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Il mio primo tango

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La prima volta la ricordo bene, come se fosse ieri. Era stato Mario a invitarmi in quel posto, la Milonga del Diamante.

La prima volta la ricordo bene, come se fosse ieri. Era stato Mario a invitarmi in quel posto, la Milonga del Diamante. Quando mi chiamò al telefono ci pensai un po’ prima di decidere, era un tipo interessante, d’accordo, ma non volevo che uscendo con lui m’imbarcassi in una prima uscita di quelle antipatiche; visto però che si trattava di un locale pubblico dove si ballava il tango, pieno di gente, alla fine decisi di correre il rischio e accettai.

@Laura Sabatino

Quando entrai nel locale rimasi a bocca aperta, sembrava di stare fuori dal tempo: un chiarore soffuso e rugginoso, alimentato dalle candele che brillavano sui tavolini, illuminava una pista quadrata sul cui parquet, al ritmo di un tango languido e rigato come un vecchio trentatré giri, volteggiavano coppie di ballerini in penombra, gli uomini in giacche attillate e pantaloni spioventi, le donne in abiti lunghi e scuri, le scarpe sinuose rigorosamente a tacco alto.

Io mi ero messa il vestito nero a pallini bianchi, le scarpe rosse con le zeppe, mentre mi avvicinavo al tavolo che Mario aveva prenotato, scorrendo lungo il bordo della pista e osservando le evoluzioni dei ballerini che sfrecciavano là accanto, mi sentivo inadeguata, un’aliena appena sbarcata da un pianeta dell’iperspazio. Quella che era solo una sensazione, nel momento che tolsi il giubbetto di pelle e occupai la mia sedia, divenne una certezza indiscutibile: non avrei mai ballato un tango in vita mia.

@Laura Sabatino

Dopo un paio di brani, io e Mario seduti con le spalle al muro e gli sguardi rivolti alla pista, un intermezzo musicale più moderno si sostituì a quella musica arcana, le coppie sciolsero gli abbracci, uomini e donne sgombrarono il parquet tornando a occupare i rispettivi tavoli. Le luci in sala si accesero coprendo il luccichio baluginante delle candele, il disk-jockey, anzi il musicalizador – come lo chiamava Mario – sfumò la musica e annunciò dal microfono l’inizio dell’esibizione. La tenda alle sue spalle si mosse e due musicisti entrarono in sala puntando il palchetto allestito oltre la pista; quello in giacca e cravatta si accomodò al piano, l’altro, più informale, con in testa un basco calzato al contrario, prese posto su una sedia, stringendo fra le mani la sua vistosa fisarmonica. Dopo aver tarato gli strumenti, si lanciarono uno sguardo veloce e attaccarono.

«Ma io questa musica la conosco…» me ne resi conto dopo poche battute.

«È la Cumparsita» sussurrò Mario aggiungendo un sorriso. «Il tango più famoso della storia. Pensa, oggi si festeggia un secolo esatto da quando fu composto.»

@Laura Sabatino

Non feci in tempo ad assimilare la notizia che la pista venne invasa da due ballerini entrambi vestiti di bianco: lui moro, alto e dal fisico muscoloso, lei più minuta, bionda e aggraziata. Al vederli separati mi domandai come fosse possibile che due personaggi così incompatibili potessero convivere in armonia, eppure, quando si saldarono nell’abbraccio gli opposti si annullarono come per magia. Rimasi estasiata a guardarli mentre, due corpi in un solo corpo, seguivano il ritmo della musica deliziando noi spettatori con torsioni, adorni e incroci acrobatici; nel frattempo, battuta dopo battuta, figura dopo figura, ebbi la sensazione, nitida quanto inattesa, che il blocco granitico che avevo interposto tra me e il tango si andasse lentamente sgretolando.

Il pubblico salutò la fine dell’esibizione con un’apoteosi di battimani e urla di entusiasmo, i due ballerini, al centro della pista, ringraziavano bissando più volte il loro inchino. Fra le quattro mura del locale si coagulò una bolla di energia densa e palpitante, eppure io rimasi immobile, stordita, come se i due funamboli vestiti di bianco stessero ancora ballando al cospetto del mio sguardo allibito. Non so dire quanto tempo passò prima che la voce di Mario mi svegliasse da quel sogno a occhi aperti. Stava in piedi, di fronte al tavolo, col braccio teso verso di me.

@Laura Sabatino

«Vuoi ballare?»

«Non ho le scarpe adatte.»

«Nel tango non contano le scarpe.»

«Cos’è che conta?»

«Balliamo e vedrai.»

Non seppi resistere, posai la mia mano sul palmo aperto della sua, Mario la strinse e tirò con delicatezza finché non mi alzai. Scivolammo sulla pista di nuovo rischiarata dal bagliore altalenante delle candele, guidati dalle note avvolgenti di un tango. Cercai di comunicargli a gesti che non sapevo da dove cominciare, ma lui mi tranquillizzò con un sorriso e subito dopo mi abbracciò. Con la testa sulla sua spalla, gettai un ultimo sguardo ai ballerini che ruotavano in circolo, immersi in quell’atmosfera nebbiosa e irreale. Poi chiusi gli occhi e mi abbandonai.

Foto di Laura Sabatino e testo di Mario Abbati

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