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Mon Paris

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Sono cresciuta uscendo da Roma ogni mattina della mia vita per entrare attraverso un cancello di scuola nel ventre della Francia

Sono in molti a scrivere di Parigi in queste ore, a scrivere i propri pensieri, i propri ricordi, a tentare perfino di fare un’approssimativa analisi di quanto accaduto e dei suoi perché.

La giornalista Mimosa Martini in video

E’ per questo che ho deciso di parlare di mon Paris, la mia Parigi, di raccontare perché è così importante per me, così impiantata nelle viscere, nel carattere, nel modo di vivere e comportarmi, nonostante io sia nata e viva a Roma. Nel cuore di Roma. Ma questa è stata una scelta, una scelta che è anche l’unico rammarico della mia vita, o almeno così, spesso, me lo racconto.

Parigi per me è quella città dove amo perdermi per le strade ampie, tanto ampie da diventare chilometri e chilometri di passi fino ad avere male ai piedi.

Parigi la mattina ha il profumo dei pains au chocolat, dei chaussons aux pommes e quello del freddo intenso che ti gela la punta del naso appena esci, ma che condividi con milioni di altri che si muovono a piedi che ci sia pioggia vento o neve. Perché è la cosa più normale del mondo.

Parigi aspetta il sole per mesi sotto una cappa densa e grigia, un cielo che si trasforma in un tetto pesante poco più su dei tetti di ardesia, eppure tutte quelle sfumature dal cenere al nero che a Roma paralizzano l’anima, a Parigi sono lo sprone per andare, andare ovunque. Perché a Parigi andare ovunque è facile, qualunque meta è raggiungibile con poco sforzo e poca spesa.

A Parigi amo il teatro, la musica, il cinema, i parchi e i giardini e le chiacchiere infinite à la terrasse d’un café con persone anche appena conosciute ma con le quali si discute di tutto. Perché in Francia la discussione è tutto. E la politica ancora una visione del futuro.

Un signore francese di antica nobiltà mi disse che adorava Roma per i suoi caffè all’aperto. Stupita gli risposi che anche Parigi è piena di caffè, anzi, che a Roma la consumazione si fa al banco mentre a Parigi l’abitudine di sedersi è radicata. Mi guardò con gli occhi sognanti su un sorriso accennato e senza replicare aggiunse che a Roma ci sono i gabbiani, che vengono dal mare. Lui non lo sa e neppure lo può aver immaginato ma con questa affermazione mi incantò tanto che mi sarei potuta innamorare di lui.

A Parigi ho vissuto i miei amori più intensi. A Parigi si può amare senza vergogna, perché sull’amore a Parigi non viene spalmato da chiunque quello strato di cinismo romano che fa di una donna un culo con due tette e dell’uomo un pisello di cui fantasticare negli spogliatoi.

A Parigi tutte le donne sono femminili, anche le più anziane, anche le vecchie si vestono da femmine, si mettono il rossetto, indossano un cappello, un fiocco, un nastro senza mai apparire ridicole.

Parigi è sopra e Parigi è sotto. Perché nello metro c’è vita quanto all’aperto. A Parigi mi sono spesso seduta su una panchina per leggere un libro, per ore. E mi sono incantata tra le brutte piastrelle dei corridoi davanti a un’orchestra che suonava.

A Parigi, ogni volta che posso, vado all’Orangerie des Tuileries e mi immergo nel silenzio dei laghetti di Ninfee di Monet.

A Parigi, se ti svegli tardi, al café rimane solo mezza baguette che ti spalmano con il burro, come quando eravamo bambini noi dei ‘60 a Roma.

A Parigi cammino tra i nomi di coloro che mi hanno formata, che hanno alimentato la mia mente di idee, domande, risposte, ispirazioni e aspirazioni: Voltaire, Pascal, i marescialli di Napoleone sul Louvre di cui mi narrava il mio prof di storia con aneddoti divertenti, la Bastiglia che non c’è più ma rimane un fondamento della nostra cultura e della nostra idea di democrazia che attinge sì ad Atene ma senza quell’assalto alla prigione da parte dei Misérables della corte dei miracoli e la borghesia nascente e scalpitante che con il lavoro metterà da parte i capitali della rivoluzione industriale un secolo dopo, che saremmo noi adesso?

Senza il secolo dei Lumi , Rousseau, Diderot e i poeti maledetti e i grandi romanzieri e la famiglia Dumas e Molière che ancora ricordo a memoria, per dire, che ne sarebbe di me? Cosa sarei oggi?

Perché sono cresciuta uscendo da Roma ogni mattina della mia vita per entrare attraverso un cancello di scuola nel ventre della Francia: Parigi era la mia capitale, della Loira e del Reno cantavo la possenza delle acque, Vercingetorige era l’eroe biondo e baffuto che si batteva eroicamente contro l’imperialista romano. Io discendevo dai re che mettevano nella pentola del popolo un pollo ogni domenica, da Carlo Magno che inventò la scuola, e dal Re Sole che illuminò la storia. Poi suonava l’ultima campanella e, varcato il cancello, cambiavo lingua e città. In un attimo. Per 13 anni della mia vita.

Per questo mi sento come una parigina a Roma e una romana a Parigi. Dove in ogni giardino c’è un bac à sable, perché anche i bambini a Parigi, sono citoyens.

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