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L’era del cinghiale bianco

di

Data

Riflessa nel cofano, e vedevo una vecchia. La bombatura allungava l’immagine, ma non stendeva le rughe. Io le conosco bene, tutte, le pietre miliari dei miei anni. I sorrisi sono due diagonali dritte intorno alle labbra. I pensieri, a cui posso dare un nome e una data, sono il solco in mezzo alle sopracciglia.

Riflessa nel cofano, e vedevo una vecchia. La bombatura allungava l’immagine, ma non stendeva
le rughe. Io le conosco bene, tutte, le pietre miliari dei miei anni. I sorrisi sono due diagonali dritte intorno alle labbra. I pensieri, a cui posso dare un nome e una data, sono il solco in mezzo alle sopracciglia. Il lavoro al sole, alla pioggia, al vento, sono le zampe di gallina. Quella macchina, invece, era soda e lucida come una ciliegia candita.
L’avevo vista per la prima volta poco prima, appena aperto il portone. Era piccola.
Rossa, ben proporzionata, ma piccola. Con tutto quello che era costata.
“Com’è che ha solo due posti?”
“E’ una sportiva, mamma, le sportive hanno due posti. Non sono fatte per le famiglie”.
“Ah beh, allora per te va bene.”
Mio figlio mi aveva allacciato la cintura, premendo un bottone aveva inclinato il sedile
e premendone un altro lo aveva spostato in avanti. Poi aveva messo in moto ed eravamo partiti con
un ruggito. Avevo cercato la maniglia sotto il tettuccio, ma la mano era andata a vuoto.
La maniglia non c’era, e in realtà mancava anche il tettuccio.
“Allora? Ti piace?”
“Li potevi spendere meglio quei soldi. Tuo padre sarebbe stato d’accordo.”
“Invece sì. Carlo avrebbe apprezzato, avrebbe fatto un’ottima caccia.”
Guardai mio figlio, ma gli occhiali a specchio mi resero solo la mia faccia.
“Non potresti chiamarlo ‘papà’, almeno adesso?”
“No. Per me è Carlo. Punto.”

Usciti dalla provinciale, avevamo preso la strada verso il paese. L’auto seguiva i comandi,
docile come una giovane sposa. Terza, quarta, poi veloci costeggiando la vigna. I filari scorrevano uno dopo l’altro, nello specchietto retrovisore vedevo i capelli schiaffeggiati dal vento, sbeffeggiati dalla mancanza del tetto.
“Potevi rimetterla in funzione la vigna, non venderla.”
“La vigna è morta, mamma. L’ho venduta bene. Magari ti ci esce una crociera.”
“Quella vigna era il suo mondo. Vai piano.”
“Non c’è gusto ad andare piano. Qui ci sono 340 cavalli imbizzarriti.”
“Che cavalli?”

La strada si snodava in una serie di curve che attraversavano il bosco. Ma dopo la curva grande, quella che passava accanto al capanno dove si rifugiavano i cacciatori quando la pioggia era troppo fitta e il terreno diventava un pantano, mio figlio dovette premere con forza sul freno, scalare le marce e fermarsi. C’era un cinghiale, piantato in mezzo alla strada, e ci guardava. Ed era bianco.

Negli ultimi tempi in cui riusciva ancora a stare in piedi da solo, Carlo aveva deciso di andare ancora una volta a caccia. Sapevo cosa significava, lo sapevano tutti. Prima di passare davanti alla vigna, prima della strada a curve verso il bosco, avrebbe deviato per la statale, dove avrebbe trovato le ultime prede notturne. Non mi ero opposta: sarebbe stata l’ultima volta. Anche se l’operazione fosse andata bene, non avrebbe più potuto affrontare nessun tipo di caccia. Si era svegliato prima dell’alba, si era preparato in silenzio, poi si era fermato a sedere sul bordo del letto, i gomiti appoggiati sulle ginocchia e le mani penzoloni.
“Non vai più?”
Un sospiro gli aveva afflosciato la gabbia toracica. Poi, con un colpo di tosse, si era alzato, aveva preso il fucile e le chiavi della macchina, ed era uscito.
Era tornato all’ora di pranzo, si era buttato sulla sedia della cucina e si era passato una mano sulla testa ormai senza capelli.
“L’ho visto, Marzia. C’era un cinghiale bianco, verso il capanno. Come quello della canzone, quella che non si capisce che cosa vuol dire. Ti ricordi la sentivamo alla radio? Se ne stava lì, mangiava le ghiande, poi mi ha guardato, ci siamo guardati. L’ho preso di mira. Era bellissimo. Non ce l’ho fatta. Non gli ho sparato. Oddio perdonami, Marzia, perdonami.”

Mio figlio dette un paio di spinte sui pedali facendo ruggire il motore. Il felino di metallo sul cofano ringhiava con voce meccanica. Il cinghiale ci guardava, gli occhietti come due capocchie di spillo, le orecchie che si muovevano a piccoli scatti al passare di una mosca, il manto immacolato come la veste di un angelo.
“Torniamo indietro, lascialo stare.”
Il motore ruggì di nuovo.
“Fai inversione, andiamocene.”
Il cinghiale si stava muovendo. Si avvicinava. Mio figlio mise la prima e avanzò, lentamente.
“Torniamo indietro. Lascialo stare, poveretto.”
“Tu lasci sempre troppo stare, mamma.”
“Bisogna saperlo fare. Perdonare.”
Il muso del cinghiale e la testa del felino adesso si sfioravano. Il motore acceso gorgogliava.
Il cinghiale ci guardò un’ultima volta, annusò l’aria, se ne andò in mezzo agli alberi.
L’auto fece un altro ruggito, più forte, e ripartì.

Arrivammo al ristorante in ritardo. Mio figlio mi dette le chiavi, corse dentro il ristorante – voleva farsi vedere per non perdere il tavolo – e mi lasciò sola nel parcheggio con la macchina.
Rimasi a guardare la silhouette della macchina, una linea aggraziata che partiva dal muso e proseguiva fino ai fanali di coda. La carrozzeria lucida e bombata era una muscolatura cosparsa di olio. In quel momento fui certa che Carlo non l’avrebbe mai scambiata per la vigna.
Strinsi la chiave nella mano e mi avvicinai. Sfiorandola con il braccio destro, strisciai accanto alla macchina per tutta la sua lunghezza, passo dopo passo, trattenendo il fiato.
Poi mi allontanai, e restai un attimo ad ammirare quell’unica ruga, un solco dritto e bianco che avevo lasciato lungo la fiancata. Mi voltai e mi misi a correre, con passi piccoli e rapidi, come quando andavo in chiesa e veniva a piovere all’improvviso. Ma dentro di me andavo veloce, con le ginocchia alte, con i capelli sciolti, come quando avevo quindici anni e Carlo mi rincorreva nella vigna di suo padre, e mi raggiungeva, e mi buttava a terra, e mi ricopriva di baci.

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