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Il mostro della frutta

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Era mezzanotte passata e i miei amici erano andati via da qualche  minuto. Era stata una bella serata, “pochi ma buoni”, pensai. “Pochi ma casinisti!” dissi invece al mio gatto non appena realizzai in che stato era il cucinotto.

Era mezzanotte passata e i miei amici erano andati via da qualche  minuto. Era stata una bella serata, “pochi ma buoni”, pensai. “Pochi ma casinisti!” dissi invece al mio gatto non appena realizzai in che stato era il cucinotto. La pila di stoviglie che si innalzava in equilibrio precario dal lavandino fino quasi allo scolapiatti catturò subito la mia attenzione, il suo effetto scenografico era così imponente che il cesto della frutta riverso a terra con accanto pere, banane e mandarini mi rimase quasi indifferente.
“Qui mi ci vogliono due ore”, pensai chinandomi per raccogliere un mandarino, all’idea di tutto quel lavoro mi era venuta voglia di zuccheri. Fu proprio in quel momento che mi accorsi che il peggio non era ancora arrivato, notai infatti delle macchie di sugo che si rincorrevano allegramente lungo il pavimento per poi arrampicarsi sul forno e sfociare in un laghetto proprio accanto alla macchina del gas.
Mi rialzai lentamente e poco a poco il resto di quel simpatico quadretto si presentò ai miei occhi: cipolla bruciata appiccicata ai fornelli mista a ragù e besciamella, vellutata di broccoli  solidificatasi sulle mattonelle nel vano tentativo di ricadere nella padella, vellutata di zucca spiaccicata proprio sulla strisciolina di muro non mattonellato che si trovava sotto la cappa.
“Ti pareva”, dissi “accidenti a Manu e alla sua fissazione per queste creme, che poi non se le mangia mai nessuno. Ma tu, Gigi, fra una bella pasta al forno e una vellutata di zucca che preferiresti?”
“Miaooo” mi rispose lui.
“Pure io”, gli risposi.
Poi con un balzo salì sul lavandino, attraversò la macchina del gas, aggirò il bollitore, continuò  a destra lungo il muretto che separava la cucina dalla sala, zigzagò fra bicchieri e bottiglie, scavalcò il microonde, girò di nuovo a destra descrivendo una U e si fermò.
Davanti a lui, sul marmo bianco, troneggiava un bisteccone sanguinante con un coltello piantato dentro.
“Interessante” dissi, mentre lui aveva già tirato fuori la lingua pronto all’attacco.
“Ma lascia stare, non t’è nemmeno mai piaciuta la carne!”, gli dissi spostandolo, quindi tirai fuori dallo sgabuzzino un paté di salmone e glielo misi nella ciotola. Lui si strusciò amorevolmente alle mie gambe e cominciò a mangiare. Diedi un’occhiata d’insieme alla cucina, “Un’opera d’arte post moderna”, pensai. M’immaginai con uno straccetto in mano intenta a pulire,  tipo Cenerentola ma con in testa la fascia da corsa catarifrangente. Una Cenerentola contemporanea, senza zucca ma con la vellutata, senza topini ma con il gatto. E anche superaccessoriata: guanti ascellari in caoutchu che mia sorella mi aveva regalato fiduciosa il giorno di Natale, aspirapolvere multiuso che mia mamma mi aveva ceduto con la scusa che ne voleva una nuova,   straccio in microfibra garantito al cento per cento “rimuove tutto in una sola passata”.
All’idea di tutti quegli accessori mi girò la testa, decisi che avrei pulito il giorno dopo. Mi tolsi le scarpe e le tirai nello sgabuzzino. Aprii la credenza, presi l’ultimo bicchiere pulito della mia collezione di calici fatta con la raccolta punti e ci versai un po’ di vino rosso. Quindi presi Gigi e mi misi sul divano.
“E ora ci rilassiamo un po’” gli dissi accarezzandolo, ma lui si divincolò graffiandomi la mano e scappò via. Rimasi per qualche secondo a guardarmi il graffio, poi mi accorsi del rumore della pioggia, leggero e costante. Pensai che forse era da un po’ che pioveva, ma le voci e le risate degli altri ne avevano coperto il rumore. Bevvi un po’ di vino.
Ora, nel silenzio, riuscivo a sentire anche il ticchettio dell’orologio a pendolo che io e Manu avevamo comprato insieme al mercatino, io beige, lui marrone. Più che un tic tac sembrava un fruscio. Fshh, fshhil pendolo. Plic plic la pioggia. Plic fshh, plic plic, fshh, fshh, plic.
Mandai un messaggino al mio migliore amico, “Grazie per le tue buonissime vellutate…”  ma non mi rispose, forse era già a letto. Sospirai, poi accesi la radio sintonizzandomi su Radiolatina, avevo voglia di musica allegra. Mi alzai, feci qualche passo di bachata ma la canzone terminò poco dopo dando spazio al notiziario dell’una. Allora mi versai un altro po’ di vino e andai in camera a cercare il gatto. Poco dopo ritornai in salotto.
E ora le notizie di cronaca nera…”.
“Gigi, dove sei?”
“Il corpo di una giovane donna in avanzato stato di decomposizione è stato rinvenuto stamattina in un appartamento del centro storico. La scena raccapricciante si è presentata agli occhi degli inquilini del palazzo che, insospettiti dal cattivo odore, hanno chiamato la polizia.”
“Gigi, dove ti sei nascosto? Dai, andiamo a nanna”
“Dalle ultime notizie sembra che il corpo  sia stato mutilato e ricomposto con l’utilizzo di  frutta in un macabro quadro
“Dai esci fuori!”
“Il terribile delitto ricorda quello di qualche mese fa in Via delle…”
Click, spensi la radio. Mi avviai in camera e mi stesi sul letto, non avevo voglia di spogliarmi. Spensi la luce. Al buio ascoltavo cadere la pioggia, il ritmo aveva accelerato. All’improvviso sentii un tonfo, doveva essere il gatto. Riaccesi la luce, non c’era. Mi rialzai, decisi che avrei lavato i calici da vino, almeno qualcosa di fatto. Ne trovai tre sul piano di lavoro, due sul tavolino in salotto e uno accanto allo stereo. Me ne mancavano due, cercai un po’ dappertutto, anche nel bagno. Non li trovavo. Aprii il frigo quasi a caso e ne trovai uno lì dentro, colmo di vino bianco. “Perché no”, pensai, “è vino bianco…”.  Guardai meglio dentro al frigo, magari c’era anche l’ultimo bicchiere. Niente, chissà dove si era ficcato. Poi alzai gli occhi verso l’unico posto in cui non avevo guardato, lo sgabuzzino.
Mi avvicinai, la porta era semiaperta, vedevo solo in parte gli scaffali illuminati dalla luce del salotto, il calice non c’era.
“Dietro alla porta” pensai posando la mano sulla maniglia, ma immediatamente fui percorsa da un brivido. Lasciai la maniglia e la porta si spostò leggermente con un lieve cigolio, allora mi allontanai.
Decisi di fumarmi una sigaretta. Aprii la finestra e mi appoggiai con le spalle contro il muro. Da lì vedevo bene il salotto, la camera, la strada, la porta dello sgabuzzino, non c’era anima viva.  La mia sigaretta era finita già da un po’ quando decisi di rimettermi a letto. Attraversai il salotto e imboccai il corridoio, avevo già messo un piede in camera quando sentii un rumore alle mie spalle, sssssssss, ssssssssss, veniva da sinistra.
Il battito del mio cuore ebbe un’impennata, mi girai di scatto verso lo sgabuzzino e vidi Gigi che stava uscendo proprio da lì.
“Gigi! Ma che idiota che sono!” esclamai, “dai  andiamo a nanna!” gli dissi con un sorriso.
Mi buttai sul letto, lui sembrò seguirmi ma si fermò all’entrata della camera. Restò così, impalato, a guardarmi per circa un minuto, poi girò i tacchi e se ne andò. Allora mi girai su un lato e chiusi gli occhi. Li riaprii istantaneamente, sentivo di nuovo quel rumore.
“Maledetto gatto”, pensai “è andato di nuovo là dentro”.
Mi alzai, uscii dalla camera e impietrii. Il gatto stava sul marmo accanto alla bistecca, mi guardava con i suoi occhi gialli e la sua bocca era spalancata in un ghigno, il suo muso bianco era imbrattato di sangue.
“Ma a  te non piace la carne”, gli dissi guardandolo con sospetto.
Lui mi fissò ancora per qualche secondo, poi abbassò la testa e continuò a leccare.
“A te non piace la carne!” gridai allontanandolo con un gesto.
Lui scappò in sala, salì sulla finestra e si allontanò nella notte scomparendo fra i tetti.
“Gigi!” gridai “Gigi!” Silenzio.
“Gigi non esce mai con la pioggia”, pensai. Estrassi il coltello che era piantato nella bistecca, un rivolo di sangue scese lungo il mobile e cominciò a gocciolare a terra.
“Troppo”, pensai. “Troppo sangue,  questa non è carne norma…”
Fui scossa da un conato di vomito, mi appoggiai al frigo cercando di trattenermi. Aprii un cassetto, presi un tovagliolo e lo tirai sulla  carne tentando di coprirla ma il rosso del sangue riemerse dal tovagliolo bianco. Ebbi un altro conato di vomito e il coltello mi cadde dalle mani. Lo guardai bene, quel coltello non era mio, era un coltello grande, da macellaio, io non ne avevo così.
Fui colta da un freddo glaciale  e mi sentii pesante, le mie gambe erano bloccate. Le mie braccia cominciarono a tremare, tentai di riprendere il coltello ma non ci riuscii, allora mi appoggiai lungo il muro lasciandomi scivolare a terra, allungai il braccio e lo afferrai, lo impugnai con le due mani e mi misi ad aspettare. Fu poco dopo che sentii di nuovo quel rumore, ritmato, costante.
“Ssssssssss, ssssssss”.
Non riuscivo ad alzarmi, cominciai a strisciare con il coltello in mano per tentare di uscire dalla cucina ma mi bloccai davanti al cesto della frutta riverso a terra. Su di esso c’era rappresentato un viso, un viso fatto di frutta, con due pere, una banana, ed uno spicchio di mandarino sistemato in una specie di sorriso.
Il resto della frutta sistemato attorno erano i capelli.
“Sssssssss, sssssssss”, ora il rumore era più intenso.
Alzai gli occhi verso il muro imbrattato, guardai il rivolo di sangue che si era solidificato lungo il mobile, poi guardai il viso di frutta. Pensai al messaggio alla radio, “un macabro quadro fatto di carne e frutta” e cominciai a piangere.
“Sssssss,ssssss”, ormai quel rumore era fisso, come due oggetti che strusciavano l’uno contro l’altro. Ripresi a strisciare e mi accorsi delle impronte rosse che attraversavano la cucina fino a dentro lo sgabuzzino, poi alzai gli occhi e le vidi, due scarpe nere nella penombra. Improvvisamente capii che quel rumore non era altro che un coltello che veniva affilato. Smisi di respirare per un tempo indefinito, poi mi aggrappai al bordo del lavandino e mi tirai su. Feci un passo ma persi l’equilibrio e mi appoggiai alla pila di piatti che cadde rovinosamente a terra. Quel botto mi svegliò d’un colpo e mi diede l’input, con uno slancio corsi verso la porta di casa, l’aprii e mi precipitai giù per le scale. Aprii il portone e cominciai a correre senza voltarmi, il rumore della pioggia era talmente forte che non riuscivo a capire se lui mi stava seguendo. Attraversai piazza della Signoria, poi Ponte Vecchio, girai a destra, a sinistra, e poi ancora a destra. Suonai al campanello.
“Manu!” gridai e cominciai a battere  pugni sul portone.
“Manu!” suonai di nuovo e Emanuele apparve alla finestra.
“Apri la porta!” gli dissi. Dopo un secondo si aprì il portone, lo richiusi dietro di me, corsi su per le scale e trovai Emanuele sulla soglia della porta.
“Ma che t’è successo!” disse lui.
Lo guardai senza rispondere.
“Che t’è successo!” continuò scuotendomi per le spalle.
Lo guardavo ma non rispondevo, il mio pensiero era altrove, pensavo a quel bicchiere di vino rosso che avevo appoggiato per terra in camera poco prima di sdraiarmi sul letto.
“Il calice” dissi io, “l’ho ritrovato”.
“Ma che cazzo stai a di’!” mi disse.
“Vuoi un bicchier d’acqua?”
“Un bicchiere di vino” gli risposi sedendomi.
“Meglio un bicchier d’acqua!” mi disse lui “Vedo che m’hai riportato il coltello” continuò sfilandomelo dalle mani. “E le scarpe dove le hai messe Cenerentola?”
Abbassai lo sguardo e vidi i miei calzini bianchi imbrattati di pomodoro, sangue e altro.
“Dove l’ho messe, nello sgabuzzino…” e scoppiai in una risata isterica pensando alle mie scarpe nere nello sgabuzzino.
“Ma che ti sei fumata?”
“Niente”, gli risposi prendendomi la testa fra le mani. Rimasi ferma in quella posizione fino a quando sentii di nuovo quel rumore.
“Manu!” gridai, lui sobbalzò “Ohh, ma che hai!”
“Non lo senti questo rumore?”
Il rumore era lo stesso ma più lieve.
“Noo, non lo sento” mi rispose.
“Come non lo senti!” gli dissi afferrandolo per un braccio “Ascolta!”
“Ma questo?” mi disse lui dopo qualche secondo.
“Si, questo” gli risposi io.
“È solo l’orologio!” mi disse lui con un sorriso. Alzai gli occhi al muro e vidi il suo orologio a pendolo uguale al mio.
“Hai ragione te” gli dissi sorridendogli, “è solo l’orologio.”
“Allora, non me lo dici quello che t’è successo?”
“Sono io il mostro della frutta…” gli dissi con una risatina
“In che senso?” mi disse lui.
“Niente, lasciare stare. Scusami, è che sono un po’ agitata”.
“Vuoi rimanere a dormire da me?”
“No, è meglio che vada. Grazie Manu,ti voglio bene.”
Gli scoccai un bacio sulla guancia e uscii.
Aveva smesso di piovere, camminai lentamente nella notte pensando a mio padre. Con lui parlavo spesso delle mie paure senza vergognarmi. Lui sapeva delle mie notti insonni passate ad ascoltare rumori strani e a immaginare mostri che mi perseguitavano fin da bambina.
“Bisogna vincere le proprie paure” mi diceva, “e per poterlo fare bisogna riuscire a guardarle con un occhio diverso”.
Mi affacciai sul fiume e scrutai il mio riflesso nell’acqua, non riuscivo a distinguere il mio viso, era coperto dalla mia stessa ombra.
“Papà, aiutami” sussurrai al fiume.
Mio padre era scomparso due anni prima là dentro  e non era più riemerso.
Tesi l’orecchio e rimasi ad ascoltare, il fiume mi restituì la sua voce.
Tornai a casa, spalancai la porta che era rimasta socchiusa e subito quell’ambiente mi apparse di nuovo familiare, accogliente. Entrai nel cucinotto e guardai il bel quadretto di frutta che era per terra, presi la mia polaroid e scattai una foto. Non era venuta male, aprii il mio album fotografico “Frutta” e l’aggiunsi alle altre foto che avevo collezionato durante gli anni. Sentii dei passettini felpati dietro di me, Gigi era tornato.
“Ciao Gigi, allora anche a te piace questa carne!” gli dissi affondandoci un dito dentro e portandolo alla bocca. Gigi si mise fra le mie gambe e incominciò a ronfare.
Andai verso il frigo e aprii il congelatore.
“Abbiamo bisogno di scorte” gli dissi, poi entrai nello sgabuzzino e aprii il cassetto degli attrezzi. Frugai un po’ e lo trovai, il mio coltello speciale. Passai un dito sulla lama, aveva bisogno di essere affilato.
Ssssssssh, ssssssss faceva il rumore dell’acciaino sul coltello, edio non avevo più paura, pensavo a mio papà, a tutte quelle volte che mi aveva preso fra le sue braccia consolandomi, parlando, cantando, cercando di coprire quelle voci che mi affollavano in testa.
Ssssssssshh, sssssssssss, e io pensavo alla sua voce calda nella notte buia.
Ssssssssss, sssssss. Presi i guanti in caoutchou che mi aveva regalato mia sorella e l’infilai, misi la polaroid in un marsupio avvitandomelo alla vita, presi le chiavi di casa e il coltello. Mi ricordai di quella bella signora bruna che si era trasferita da poco al piano terra, scesi le scale e suonai alla sua porta.
“Chi è?” disse lei con la voce assonnata.
“Signora mi aiuti, sono la ragazza del primo piano, mi sono entrati i ladri in casa”, dopo un attimo di esitazione sentii il rumore della chiave nella serratura. Prima di entrare mi girai verso lo specchio accanto all’ascensore, non vidi nessun mostro, solo una ragazza bionda dai capelli lunghi, con gli occhi grandi e il sorriso da bambina. Non ebbi paura.

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