quel piccolo pertugio, ma non appena toccò con le zampe la plastica gelida si gonfiò come un palloncino pieno d’elio e prendendo un sacchetto tra i denti corse fuori.
Cominciando a correre per tutta la casa, lo agitò, sbatacchiandolo ovunque.
Poi uscì sul balcone, salì sulla ringhiera e percorrendola tutta oltrepassò il muro divisorio, sino alla casa della signora Marozzi, la quale era solita lasciarle sempre una ciotola di croccantini vicino al piccolo mandarino.
Il suo balcone sembrava in realtà una serra, piena di piante ed alberelli di tutte le specie.
Annie balzò giù con in bocca il proprio regalo e puntando un grosso vaso di erbe aromatiche, dove la terra era più morbida, creò con la zampa uno buco tra il basilico ed il rosmarino, in cui piantò la mano di Filippo.
Poi, trionfante cominciò a miagolare, picchiettando con la zampa sul vetro della finestra, sino a che la padrona di casa non aprì e quasi svenne alla vista di quella cosa orripilante infilata nel proprio vaso.
“Oh dio, oh dio, oh dio, oh dio!” cominciò a piagnucolare, come se vedesse un miracolo all’incontrario e subito corse a prendere il telefono.
Quando Giulia arrivò ad un isolato da casa vide una macchina della polizia sfrecciarle accanto ed un capannello di gente in lontananza.
Mentre si avvicinava sentì due persone parlare tra loro.
Una diceva: “Ma cos’è successo? Una fuga di gas? I ladri?” e l’altra: “No dicono che una signora abbia trovato una mano nel proprio vaso di fiori e gliel’abbia portata un gatto!”.
Non appena udì quelle parole Giulia si fermò e sgranò gli occhi.
Il cuore saltò un battito e si sentì mancare il fiato, come se qualcuno la stesse rinchiudendo in una scatola via via sempre più stretta ed angusta e cominciando a vedere tutto nero, s’accasciò al suolo.
In quel momento qualcuno la sorresse per le spalle e sentì una voce maschile dirle con gentilezza: “Signorina non si sente bene? Posso aiutarla?”.
A stento Giulia riuscì ad aprire le palpebre, ma non appena voltò il capo e vide due interminabili occhi azzurri sopra di a sé, fece un profondo respiro e sfiorando la mano di lui, disse sorridendo: “Sì, grazie!”.

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