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Storia di un ombrello

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Ogni oggetto ha la sua storia, tante storie. Come un ombrello.

Quante storie ha un oggetto, quante vite può aver avuto. Quanto può raccontare.

Prendiamo un ombrellino rosa dai bordi ricamati a mano, per esempio, quello dimenticato accoccolato nel portaombrelli cesellato e affidatoci, amorevolmente, dalla nonna materna, prima di partire per il suo lungo ultimo viaggio. Quante storie ha addosso.

La storia comincia con chi l’ha costruito, piccolino, fatto a mano per una bambina che temeva la pioggia di un antico borgo umbro. Annina l’aveva chiesto alla giovane zia, e l’aveva pregata di metterci intorno un bel pizzo ricamato. Detto fatto, l’artigiano Raimondo aveva intarsiato manico e punta e chiesto a Gigina di preparare la tela rosa con il pizzo. Un mesetto dopo, Annina aveva il suo piccolo gioiello. Sopra di esso c’erano le macchie di cioccolata, cadute mentre consumava la sua dolce merenda con gli amichetti, e il profumo della torta di mele della mamma. Anche una piccola macchia di crema per le mani lasciava la sua piccola ombra. Quelle piccole chiazze sembravano disegni, quelli che Annina amava tanto, da grande sarebbe diventata pittrice e, per lei, i colori erano ovunque. Un giorno aveva protetto la sua bambola dal cappellino dorato, con quell’ombrellino. Non poteva bagnarsi, poverina. Con quel bell’oggetto si sentiva sicura, al caldo, abbracciata da quelle piccole falde che tutto avvolgevano e che assomigliavano tanto alle pieghe delle gonne lunghe della sua nonna. Avvolto in un cellophane, per essere protetto dalle tarme, l’ombrellino, cresciuta Annina, sarebbe finito in un ampio baule del solaio. Accanto a fotografie di lei bambina, avrebbe riposato per lungo tempo. Fino a quando, in un trasloco, quel baule sarebbe andato perso. Luca l’avrebbe trovato, e, incapace di risalire al suo proprietario (avrebbe tentato a lungo), ne avrebbe conservato solo due cose: il pacchetto delle fotografie e delle cartoline colorate tenute insieme da un nastrino di raso rosa e quell’ombrellino dello stesso colore. Se un giorno avesse mai avuto una figlia, l’avrebbe voluta romantica e scrittrice, dunque quelle due cose sarebbero tornate utili. Grande fonte d’ispirazione. Tutto vibrava, il tessuto e le righe impresse sui dorsi delle cartoline ispiravano storie lontane. Chissà a chi erano dirette, chissà chi le aveva scritte. Sembravano proprio per lui. C’erano un “caro papà” (presagio del suo imminente futuro?), tanti “baci dall’Umbria” (lui viveva proprio in un borgo arroccato vicino a Todi) o un tenero “oggi ho salvato un cagnolino che stava per cadere in un dirupo” (lui aveva un piccolo meticcio, liberato dal canile, cui era terribilmente affezionato).

Quella storia s’incrociava con la sua, andava oltre. Portava calore, quelle delle parole, delle piacevoli sensazioni della vita che si vogliono condividere con chi si ama, con chi aspetta casa, con chi attende una riga o un cenno. Luca si riconosceva al centro di quel mondo. Quell’ombrellino venuto da lontano, raccontava tante storie: quelle di coloro che avevano raccolto e selezionato il legno, di artigiani che lo avevano progettato e intarsiato, di sarte che lo avevano ricamato, di bambine che lo avevano desiderato e di altre che lo avevano avuto, di bambole riparatesi sotto di esso, di mani che lo avevano riposto nel baule. Una mattina, poco prima che suonasse la sveglia, nel tepore del suo letto e alla luce tenue dell’alba, ebbe un lampo di genio. Lo avrebbe accarezzato, aperto e pulito. Sarebbe stato di sua figlia. E da lei a me, regalo prezioso. Tante storie di gesti e persone che hanno ingentilito e reso migliore la vita, anche la mia, la vostra. Perché anche un ombrello ha la sua storia. Tante storie.

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