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La quarta finestra di Anna Vasquez

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Come fai a dire a una madre che il suo nato è bello, sì, anzi bellissimo… ma… forse… un po’…ha il naso aquilino, e quindi… Come fai a ‘mettere il naso’, davvero, nell’atto della creazione?! Tale è stata  un po’ la sensazione  nel porre ad Anna Vasquez questioni sulla sua opera prima: La quarta finestra.

Come fai a dire a una madre che il suo nato è bello, sì, anzi bellissimo… ma… forse… un po’…ha il naso aquilino, e quindi… Come fai a ‘mettere il naso’, davvero, nell’atto della creazione?! Tale è stata  un po’ la sensazione  nel porre ad Anna Vasquez questioni sulla sua opera prima: La quarta finestra.
Il fatto è che io non mi sono trovata, durante la nostra conversazione, davanti a un intellettuale impegnato a costruire la didascalia del proprio prodotto attraverso confronti o ragioni poetiche architettate a tavolino,  né a un esperto del settore (o che si improvvisa tale) che sta confezionando, per chi lo intervista, spot e argomenti per sponsorizzarsi;  io mi sono trovata davanti a una donna posseduta dalla scrittura, dal “cunto”.
E quant’anche puoi trovare, e forse è vero, che la copertina del romanzo è un po’ depistante o il linguaggio poco “inerente al soggetto”, come direbbe Verga, quel che è certo, comunque e qualunque cosa tu dica in negativo di questo romanzo, è che dopo  ti resta l’imbarazzante sensazione, con un fondo di senso del ridicolo, di star mettendo becco sulla marca delle scarpette di un fondista, uno che tanto  la gara la vince comunque.
Anna Vasquez possiede un talismano, un filtro magico, il passepartout che anche le grandi firme si augurano di possedere e tenere per sempre, e che è la sorgente, quella straripante e zampillante necessità di “dare alla luce” le storie che vengono a trovarti di notte e ti si radicano dentro. Quando lei mi ha parlato di certi pomeriggi in cui si sedeva a scrivere alle tre e poi senza rendersene conto, si ritrovata alle nove, senza aver bevuto o fatto pipì,  io ho perfettamente capito cosa intendesse perché l’avevo sentito nella straordinaria “verità” del racconto e nella struttura magicamente perfetta del romanzo. E quando dico sorgente spontanea di scrittura mi piace pensare a casi come quello di Vincenzo Rabito, il semianalfabeta del caso letterario Terra matta di qualche anno fa,  e a tutti i cantastorie di tutti i tempi che non stanno a cincischiare sui rimandi o le citazioni, i confronti e le didascalie perché non le sanno o non ne hanno bisogno.
Troina, 1950. Il paese in subbuglio per la costruzione della diga più alta d’Europa: Ancipa. Dal nord Italia arrivano ingegneri e operai che la comunità si prepara ad accogliere mentre i contadini del luogo sperano in un lavoro e si impiegano nella costruzione di cunicoli e gallerie. In questo pezzo di storia costruito come un affresco sullo sfondo maestoso dell’Etna, si innestano e si sviluppano, pagina dopo pagina, le storie di una miriade di personaggi che Anna ci presenta con una forza e una limpidezza tali da non farceli dimenticare. Sono le storie di Michele, Antonio, Matteo, quelle di Eleonora e Filippo, Franco e Stella, l’ingegnere Ferri e tanti altri e poi Nino… Nino e Rosina entrano in scena per un solo giro di valzer ma c’è tutta l’essenza del loro essere -anche in quanto personaggi- in quel giro di valzer, durante il quale cercano di strappare qualche ora al loro destino di miseria e di lotta; c’è la gelosia, l’amore, il desiderio di vedere e farsi vedere al veglione e la fretta di scappare via prima che qualcuno nascosto sotto il domino e la maschera li separi nella danza. Anna non ha neanche bisogno di indugiare in scene di sesso per descrivere la loro passione: “Non era necessario”, dice.
E quando rivediamo il piccolo Luddu a oltre metà del romanzo ci ricordiamo subito di averlo già conosciuto quando lamentava di non poter cantare “Giovinezza” perché gli operai più grandi glielo impedivano.  Era l’unica canzone che conosceva, gliela aveva insegnato il nonno e lui non sapeva che “… la canzone che suo nonno gli aveva insegnato quando lui era piccolino fosse fascista.” Per lui tutto è un gioco, non capisce le ragioni dei grandi e continua a giocare anche prima della discesa fatale  nella galleria insieme al capocantiere. Gioca a scopa. E’ in corso lo sciopero ma è necessario andare a controllare se giù è tutto a posto e lui si offre volontario: “ Scendo io che sono il più piccolo (…) La posso cantare “Giovinezza” mentre scendo? (…) I due iniziarono a scendere  lentamente in quel tunnel buio e silenzioso. (…): Matteo alto coi pantaloni troppo larghi (…), Liddu piccolo per età ma anche per statura, quasi un bambino, che gli trotterellava dietro come se stesse andando al Luna Park”.
Scrittura essenziale, limpida che non indugia oltre nel restituirci un personaggio commoventissimo. Lungo sarebbe l’elenco di libri e film e documentari che trattano l’argomento dei lavoratori nelle miniere in Sicilia eppure Anna Vasquez ha voluto regalarci solo il vivido sapore  di personaggi frutto della personale fantasia e dei ricordi: “Ho voluto basarmi solamente sui miei ricordi e sui fatti raccontati nel saggio Ancipa, non volevo fosse un elenco di fatti ed episodi legati alle miniere”, e altrettanto personale, bypassando la scelta fin troppo abusata della mimesi, la scelta linguistica: “Mi piace scrivere così come mi piace leggere: in italiano, e senza parolacce; ho dato del siciliano solamente la musicalità insistendo di più sul parlato in qualche personaggio.”
Ci si commuove nel libro di Anna Vasquez,  “Per scrivere bisogna conoscere la sofferenza”, dice, e lo dice con voce flebile e dolce mentre ti guarda e ti accoglie dentro i suoi bellissimi occhi neri. Ed ognuno può trovarci la propria personale sofferenza ne La quarta finestra, per quel miracolo di empatia e cortocircuito di emozioni che avviene tra lettore e autore quando un’opera è scritta di pancia e di cuore prima ancora che di testa. “Una mia collega m’ha detto: Anna m’hai fatto stare male! “.
Sento mentre discuto con lei davanti a una tazza di the, di trovarmi davanti una persona dominata più dall’urgenza dell’essere che dal controllo dell’apparire, apprendo che è stata consigliere comunale e ha militato nel partito comunista rivestendo cariche a livello regionale ma non vedo pose da veterocomunista, so però che la descrizione delle riunioni di sera al partito e le lotte con il sindacato e la voglia di cambiare il mondo dei personaggi del suo libro, m’hanno graffiato dentro lasciandomi la lancinante nostalgia di un periodo di lotte e di sincera solidarietà definitivamente tramontate nel nostro Paese.
Non ho ancora finito di leggere il libro; so che qualcuno tra i personaggi a cui mi sono affezionata morirà, non so ancora chi e neanche se Eleonora alla fine resterà con Michele o Filippo, perché magari sarà Michele a morire, chissà… e se Franco con Stella…
Ho bisogno di riprendere fiato, di parlarne con qualcuno, di credere che a dispetto delle assurde leggi di mercato e le fredde logiche delle case editrici, le storie “vere” possano ancora essere raccontate, che i cantastorie di tutti i tempi, ancor più se di questa terra e donne, possano ancora girare di luogo in luogo a ridare vita a fatti dimenticati come ne La quarta finestra di Anna Vasquez

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