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Cimitero sconsacrato: il cancello - Mercatale Val di Pesa
Per motivi economici e per dare un taglio a una difficile situazione familiare, mi trovo costretta a mettere in vendita la casa di campagna costruita da mio padre. Lui si ribalterà nella tomba e magari litigherà con mio fratello, morto anche lui pochi anni fa, dandogliene peraltro la colpa.

L’erba è alta ormai lo so e dovrei potare il melo…
Lucio Battisti

Per motivi economici e per dare un taglio a una difficile situazione familiare, mi trovo costretta a mettere in vendita la casa di campagna costruita da mio padre. Lui si ribalterà nella tomba e magari litigherà con mio fratello, morto anche lui pochi anni fa, dandogliene peraltro la colpa. Ho preso appuntamento con un agente immobiliare per una nuova valutazione dell’immobile. Lo faccio entrare dal cancello piccolo perché quello grande, ormai usurato dal tempo, è difficile da aprire e non lo uso più. Anche il cancello piccolo per la verità avrebbe bisogno di riparazioni: basterebbe una saldatura sulla cerniera superiore, ma la saldatrice di mio padre per poter dare “qualche punto” è stata requisita da quell’asso piglia tutto di mio fratello e ora, da quando è morto, non so più dove trovarla. In quanto ai fabbri, qui in zona, sono dei veri professionisti: chiedono troppi soldi e neanche sanno lavorare. Nel parco l’agente immobiliare è colpito subito alla vista del vecchio cedro fulminato.
“È spettrale…” dice.
“Un ramo, spezzandosi, è caduto sulla cassetta della posta contenente la centralina del pozzo. La cassetta l’ha verniciata mio padre, fischiettando “L’immensità” di Don Backy”.
“Io preferivo Celentano…” dice lui.
Entriamo dal portone della veranda; i rami secchi e cadenti della bignonia, da potare, lo rendono curioso.
“Era una bella pianta. Volevo costruirci una pergola, per farla arrampicare meglio…” dico io come in un’orazione funebre in onore della bignonia morta.
All’interno della veranda l’agente nota subito la poltrona con sopra un cuscino della AS Roma e la scimmietta con la sciarpa giallorossa.
“Che c’è qualcuno della Roma, QUA?”, chiede polemico.
È da settembre che non pulisco e ora siamo in marzo. Tanto non “ricevo” nessuno, ho sempre pensato. L’ho guardato con la mia migliore aria signorile e ho acceso le luci, pur essendo pieno giorno. I grandi lampadari in ferro forgiato, anche se velati di polvere, fanno il loro effetto. Ma in realtà illuminano un tecnologico impianto Wi-Fi, appoggiato su un mobiletto con cassetti, e soprattutto fanno una specie di occhio di bue su un gran groviglio di fili sospesi.
“È tutto provvisorio”, gli ho detto, quando ha notato anche la presa di corrente penzoloni.
Il salottino dei Flintstones, così lo chiamo per il suo stile “primitivo”, è accantonato più avanti, insieme al mobile bar dallo stesso stile, spostato qui con gran fatica. Sono tutti tarlati malamente. “Daje foco!” diceva mio fratello quando io invece volevo trattarli… ma costava e costa troppo.
“Mi sono rinchiusa qui anche per dormire…” ho detto io, entrando nella grande sala, attraverso un arco di comunicazione che ho chiuso con un pesante telo di cellophane trasparente.
Entrando nella stanza l’agente ha notato perplesso questa specie di campeggio per fantasmi. Il fagiano imbalsamato ci osserva dall’alto di un mobile. È stato testimone di quasi mezzo secolo di storia. Se potesse parlare… Per ora si è fissato a guardare la mia tuta grigia, appesa, con una stampella a un’applique a muro per finire di asciugarsi. Meno male che ho piegato le mutande e i calzini, mi sono detta, guardandoli appoggiati su una sedia. Da qualche giorno però salgono le formiche dai tubi di scarico del lavandino e ora sono belle in evidenza in file ordinate sulle mie mutande bianche ben ripiegate. Siamo passati al resto del piano terra, dopo che l’agente immobiliare ha notato con curiosità una cartolina affissa sulla porta: “Vicolo delle Prigioni”. In effetti ho il vezzo di attaccare delle cartoline con i nomi delle vie della vecchia Roma sulle porte delle stanze. L’agente non manca di soffermarsi sulla cartolina di Via delle Zoccolette.
Siamo infine usciti dalla casa, nel porticato. Vicino al forno a legna, un ambiente adibito a legnaia, c’è un nido di rondinelle.
“Sporcano” ha detto l’agente scuotendo il capo.
Usciamo verso i box dove è parcheggiata la mia auto incidentata. Non ha fatto commenti. Però guardando le “mie” rose, lungo il viale, ha detto con un triste sorriso:
“Loro facevano queste grandi costruzioni… non li ho mai capiti”.
Si riferiva forse ai nostri padri. Adesso non mi interessa più quale sia la valutazione dell’agente.
Questo è un brutto periodo per vendere case. Staremo a vedere cosa succederà. L’importante è allontanarsi da cosa ci fa male, e l’umidità di questa casa non fa certo bene, alle mie ossa malate. Ma temo che ci dovrò restare ancora a lungo in questo luogo strano e malridotto, l’unico posto al mondo dove Vicolo delle Prigioni confina con via delle Zoccolette.

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