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C’è un paese per vecchi e si chiama serial

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Mi sono immaginato i set a distanza di decenni. Dove un tempo c’erano dei ragazzi entusiasti che saltavano la staccionata, oggi ci sono degli attori maturi che usano la staccionata per appoggiarci sopra una tisana.

Sul principio la notizia che stava per tornare in onda X-Files mi ha reso felice. Ho amato la serie in cui gli agenti dell’Fbi Fox Mulder e Dana Scully indagavano su casi misteriosi, scontrandosi con le autorità che tenevano nascoste le prove della presenza aliena sul nostro pianeta. Quando cominciò a essere trasmessa, nel 1993, avevo 32 anni e non mi perdevo un episodio della serie, mentre mi dibattevo tra la voglia di raccontare un po’ di verità, l’oscurantismo dei miei dirigenti e i primi numeri della rivista di Omero.

Sono stato ancora più contento quando ho saputo che David Lynch avrebbe girato una nuova stagione di Twin Peaks. Le prime due stagioni, nel 1991 e 1992, mi hanno reso meno faticoso l’addio definitivo all’università, la fatica di un nuovo lavoro stressante, l’approdo e lo scavalcamento dei trent’anni. Mi ricordo una festa sul terrazzo con la colonna sonora di Angelo Badalamenti ripetuta più volte a tutto volume.

Qualche giorno fa ho visto il nuovo Star Wars. Il primo film della serie, uscito nel 1977, mi ha aiutato a sopportare meglio la fine del movimento studentesco e i cosiddetti anni di piombo. Mentre ero seduto in platea a guardare il vecchio Han Solo, qualcuno mi ha sussurrato che Harrison Ford stava per interpretare di nuovo Indiana Jones. Bello, ho pensato.

I predatori dell’Arca Perduta uscì nel 1981 e io allora ero immerso nell’onda del riflusso mentre compivo 20 anni, studiavo antropologia e il professor Jones insieme a Martin Mystère (storico fumetto italiano della casa editrice Bonelli) abitavano i miei sogni a occhi aperti.

A pensarci bene sto ricostruendo una specie di autobiografia attraverso le serie. In effetti si potrebbe anche fare. Per esempio, alla domanda: “Quando è nato tuo figlio?”, uno potrebbe rispondere: “L’anno in cui è arrivato Anakin Skywalker in Guerre Stellari“.

Mentre mi godevo Star Wars: Il risveglio della Forza nell’accogliente sala del cinema Maestoso dove probabilmente ho visto il primo film della serie, ho guardato per bene Harrison Ford accanto alla principessa Leila che sembrava la nonna di Carrie Fisher e ho pensato che un sequel dopo più di vent’anni si dovrebbe chiamare seduta spiritica. Mi sono immaginato i set a distanza di decenni. Dove un tempo c’erano dei ragazzi entusiasti che saltavano la staccionata, oggi ci sono degli attori maturi che usano la staccionata per appoggiarci sopra una tisana.

Questo è il brutto dei serial, ti affezioni a un volto in un telefilm quando è giovane, poi quello invecchia ed è costretto a restare Fonzie per sempre. Ma c’è anche un lato bello di questa situazione, quando la serie ha successo e il pubblico ti vuole bene, se ti chiami Kyle MacLachlan la parte dell’agente Cooper nel nuovo Twin Peaks è tua, pure se ormai avresti l’età per tè caldo e pantofole. Insomma c’è un paese per vecchi e si chiama serial.

Succede a tutti, e forse l’unica che ha trovato l’incantesimo giusto per la situazione è stata quella maga della J.K. Rowling. Lei ha fatto crescere i suoi personaggi con naturalezza da un anno all’altro, da un romanzo all’altro, così quando vedi sullo schermo Daniel Radcliffe ormai adulto pensi che abbia l’età giusta per interpretare Harry Potter a quell’età.

C’è solo una cosa che non invecchia mai ed è la musica. Quella di Star Wars, quella di X-Files, quella di Indiana Jones, quella di Twin Peaks, ogni volta che sento suonare uno di questi brani è un’emozione. Però invecchiano i costumi, invecchiano le storie, invecchiano gli spettatori e naturalmente i protagonisti.

Ho visto i vecchi attori nella nuova stagione di X-Files cominciata il 26 gennaio, David Duchovny e Gillian Anderson con i capelli tinti, il viso tirato, soprattutto l’espressione consapevole di chi ha recitato ormai troppe parti e particine per somigliare a quegli artisti giovani che recitavano sull’onda di un improvviso e imprevisto successo planetario.

The truth is out there, la verità è là fuori, diceva lo slogan di X-Files e io ci credevo e ci credo tuttora. Non alla possibilità che esistano gli alieni, ovviamente, ma al fatto che bisogna sempre testardamente cercare la verità. Solo che oggi, là fuori, per Fox Mulder e Dana Scully ci sono anche i reumatismi.

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