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Il grande palloncino

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Il cane abbaia, legato ad un palo, lasciato li per un momento da un qualche padrone assenteista. Il bimbo lo guarda, da lontano, incuriosito ed inquieto. Poi lascia la mano della madre, distratta, presa dal chatting sul suo smartphone, e si avvicina incauto verso il giovane Pit Bull.

Il cane abbaia, legato ad un palo, lasciato li per un momento da un qualche padrone assenteista. Il bimbo lo guarda, da lontano, incuriosito ed inquieto. Poi lascia la mano della madre, distratta, presa dal chatting sul suo smartphone, e si avvicina incauto verso il giovane Pit Bull. È marroncino, taglia media, ancora non completamente adulto. Spaventato e minaccioso. È abbastanza grande da inghiottire il bambino. Lui questo non lo sa, e si avvicina, mugugnando qualche verso, con il braccino alzato ad indicarlo. Agli occhi del cane, però, quel braccino è un bastone, pericoloso e ludico al tempo stesso, da prendere ed espropriare al legittimo proprietario.
La camminata del bambino diventa una corsa, quasi a volersi infrangere contro il cane.
La sua manina è a un metro dai suoi denti schiumosi.
All’improvviso, una mano afferra il polso del bambino.
È la madre.
Appena in tempo. Lo porta lontano dal cane, deluso e sollevato al contempo.
“No!” esclama secca la madre, “Non ci provare mai più! Poteva sbranarti! Lo capisci?”
Il bambino mugugna, è rattristito.
Aveva ancora voglia di giocare, di esplorare.
Il sole è sulla via del tramonto, ma lui non è stanco, non è sazio, tutt’altro.
La madre invece lo è, eccome.
Dopo un intero pomeriggio a stargli a bada, a divertirsi con lui.
E poi a preoccuparsi.
A decidere, volta per volta, cosa fosse giusto, cosa fosse meglio, cosa fosse adatto, cosa, cosa, cosa. Casa, ecco a cosa pensava ormai. Voleva preparare la cena, magari vedersi un film, e poi crollare. Non chiedeva altro, non chiedeva molto. Anche se si è giovani, del resto, le energie poi finiscono.
L’ultima passeggiata in fondo al pontile, a vedere il mare da vicino. Poi a casa, però.
La sua amica incalza, su Whatsapp.
“Cosa ne pensi allora? Hai capito chi è?”
Si che ha capito chi è. Uno carino, ma niente di più. Forse un po’ sciapo.
E poi ora le mani di suo figlio non se le perde in cambio delle foto dello sciapo.
Certo, è tanto che non esce con un uomo. E a volte la solitudine la afferra e la tiene stretta, proprio come lei, ora, con le mani di suo figlio.
Che ha ricominciato a tirare. A volere. A chiedere.
Lui adesso indica un gruppo di ragazzini, adolescenti.
Stanno facendo skate su di un lato del pontile. Sfrecciano sulle tavole a quattro ruote, sono bravi. Abbastanza bravi da evitare i passanti, da lasciare che la gente possa godersi il tragitto come se loro non ci fossero, come se non esistessero.
Per il bambino esistono eccome, però. E lui è deciso ad andargli incontro, a capire cosa ci sia di magico in quello sfrecciare. Magari potrebbe saltare sopra quella tavola con le ruote, proprio ora che uno di quei ragazzi sta sfrecciando a pochi metri da lui.
Il bimbo tira le braccia della madre, vuole correre incontro allo skate che sta correndo via.
La madre lancia un’occhiata.
Il tempo di un “No!”, stavolta pronto e deciso.
La sua amica insiste, sempre su Whatsapp.
Vuole organizzare una cena, le dice che secondo lei lo sciapo è perfetto. Che le farà bene, è troppo stressata in questo periodo.
Lei le risponde di provare a fare un figlio, poi vediamo chi è stressata.
La sua amica ribatte, le dice che suo figlio è una scusa, che è un bambino adorabile e che lei è stressata perché non scopa da troppo tempo.
Lei si innervosisce.
Suo figlio continua a tirare, chissà cosa vuole adesso, lei nemmeno alza più lo sguardo.
Ha gli occhi fissi sul telefono.
“Che ne sai tu da quanto non scopo.” le risponde.
Il bambino indica una bambina con un palloncino.
“Lo so benissimo. Sei stata tu a dirmelo, appena una settimana fa.” ribatte l’amica.
Arrivano in fondo al pontile, il bambino tira con tutta la sua forza, sembra voglia staccarle il braccio indicandole il carretto dei palloncino, con l’omino che gonfia i palloncini di tutti i colori.
“Lo sai che c’è? Allora ci esco e me lo scopo il tuo sciapo, cosi vediamo chi è stressata!” le scrive.
Tira fuori una bottiglietta d’acqua, da un rapido sorso e poi si volta verso il bambino.
“Ti ho detto di No!” esclama ad alta voce.
Non fa in tempo a finire la frase che l’acqua le va di traverso.
Si accascia a terra.
Perde i sensi.
I presenti accorrono.
Il bambino è smarrito, confuso.
La mamma è a terra, con gli occhi chiusi. Il telefono a pochi metri da lei.
L’uomo dei palloncini è il primo ad intervenire.
Si fa spazio tra la folla e si china sulla donna.
Le pratica una respirazione bocca a bocca.
L’atmosfera è sospesa.
Pochi istanti dopo, la mamma riacquista i sensi.
Immediatamente, però, scopre che l’uomo la sta letteralmente gonfiando.
La sua pancia si sta gonfiando, cosi come le sue gambe e le sue braccia.
Lei cerca di mugugnare qualche parola, ma non c’è verso. Ha le labbra serrate da quelle dell’uomo, che la continua a gonfiare, trasformandola a poco a poco in un enorme pallone.
La donna adesso levita in aria, proprio come un palloncino.
L’uomo le lega uno spago alla caviglia e lo porge al bambino, tra lo stupore della folla e qualche applauso.
Il bambino ha gli occhi pieni di meraviglia.
Finalmente calmo.
Prende lo spago e ringrazia l’uomo con un sorriso.
Si allontana lungo il pontile, alla luce del tramonto, con la mamma legata ad un filo, come un grande palloncino.

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