Géza Röhrig

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I Sonderkommando. Le squadre di ebrei a cui era affidato il lavoro sporco: erano loro ad accompagnare i prigionieri nelle camere a gas. Di seguito è riportato il dietro le quinte dell’intervista all’attore Géza Röhrig, interprete del ruolo di Saul Ausländer, nel film Il figlio di Saul.

 

Il volto di Géza Röhrig, appare oltre il vetro all’ingresso degli studi di Via Asiago. Lo stesso viso scavato e scuro che ci ha incalzato dallo schermo con lo sguardo allucinato di Saul Ausländer, il personaggio da lui interpretato ne Il figlio di Saul.
Fa una strana impressione ritrovarsi davanti l’uomo traumatizzato che ci ha trascinato con sé passo, passo, dentro Auschwitz, nella ricerca affannosa di un rabbino, che potesse dare sepoltura al suo giovane figlio.
Quest’uomo sembra cercare ancora qualcosa e dunque è Inevitabile continuare a seguirlo.
Tanto più che adesso Géza sorride scusandosi con il custode dello studio per aver dimenticato il documento in albergo.
Il custode è uomo gentile (costruisce lui gli animaletti di carta che adornano il vetro) e non fa storie. Forse sa che Géza Röhrig è atteso per un’intervista ad Hollywood Party. Oppure ha intuito che il documento rimasto in albergo non basterebbe a decifrare l’identità sfuggente della figura oltre il vetro : un guazzabuglio di città e mestieri.
Géza è nato a Budapest, orfano a quattro anni è vissuto in orfanotrofio, adottato all’età di 12 anni si è trasferito con la sua famiglia a Gerusalemme. Ha studiato prima a Cracovia (letteratura polacca), poi a Budapest (cinema e teatro), poi a New York (seminario chassidico). Vive nel Bronx e ha 4 figli, di cui gli ultimi sono due gemelli di un anno che lo aspettano a casa. Una dei grandi, invece, lo accompagna nel viaggio a Roma: una ragazza dal grande sorriso, spalle possenti, e lunghi capelli neri. Ma neanche lei sembra poter fermare nella sua ricerca quest’uomo esile, che a tratti sorride, a tratti si inabissa, la pelle delle palpebre quasi a coprirgli lo sguardo. Gli dicono che ad intervistarlo sarà Giuseppe Tornatore che per una settimana affianca i conduttori del programma. “Proprio lui, proprio il regista di Nuovo Cinema Paradiso” gli ripetono. Géza annuisce con il suo sorriso etereo, in un sussurro ci confessa che ora, da quando sulla soglia dei 50, ha esordito al cinema, tutti si aspettano che lui conosca cose che in realtà ignora. “Ultimamente nella mia vita succedono cose incredibili: due giorni fa ho visto il papa, mi hanno promesso una cena con Isabella Rossellini. E ora incontro questo Tornatore tanto famoso”
Gambe esili nei jeans scuri, giacchina nera, berretto nero con visiera, entra nello studio e sorride a Tornatore, il maestro che lui non conosce e che si sbilancia in grandi lodi sul film.
“Qui dentro c’è puzza di Oscar” scherza qualcuno.
E Géza, che conosce la fatica di quell’odore: anni da poeta sconosciuto, e rifiuti per un film che nessuno voleva finanziare, non dice nulla, solo i suoi occhi si muovono attorno furtivi.
“Qual è la differenza tra il suo e gli altri film sull’Olocausto?” Gli chiedono. E in un istante un velo cala sul suo viso e la sua voce, nel microfono, si fa sussurro:
“È una differenza esistenziale. Il nostro film” e quel plurale si riferisce al suo lavoro con László Nemes il regista ungherese, giovane e biondo, dal volto angelico. Si sono conosciuti a New York nel 2007 e sono diventati amici. Devono aver parlato tanto dell’Olocausto e di tutto il resto, se poi il ragazzo biondo, tornato in patria, anni dopo, gli ha mandato una prima stesura della sceneggiatura e un biglietto aereo per l’Ungheria “Il nostro film non vuole commuovere, non si versano lacrime, piangere è una catarsi e alla fine lo spettatore si sente meglio. Il nostro film invece è un pugno nello stomaco. Avevamo stilato la lista delle cose da non fare. Non volevamo fare intrattenimento. Perché Auschwitz non è stato lo sfondo di storie d’amore, né è stata solo la storia di chi è sopravvissuto.
Per questo abbiamo scelto un argomento tabù: i Sonderkommando. Le squadre di ebrei a cui era affidato il lavoro sporco: erano loro ad accompagnare i prigionieri nelle camere a gas. Uno degli espedienti più diabolici dell’Olocausto per consentire agli assassini di sentirsi innocenti; per questo poi in tanti hanno potuto dire: io non ho colpa. Gli ebrei sterminatori venivano ,a loro volta, sterminati ogni quattro mesi. Ma alcuni hanno fatto in tempo a lasciare delle testimonianze: foto e scritti sepolti sotto terra ed è su quel materiale che noi abbiamo lavorato.
Per provare a sentire davvero cosa è stato Auschwitz non si poteva parlare di un’esperienza collettiva. Bisognava raccontare un giorno nella vita di un uomo. Di uno zombie. Era così che diventavano i Sonderkommando. Vedevano arrivare centinaia, migliaia di persone, alcuni magari dal loro stesso paese, li accompagnavano alle docce, li tranquillizzavano e dopo 15 minuti li portavano via morti.”
Nello studio scende un istante di silenzio, lo stesso silenzio che lascia dentro il film, a cui non siamo abituati perché la guerra è sempre raccontata con rumore, spari, urla di incitamento. Davanti agli occhi torna a scorrere la scena per noi più agghiacciante: si svolge in silenzio, solo voci sussurrate, un medico in camice bianco e un ragazzo sopravvissuto alla camera a gas, disteso nudo su una panca, ansima. Il dottore che vediamo di spalle si china su di lui, può sembrare un gesto sollecito, medico che soccorre ragazzo morente, ed invece, da piccoli infinitesimali rumori, in quel silenzio capiamo che il medico solerte sta terminando l’opera del gas.
Succedeva, dirà Géza più tardi, che qualcuno sopravvivesse, soprattutto gli adolescenti.
Allora è normale che per ridare fiato a tanta apnea Tornatore gli chieda dei rumori del film. Delle terribili voci, in nove lingue diverse, che vengono da dietro le porte della camera a gas a cui Saul Ausländer accosta il suo viso.
“Quelle voci” chiede Tornatore “erano sul set o erano voci interiori?”
Lo sguardo di Géza è fermo sul microfono.
“Le voci sono molto importanti. Le voci sono state aggiunte in post produzione ma io le ho sentite tutto il tempo, dopo aver letto i resoconti le voci non mi lasciavano mai.”

Finita l’intervista, fuori dagli studi, quelle stesse voci ora devono spronarlo a guardare il volto luminoso del mondo. I suoi occhi si riaccendono. È una bella serata romana. Nella pietra di Roma il tempo si è stratificato, come a Gerusalemme. Il cibo è squisito: insalata di carciofi, tartare di tonno, e, per finire, il tiramisù.
“Delizioso il tiramisù.” Dice con i suoi occhi stupiti che cercano nel piatto. “Pensavo fosse un piatto giapponese.”
“E perché mai?”
“Per il suono: TI RA MI SU”.

Il mattino dopo arriva con uno zaino voluminoso sulle spalle. Scuote la testa. “Era tardissimo ieri sera” mormora stupito da tanto eccesso di vita.
Poggia lo zaino nell’angolo e si siede davanti alla telecamera per la prima intervista, lo aspetta una lunga fila di giornalisti. Lui li accoglie, uno ad uno, disponibile e paziente, è in viaggio da mesi per promuovere il film (lui ed il regista si sono divisi il compito in parti uguali), la sua voce di nuovo un sussurro “La parte difficile non è stata la macchina da presa sempre addosso, durissima è stata la preparazione: mesi trascorsi a leggere resoconti terribili. Solo negli anni ‘70 hanno cominciato a venire fuori. Prima i Sonderkommando si vergognavano. Leggevo, leggevo per entrare nel loro stato mentale. Per capire che persone si diventa facendo quello che facevano. C’è stato un momento in cui ho pensato di non farcela. Quando sono iniziate le riprese è stato quasi un sollievo. C’erano il trucco ed i costumi ad aiutarmi, e poi facevamo molte prove prima di girare. Ci sono pochi stacchi e bisognava fare attenzione ad evitare gli errori.”
In fin dei conti però, tutta la sua vita, spiega, è stata una lunga preparazione al film.
Suo nonno adottivo, figura ricorrente nei discorsi di Géza, ha perso ad Auschwitz i genitori, la sorella più grande, incinta all’arrivo al campo e il fratello minore. “Mio nonno ha vissuto tutta la sua vita con l’ assenza di chi non è tornato. Mi ha fatto da padre quando mio padre è morto, all’inizio da ragazzo non capivo perché fossi l’unico dei miei amici a dover sempre avvisare quando arrivavo in un posto, a dover sempre dire dove andavo, mio nonno si preoccupava, ed io allora non capivo, credo che vedesse in me il fratello minore che non aveva potuto salvare. All’inizio mi ha tenuto nascosto il suo passato. Non voleva parlarmi di quello che era successo. Ma l’Olocausto è stato un trauma intergenerazionale. È molto peggio cercare di nascondere, perché quel dolore arriva comunque, si trasmette in mille modi infinitesimali.”
Finita l’intervista, prima dell’arrivo del nuovo giornalista, Géza d’un tratto sembra ricordare, salta su dalla poltrona e va a cercare il suo zaino nell’angolo lontano dai riflettori. Si china e si cambia in fretta la camicia: “L’ho promesso a mia moglie.” Arriva la sua voce dalla penombra, il torso nudo e magro. “Lei è sposato?” Chiede al cameraman che lo guarda stupito e fa segno di no. “Sappia che si fanno tante cose per la propria moglie soprattutto se la si lascia da sola dall’altra parte dell’oceano con due bambini piccoli.” Spiega allacciandosi in fretta la nuova camicia. Ora sembra per un istante la copia di Woody Allen mentre gesticola e racconta che qualcuno su Facebook si lamentava di vederlo sempre con la stessa camicia. E allora sua moglie si è raccomandata e così ogni tanto lui si alza e corre nell’angolo, nella penombra il suo zaino è un forziere: t-shirt nera, camicia a quadretti, camicia grigio scuro, camicia azzurra. Poi riprende a parlare, la voce sussurrante, il volto impassibile di fronte alle lodi sperticate per l’eccellenza della sua interpretazione.
Professore in teologia, lo chiama qualcuno.
Si schermisce. “Ho preso solo un diploma, mi appassiona la grande domanda che ricorre nel film: “Perché il giusto soffre e il malvagio prospera?”
Hanno tutti tanto da chiedergli ma lui parla, parla e il tempo basta solo per una risposta.
“Vogliono risposte brevi? Scrivono per riviste di moda?” Si adombra d’un tratto vedendo qualche espressione delusa.
E per un po’ si sforza e si contiene ma poi torna a quel suo flusso inarrestabile. Qualcuno vuole sapere la sua opinione sulla politica dell’Ungheria in materia di profughi.
“Sono qui per parlare del film” dice con una gentilezza che raggela ma poi non si trattiene. “A 19 anni ho visitato Auschwitz e quella visita ha spazzato via le mie idee di ragazzo sul progresso umano. Da allora il mondo non ha fatto grandi progressi. Non mi piace quello che sta succedendo in Europa. Cresce la distanza tra gli uomini. E noi continuiamo a mettere la testa sotto la sabbia, questa nostra cultura ce la siamo costruita nei secoli, e non sono certo disposto a servirla su un piatto d’argento al primo che arriva. Parliamo dei profughi siriani come se fossero le vittime di un terremoto, ma lì c’è un governo, una politica e nessuno lo ammette. Il mondo non sarà un posto migliore finché non lo saranno gli uomini. Noi siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio. Ma disponiamo del libero arbitrio. Io credo che in certe circostanze ognuno di noi debba prendere la sua posizione di fronte alla vita, senza identificarsi con una religione, né con uno Stato.”

C’è qualcosa di scuro nel suo sguardo adesso mentre si prepara per la Conferenza stampa. Saranno tante le domande difficili, sull’Ungheria e su molto altro. Ad esempio sul suo personaggio.
“Saul Ausländer è ossessionato dall’idea di dare sepoltura al ragazzo sopravvissuto, per qualche istante, alla camera a gas in cui lui crede di vedere suo figlio. E questa sua ossessione fa fallire il tentativo di rivolta dei Sonderkommando.
Perché sacrificare i vivi per un morto?” Gli chiedono. “Saul non sembra un eroe. Piuttosto un pazzo”
Géza deglutisce in silenzio, avvertiamo la sua tensione accanto a noi, quante volte gli avranno rivolto quella domanda nel suo lungo incessante viaggio? Come cadrà sul pubblico la sua risposta?
“La questione non è se sacrificare i vivi per i morti.” dice lentamente “la questione è se l’obiettivo ultimo è la sopravvivenza dell’uomo o se non ci sia qualcosa di ancora più grande di questo. Voi dite Saul è un folle, manda a monte una rivolta per seppellire un morto ed io penso, con tutto il rispetto, che vi sentiate frustrati perché non capite. La sopravvivenza è uno scopo legittimo, che appartiene anche al regno animale, ma c’è qualcosa di più e non voglio con questo fare di Saul un eroe, è un uomo comune che compie una scelta straordinaria, nata dall’istinto. È stato testimone di qualcuno che è sopravvissuto alla camera a gas. Quell’evento ha dello straordinario. Suscita in lui un’empatia, permette a Saul, abbrutito, traumatizzato, di tornare a sentire qualcosa di umano nella sua vita da zombie. È questo il valore profondo. Questo zombie, tornato umano, cosa può fare per un morto?” fa una pausa la sua voce ora quasi si perde “Credo che a prescindere dalla razza, dalla religione, ci sia un imperativo che fa di un uomo ciò che è: avevo sete e mi hai dato da bere, avevo fame e mi hai sfamato, ero morto e mi hai sepolto.
Ausländer: il cognome rivela molto di Saul. Lui è lo straniero, o meglio l’extraterrestre, l’uomo che viene da un altro pianeta. E cerca qualcosa che supera la mera sopravvivenza dell’uomo.
Per questo credo che il film, sebbene non sia consolatorio, sia però pieno di speranza.”
Silenzio in sala.
Poi una voce:
“Ma perché non si sono ribellati? Perché non si rifiutavano di fare quello che facevano?”
Géza sorride. Un sorriso che ha qualcosa di cattivo. Di amaro.
“Certo avrebbero potuto rifiutarsi. Avevano il fucile puntato addosso. E una volta fatto quello che gli veniva chiesto era troppo tardi per tirarsi indietro.
Forse tra voi ci sono molti santi e meno tra i Sonderkommando. C’è il resoconto di uno di loro che è entrato vestito nella camera a gas appena ha scoperto cosa gli veniva chiesto di fare. E sono stati gli altri, gli ebrei nudi a spingerlo fuori, a dire vivi e sii testimone.”
“E come erano visti dagli altri ebrei nei campi?” Lo incalzano.
Géza sospira. È un macigno quello che ha addosso. Quasi fosse lui davvero Saul e il mondo gli chiedesse conto delle sue azioni.
“Gli altri li invidiavano e li disprezzavano. I sovietici che liberarono i campi uccisero quelli che trovarono. Non erano degni di vivere coloro che avevano ucciso i propri compagni. Dissero. Che avevano districato i corpi aggrovigliati negli spasimi dell’agonia, trascinato i “pezzi” (Stück , pezzo, come chiamavano i tedeschi un cadavere) verso i forni, polverizzato le ossa rimaste tra le ceneri. E ripulito il tutto in attesa del prossimo arrivo.”
Un respiro profondo e poi Géza riprende:
“Gli altri provavano invidia per le condizioni in cui vivevano, avevano di che mangiare, vivevano in baracche isolate, erano i VIPS del campo. E un enorme disprezzo.
Anche Primo Levi, il vostro Levi che tanto mi ha aiutato, nel suo primo libro li condanna, ma poi deve aver visto altro, perché nell’ultimo libro la sua posizione nei loro confronti era cambiata. Uno si aspetta che tutto nel campo fosse fatto alla tedesca. Meticoloso, accurato e ordinato. Invece c’era confusione e caos. Molti spettatori si sorprendono di scoprire quanto caos ci fosse.
Da poco a Los Angeles ho incontrato l’ultimo Sonderkommando ancora vivo. Ha 93 anni. Ha voluto vedere il film. Abbiamo dovuto imporgli certe precauzioni: che fosse assistito da un medico, che la sala fosse un poco rischiarata, che potesse chiedere di interrompere la visione quando avesse voluto. Ha visto tutto il film senza interruzioni. Ha detto che era quanto di più vicino alla sua esperienza avesse mai visto.”
“Non si è mai sentito depresso durante le riprese?”
“La depressione è venuta dopo. I mesi dopo le riprese sono stati terribili. È stato bello avere una famiglia che mi aspettava. Sembrava impossibile riadattarsi alla vita normale. Tutto era così vuoto. La qualità redentrice di Auschwitz” di nuovo il sorriso amaro “e con questo non lo voglio certo giustificare, è che tirava fuori l’essenza di ogni uomo. Lì si vedeva veramente chi eri: se anche in mezzo all’abominio mantenevi l’umanità, il coraggio. Se continuavi ad ascoltare e ad interessarti agli altri. E la domanda resta. Da cosa dipende che qualcuno resti umano e altri no? Fuori dal campo invece l’ identità di un uomo è fatta da altre cose: i soldi, i contatti, le influenze. Anche la parola fame era diversa. Ora ti basta saltare un pasto per dire che stai morendo di fame. Al campo fame voleva dire vedere in un altro uomo qualcosa di commestibile”

Finisce la conferenza e di nuovo si va. Altre interviste, altri incontri. Domande sempre aperte. Camicia dopo camicia. l’Ebreo Errante, continua la sua ricerca. Si riposa a intermittenza dove è possibile. Ecco il suo viso che si affaccia a salutarci dal divano di uno studio televisivo dove si è sdraiato un istante. Di nuovo l’espressione da elfo, di nuovo sorrisi e stupore, forse la speranza ancora di un tiramisù.
L’ultima immagine del suo viso scuro, scavato ci appare da oltre il vetro del taxi che lo porta via, gli occhi vivi continuano a scrutare attorno, in cerca di quel qualcosa, di più grande della sopravvivenza dell’uomo, che, a quanto pare, neanche qui, nella pietra millenaria, lui ha ancora trovato.

 

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